Il giovane Olivio

Lo spazio esce fuori dal limite delle cornici e riacquista la mente e il corpo, nell’irripetibile ricordo delle colline circostanti e dei tramonti mai dimenticati. Riemergono le stagioni, il calore antico della terra, il sapore dei sinuosi spazi aperti tra i pendii intrecciati di cime ed alture e tutta la rosa dei venti, che soffia incessante sulla linea dei gabbiani.

Abbandonate le spiagge marine per risalire l’entroterra in un ambiente agreste e impregnato di stimoli e sensazioni nuove, il guizzo di vitalità che permea ogni forma del suo essere, va ricondotta nel credo della vita e nel lavoro giornaliero, lui, che ad ogni risveglio, lascia il bacio alla sua mamma.

Il giovane Olivio.

Ogni mattina si reca puntualmente a scuola e nel pomeriggio lavora come aiutante imbianchino. Spesso il pranzo è costituito da pane e pomodoro, mangiati quasi al volo, mentre si affretta a raggiungere i vani da pitturare. Sono altri tempi.
I suoi coetanei giocano ai quattro cantoni e a testa e croce, con le monetine e lui li osserva, prospettando un mondo da favola, nel profondo li vede come bambolotti viventi e giocosi nella luce e nell’aria di campagna.
Ma lui deve continuare a dipingere, con i suoi adorati pennelli e i bidoni di colori e proprio quando tutto sembra perduto, là nelle stupende figure d’aria che vivono nella rotondità del mondo, al sud nell’occhio del ciclone, incontra Lei, Susanna, sua logica spettatrice, monocromatica e genuina, la fanciullina tonda, dai capelli d’oro.

L’aveva pescata in un bordello di paese, la “Casa di Eva” ed era riuscito a buon prezzo a portarla via dai suoi vessatori. Scapparono per un vicolo laterale senza un briciolo di dignità.
Lei non si era nemmeno staccata dal suo braccio e a gambe larghe lungo il canale di scolo che bordeggiava il marciapiede, aveva pisciato come se fosse il gesto più naturale del mondo, un piede da una parte ed uno dall’altra.
Che gran sorpresa fu quel tintinnio di campanellini a cascata liquida.
Mentre attraversava la pozza che aveva fatto, lei sollevò la gonna con la mano libera e fu così che lui vide il punto, all’altezza dell’inguine, dove si era inzaccherata le mutande.
La sensibilità esacerbata e spaventata, gli diede la sensazione che quel liquido fu stato una sorta di acido fisiologico, che nel tempo l’avesse arsa, bruciandole la maglia delle calze e dissolvendo nel nulla, la gonna e l’indumento intimo.

Tutto si polverizza in gradazioni elegantissime e discrete e compare allora, il momento contingente.
I due giovani aspettano impazienti che il vento li porti lontano dal loro appartamento statuito, dove l’alito esala la vita in un nuovo pianeta.
In questa loro Notte, tutto avviene per destinata sorte.

“Fammelo venire duro” ordina il giovane Olivio.

Il suo decadente e sofferto romanticismo, immagina l’odore vigoroso del sudore e dell’aroma di cannella e di spezie con cui lei si unge e friziona i capelli: vestiti di niente, la pelle in proprietà comune. E’ un totale essere in simbiosi con la natura opposta, con cui si appresta a dividere carnale innocenza; sacrificio quest’ultimo, tra i più esigenti.
La guarda giocherellare con quei suoi capelli biondi e pensa a quale tipo di rapporto insudiciante lo aspetti. Lui riesce sempre a complicare tutto e vuole farne una grande messa in scena.

Mentre insieme sciolgono i nodi in cui si sono costruiti una storia di passione, il fuoco si spegne e anche quella sottile pallida luna che brilla lassù, incollata all’angolo sinistro, percorre l’ultimo arco disegnato nel cielo nero.
Se solo riuscisse a vederla, se solo non fosse così buio, vi apparirebbe specchiato un ragazzo che è stato appena frodato.
Lo sguardo perso, gli occhi come due abissi, lei lo abbraccia stretto perché lui, nel disgusto che prova, si è abbandonato lasciandole addosso quelle tracce, dei residui di bassa umanità grottesca e omofobica.
In questa casa, infatti, non c’e’ posto per due gabbiani…

E’ un messaggio che dice tutto: distese d’acqua che rispecchiano rami nudi da cui sale un calore fermo, avvolgente, con un’infinita sensazione di riposo. Quella quiete che emana la laguna mentre intorno tutto sfuma: dolci caldi luminosi miraggi, aria piena di colori, tramonti dorati con chiare ombre trasparenti che fuggono leggere e silenziose come un fremito, colori tenui pacati, soffusi in una luce serena di chi ha trovato la pace pur nella sofferenza,che immancabilmente accompagna la realtà. Nessun virtuosismo, ma il valore della forza della sua memoria, che viene dal segreto delle evanescenze, che pulsa inafferrabile e proprio per questo tenace e duratura.
Per questa sua tenerezza la glorifica ancora, regalandole l’eternità’ in una tavolozza di liberi colori.

Sopra la lacerante battaglia del volere e dissolvere le incombenze quotidiane, degli slanci e delle cadute, della ragione e dell’utopia, davanti ad una donna ha ricomposto le sue gradazioni, nell’armonia del disegno di un’unione dove nulla è perduto: la vita di un artista dal grosso cappello di paglia, del grembiule imbrattato di mamma, di una melanzana violacea, di un’anatra galleggiante in uno stagno, continua.

Non si lascia alle spalle la terra, i campi e i colori ma in proiezioni delicate e irraggiungibili, dove la labilità delle sue fuggevolezze cromatiche, così esposte, riconoscono ciò che lui vuole essere: un uomo che ama un uomo.
Un ragazzo di nome Olivio.

Nessun gabbiano interromperà più il suo viaggio.

RG.

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