Kito (a quattro mani…)

E’ arrivata la sera, Medone dispone i cinque vasetti sul tavolo dove ha appena consumato una veloce cena a base di pane, verdura e un forte formaggio. Guarda la lanterna giudicando di avere ancora due ore di luce prima di dover aggiungere olio. Quello è un lavoro che andrebbe fatto alla luce del giorno, ma lui ha cullato per l’intera giornata il pensiero del momento in cui avrebbe immerso il pennello nel giallo alla luce tremolante della lanterna. Non rinuncerebbe proprio a quel momento raccolto, immerso nel silenzio della sera. Da un lato i rumori attutiti che arrivano dall’esterno e qui i colpi dei vasetti di legno quando sbattono tra loro e sul tavolo. Tutto è pronto, il pennello appuntito si liscia sul bordo del vasetto con il colore giallo.

 

Il mio nome è Kito e sono un pennello. Nella mia lingua “kito” significa “unico” e io, infatti, non sono un pennello qualsiasi. Ho una forma lunga e snella, sono stato modellato e costruito da un grande maestro di ju jutsu, sono fatto di un legno molto pregiato, ricavato da un profumato tiglio appartenente ad una delle più vecchie e famose foreste bonsai esistenti al mondo. La mia testa è una ciocca di pregiati peli di tigre, trattati con magici e segretissimi procedimenti.

Durante il giorno passo il mio tempo in un bicchiere di cristallo a calice, e la mia testa è sempre pulita. Medone mi tratta bene e quando il sole inonda la stanza lui mi passa vicino, mi guarda, dà un’occhiata fuori dalla finestra, con naturalezza volge il capo verso l’orologio a muro, poi mi riguarda, sfoglia le sue opere, ma alla luce del giorno non si ferma mai a farmi compagnia. Io attendo pazientemente il momento in cui le ombre si materializzano alla luce smorzata della lanterna ad olio ma in verità è lui che aspetto, Medone.

Medone, uomo d’arte, sceglie quasi sempre me fra i tanti, lui è metodico nella sua estrosità, mi fa scorrere dove meglio crede e riconosco, in quegli istanti, di essere la sua appendice più perfetta.

Questa sera le dita ossute e veloci di Medone hanno uno strano sapore, un sapore di latte fermentato. Sento uno strano pizzicore. Le cellule del tiglio si risvegliano, si aprono al piccante, all’universo sensoriale dell’uomo, la sferzata arriva alla mia testa e diventa solletico insopportabile, lo spirito del felino si infervora, vuole divorare, ha voglia di tuonare, di toccare il confine ultimo tra terra e cielo, vorrebbe volare nello spazio aperto. Voglio essere padrone dell’aria ma a me ne basta poca, lo so. Medone mi stringe forte tra le sue dita, lui è capace di sentirmi, ma questa sera sono io a dirigerlo perché è la mia anima che lo comanda. Adesso mi sento riscaldato, sono un costruttore di vite, l’artefice delle cose impossibili.

Mi riafferra, questa volta con dolcezza, mi immerge nel vasetto che contiene il colore giallo. Liscia la tigre sul bordo per eliminare l’eccesso di pittura e poi … guarda il cartoncino, lo scosta, decide di usarne un altro, più grande. E’ finalmente giunta l’ora di incamminarsi.

Le ali sul grande foglio bianco prendono forma, sembrano ali di farfalla, di astore, di pipistrello, non importa a cosa somigliano, in fondo sono ali, questo è l’importante. Sono ali perfette, esattamente uguali l’una all’altra. I bordi gialli delimitano il niente, per adesso. Sono ali senza contenuto. Il colore giallo è sufficiente per chiudere. Ho ripercorso più volte il bordo delle ali fino ad essermi calato nel coraggioso ruolo di chi è capace di volare. Stretto a Medone corro veloce, ho solo bisogno di piccole frazioni di tempo che mi diano la possibilità, spazi intermittenti, di tuffarmi  nel giallo, la mia benzina.

Mentre volo stermino le scie chimiche, respiro, sono invaso da un’euforia mai sentita prima, mi piace questa sensazione stretto a te, Medone. Credo di amarti. I rumori della notte fonda non li sento più, tu sei con me, sono incastrato tra le tue dita. La tua bocca mi sfiora ma non mi guardi, sei concentrato e vigile. Mi rituffi a capofitto nel colore e poi senza farmi affogare mi risollevi, intriso.

Però ora basta … posami,  per favore. Mi sento così stanco. Stanco e tramortito. Posami.

Medone, mio tesoro, ora che hai finito e sei soddisfatto voglio stare un po’ in tranquillità, te ne prego. Ho ancora troppa adrenalina che scorre nella mia linfa. Lasciami in disparte per un po’, se vuoi puoi anche non lavarmi, va bene così, lo farai domani. Ora sono cosi stanco, esausto. Ho voglia di far quietare la mia tigre, non voglio abituarla al meglio, non si possono disegnare sempre ali.

Medone, ora riponimi, ma non nel freddo bicchiere di cristallo… vorrei occupare uno spazio di favore, tranquillo … vorrei riposare laggiù, nell’ultimo cassetto del vecchio comodino di tua nonna.  

Si caro … proprio laggiù … appoggiami su quel bel libro di poesie di Tagore ma non mi dimenticare … è solo per qualche giorno che vorrei stare in penombra …  prima di rimontare sulle tue ali gialle…

 

Un pensiero su “Kito (a quattro mani…)”

  1. Kito è un racconto che mi ha trasmesso delle sensazioni particolari, l’ atmosfera intima ed il rapporto di un pennello, della sua anima con il pittore. Molto originale. Bello

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