Giosuè

-dalla serie Homo Vulgaris- 

Aveva piovuto da poco e le scarpe nero lucido, di quei pochi familiari, affondavano nel morbido terreno ben oltre il livello della suola.

Come di consueto, alla riesumazione, erano venuti solo i parenti più stretti. Trascorsi i dieci anni, dalla perdita del caro, i resti della salma andavo riposti, opportunamente, in una nicchia.

A Giosuè, operaio della ditta privata del cimitero, toccava il gravoso compito dopo aver indossato il camice, i guanti ed afferrato la pala, di riportare delicatamente alla luce la bara con i resti del defunto. Di solito egli scavava con vigore e maestria tipica dell’artigiano padrone della propria arte. I colpi rivolti al morbido terreno erano secchi e precisi e la sua esperienza gli insegnava che poteva anche distrarsi pensando alle proprie cose, almeno fino al punto di contatto, del sordo tonfo della pala contro la bara. Da questa fase in poi bisognava procedere con cautela, con massima attenzione, molto simile a quella che gli archeologi usano quando tonfano qualcosa con la punta dei loro strani arnesi.

Da questo momento in avanti Giosuè tastava, con rapide alzate di sopracciglia, l’umore dei congiunti ad ogni avvenuto contatto della pala con la bara. Di solito, al primo contatto scappava qualche lacrima, ma era del tutto normale. Giosuè usava il suo strumento con destrezza e precisione, fendeva il terreno con colpi forti e precisi sfiorando la bara, ma nell’accortenza dei suoi movimenti era evidente il rispetto per il morto e per i parenti. Sbagliare un colpo adesso e colpire la bara, sarebbe stato la stessa cosa che calpestare la buon’anima, rischiando così di essere aggredito dai parenti.

Giosuè continuava, di buon lena, il suo lavoro con tratti del volto seri, ma mai tristi (onde evitare che i parenti cadessero nel contagioso e pericoloso pianto di massa). Infatti una volta ricordava che alla vista del logoro crocifisso della bara, i parenti interruppero l’operazione con ampie gesta delle braccia in quanto, tutti, in preda a violente crisi di pianto, non avrebbero sopportato la vista delle ossa o di chissà cos’altro sarebbe potuto saltare fuori dalla bara. In quell’occasione si verificarono tre svenimenti su sette congiunti. Giosuè, allora, dovette ridare alla fossa il proprio terreno fino a ricostruire, con colpetti di pala alla rovescia, il tipico rialzo del seppellimento a terra, rimandando l’operazione all’indomani.

Questa volta sembrava tutto a posto. Solo qualche lacrima alternata ad eroici ricordi del loro congiunto alla vista del legno della bara ammorbidito dall’umidità del terreno e corroso dai soliti, misteriosi insetti che vi abitano.

La vedova, sull’ottantina, canuta e molto magra il cui pallore era coperto dal tono giallastro della pelle, aveva gli occhi infossati di qualche centimetro con il noto alone bluastro da cornice. La sua precaria condizione fisica attirava continuamente l’attenzione degli altri parenti che ora uno, ora un altro, le sorreggevano l’esile braccio. Doveva essere senz’altro la classica donna malaticcia da sempre, uno di quei casi dove, per circostanze anomale, la svariate malattie del corpo si combattono a vicenda. La vecchia, ora, era sorretta per il braccio da un uomo in una posa solenne, tipicamente militare, il cui rigido avambraccio sosteneva, molto probabilmente, tutto il peso della donna.

Il coperchio della bara era tutto corroso dalla parte dei piedi e le bianche ossa delle gambe dello scheletro risaltavano ancor più macabramente agli occhi dal contrasto con il fondo scuro del terreno. A quella vista, le teste dei parenti si misero in movimento, allungando il collo, come se avessero voluto cogliere un ultimo, soprannaturale, movimento di quei resti.

Giosuè, all’interno del fosso, continuava il suo delicato lavoro mentre i parenti continuavano con i loro ricordi e la narrazione dei vari episodi della vita del defunto con un sussurrato vocio simile ad una litania, lenta e penosa molto simile al rosario. Da una delle buste dei parenti fu tirato fuori un grosso lenzuolo dallo straordinario candore e deposto adiacente la fossa per contenere i resti di quel corpo che Giosuè man mano appoggiava.

Il sole di mezzogiorno aveva oramai fatto presa sull’umidità del mattino ed i caldi raggi penetravano con insistenza nel terreno riscaldandolo talmente velocemente che Giosuè ed i parenti tutti si fermarono per un attimo sbalorditi ad osservare quelle lunghe lingue di tepore che fuoriuscivano dal profondo della fossa.

 

6 pensieri su “Giosuè”

  1. un bel racconto che coglie il momento, fotografa l’attimo, ferma, come il pittore sulla tela, volti, atteggiamenti, sguardi.
    bravo.
    ciao
    anna

  2. Argomento di vita e di morte, flash di sensazioni e stati d’animo. Ben scritto.
    Complimenti.
    Sandra

  3. Grazie Anna, Sandra e Gloria. Cogliere istantanee della vita è possibile solo se si è capaci di cogliere oltre. La vita non è che un mero episodio della morte, (Laerte, aforsimi) Il bianco e nero è l’essenza del colore. Kisssssal….

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *