Una settimana d’addio

Bruce Almighty vuol dire Bruce l’Onnipotente ma in italiano il film si intitola Una settimana da Dio. E’ tutta colpa di Bruce se Chiara rischia di perdere il lavoro. Tutta colpa di Bruce e del cliente scomparso. Non si è fatta lasciare la cauzione. Ha solo un nome e un indirizzo, magari falsi. Il titolare della videoteca è stato chiaro: se entro venerdì il film non è rientrato, lei è licenziata. Oggi è giusto venerdì.
Sperava che lavorare vicino al Vaticano potesse aiutarla a smuovere l’Onnipotente (Dio, non Bruce, ma forse anche Bruce). Invece nessuno le ha ancora fatto il miracolo, forse perché la videoteca confina con un sexy shop, luogo del peccato dove, in realtà, si riforniscono anche preti in incognito.
Comunque, Chiara non si arrende. Non vuole passare l’estate a cercare un altro lavoro, sente che l’Onnipotente è dalla sua parte (Bruce, non Dio, ma forse anche Dio). Allo scoccare della pausa pranzo inforca la bici e pedala fino a casa dello stronzo: via Ottaviano, numero sette, interno sette. Un palazzo elegante, di quelli che si ha paura di sporcare con lo sguardo. Il portone è aperto. Sale le scale fino al secondo piano e suona il campanello. Trattiene il fiato, è nervosa. Trattiene il fiato e poi respira: non vuole soffocare nell’attesa, anche se le attese sono spesso soffocanti. La porta gorgoglia e si apre. Eccolo, lo stronzo, se lo ricordava diverso ma forse si ricorda male, chi se ne frega, deve solo recuperare il film:
– Buongiorno, mi manda la videoteca, sa… ci deve riportare il film, da venti giorni… una settimana da Dio -.
La barba lo fa sembrare più grande, ma avrà trent’anni, trentacinque al massimo, come lei:
– Ah sì, ha ragione… è che ho avuto molto da fare e non ho potuto riportarlo, ci verrò domani, va bene? -.
Lui fa per chiudere la porta ma Chiara lo blocca, gli tira un calcio ed entra in casa. Non pensava di essere così violenta. Sarà la forza che le dà l’Onnipotente (Bruce, non Dio, ma forse anche Dio).
– Non hai capito, devi ridarmi il film, e subito, altrimenti perdo il lavoro. Non mi va di perdere il lavoro solo perché a te pesa il culo! -.
Il ragazzo arretra di pochi passi e alza le braccia, come se lei gli stesse puntando una pistola. Arretra e si difende anche a parole:
– Calma eh, stai molto calma… vado subito a cercarlo, aspettami qua…-. Scompare in corridoio. Chiara non aspetta e lo segue. Non si sa mai, meglio non fidarsi. Lo segue ma in corridoio non vede né sente nessuno. E non si accorge della porta del salotto che si apre alle sue spalle. Meglio non fidarsi, è vero: la bottiglia di vetro la colpisce e le resta solo il tempo di pensare: – Merda, sono andata dal parrucchiere ieri! Merda!-.
Quando si riprende ha un minuto di confusione. Succede se ti spaccano una bottiglia in testa. Confusione: una stanza buia, il dolore sotto i capelli, un tessuto ruvido intorno ai polsi. E soprattutto l’odore. Dolce e aspro insieme, più che odore è proprio puzza. Il cervello analizza e Chiara lancia un urlo.
Il ragazzo accende la luce. Sta piangendo e, anziché guardare la sua prigioniera, fissa un punto nei paraggi. Chiara muove gli occhi intorno, stordita, e la vede: sul letto con lei c’è una donna. Capelli neri, magra, avrà cinquant’anni, anzi, aveva. Ora ha solo uno squarcio a metà del collo. E’ lei che puzza, poverina, lei e la sua ferita. Piange, il ragazzo, e indica la donna:
– Non le piaceva, capisci? Si lamenta sempre di tutto, la troia… era la festa della mamma, le ho preparato la cena, ho affittato un film, ma non andava bene, no… quando è andata a dormire le ho aperto la gola…così impara a lamentarsi -.
Chiara comincia ad urlare, dieci, venti, trenta secondi, e poi smette: sente la lama fredda entrarle in gola. Alla fine le ha fatto il miracolo, l’Onnipotente. Bruce, non Dio, ma forse anche Dio. 

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