L’attesa

Passeggiavo su e giù per quel marciapiede da più di un’ora e dopo un inizio di camminata calma, appena accennata giusto per sgranchirmi le gambe, per tutto quel tempo ad aspettare, i miei passi erano diventati svelti, corti e frenetici. Io, nota ritardataria cronica o per meglio dire di convenienza, quel giorno stranamente ero arrivata in anticipo e come tutti i ritardatari detesto aspettare. “Per fortuna è primavera i marciapiedi di New York nelle altre stagioni dell’anno sono invivibili – pensavo tra me e me – d’inverno pieni di neve, d’estate ardenti e in autunno pieni di pozze d’acqua.” Avevo voglia di caffè, mi ero svegliata con il terrore di arrivare in ritardo e così, per non perdere tempo non avevo fatto colazione, inoltre dalla tavola calda dall’altra parte della strada arrivava un delizioso odore di caffè fresco e frittelle e il mio stomaco ne era stuzzicato alquanto.Mi aveva chiesto di essere puntuale almeno per una volta e così avevo fatto, mi aveva detto di prendere l’autobus e di scendere alla fermata all’incrocio tra la 42esima e la 7ma e che ci saremmo visti sabato 4 aprile alle 9.00 a.m. di fronte al civico n° 4, ma erano ormai passate le 10.30 e stavo consumando i miei tacchi da più di un’ora e mezza.La cameriera della tavola calda mi guardava incuriosita dal vetro mentre sorseggiava il suo caffè, invece io sempre più spazientita sbuffavo sonoramente come una locomotiva. Ma dico lasciarmi ad aspettare un’ora e mezza di sabato mattina presto? Sai quante cose si possono fare di sabato mattina? Innanzi tutto dormire e poi dormire e poi dormire ancora…sì perché io non sono una di quelle che di sabato mattina presto se ne va per mercatini a fare shopping vintage, non so perché sia tanto di moda io lo trovo molto… zitella acida. Insomma mi facevano male i piedi, avevo fame e di lui nessuna traccia; non so perché ma non mi era minimamente balenata l’idea che lui non sarebbe venuto ne tanto meno che avesse avuto un incidente o che se ne fosse dimenticato, per me l’unica spiegazione possibile era che fosse in un terribile ritardo. Così attraversai la strada ed entrai dentro la tavola calda, pensai che l’avrei visto dal vetro e lo stomaco si stava contorcendo da troppo tempo ormai. “Cameriera! Cameriera!!!! Vorrei delle frittelle con succo d’acero, uova strapazzate e bacon, pane nero, delle fragole calde con panna, dell’aranciata e una tazza di caffè caldo.” La cameriera mi guardò strano all’udire della mia ordinazione, ma ero nervosa stanca e soprattutto affamata. L’orologio appeso al muro sopra il grill segnava le 11.00, ma dico le 11.00 aveva due ore di ritardo il giorno che voleva chiedermi in sposa, almeno così credevo, sì perché mi aveva chiamata e mi aveva dato l’appuntamento con una voce così seria e impostata che quasi stentavo a riconoscerlo, mi disse: “Baby, devo parlarti, mi raccomando la puntualità, vestiti bene è una sorpresa!” e riattaccò. Non mi diede alcun modo di fare domande e sinceramente la cosa mi lasciò alquanto perplessa. Devo ammettere che avevo passato una notte terribile, avevo camminato su e giù per la stanza tutto il tempo, poi alle 6.00 a.m. vista la mia agitazione ed insonnia mi ero alzata fatta un bagno caldo e piazzata davanti all’armadio per scegliere il vestito adatto per l’occasione. In fin dei conti non potevo indossare un abito qualunque il giorno che mi avrebbe chiesto di sposarlo, in altre circostanze sarei uscita a comprare l’abito perfetto ma la sua telefonata era arrivata troppo tardi per poter correre in centro a fare shopping, così mi dovetti accontentare di quello che avevo. Così mi ritrovai dopo una notte insonne di fronte allo specchio alle 6.00 di mattina. “Quello rosso al ginocchio? Mio Dio troppo aggressivo, quello bianco panna con i fiorellini? Per carità non sono mica un’educanda, quello nero con la spalla larga? Non vado mica al mio funerale” – alla fine decisi per quello grigio con la mezza manichina, elegante ma non troppo di classe stile Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, solo che io non ero lei e lui non era George Peppard, scrittore squattrinato, per la precisione squattrinato lo era scrittore no. Avevo le mie scarpe col tacco la borsetta intonata e quel profumo che lui adorava, ma lui non c’era. Mangiavo avidamente le mie frittelle sempre con un occhio fisso fuori dal vetro, stranamente, per essere un sabato mattina di aprile, New York era terribilmente calma, ma questo non mi aiutava affatto avrei preferito la frenesia quotidiana mi avrebbe aiutato meglio nella mia attesa, ero stanca e demoralizzata cominciavo a pensare che si era rimangiato la parola, ma non volevo chiamarlo, non volevo cedere, del resto se l’avessi chiamato cosa avrei potuto dirgli? Lui non mi aveva fatto parola del matrimonio e non sarei stata di certo io a chiederglielo; anche se poi una donna queste cose le sente, già mi vedevo con il mio vestito bianco crema al braccio di mio padre mentre avanzavo tra le navate di Saint Patrick, tra lo stupore degli amici e le lacrime di mia madre, sì ma in realtà tutto ciò lo vedevo solo io perché lui dove diavolo era? Era quasi mezzogiorno ed io ero decisamente fuori di me la cameriera mi aveva versato il terzo caffè ormai quando di scatto mi alzai ed andai al telefono: “Si può sapere che cavolo di fine hai fatto? E’ questo il modo di trattarmi? Sono quasi 3 ore che ti aspetto giuro che questa me la paghi se è uno scherzo ti ricordo che non mi fa ridere e vedi di trovare una valida scusa perché questa volta non ti perdono….e poi beep….il tempo a sua disposizione è esaurito la Federal Bank vi ringrazia e vi augura una buona giornata.” Sì quando volevo sfogarmi chiamavo la Federal Bank e mi arrabbiavo con la loro segreteria telefonica, tutto era nato per caso il suo numero era molto simile a quello del centralino e una volta per sbaglio avevo urlato alla signorina che ignara aveva risposto, ma accecata dall’ira avevo espresso, si fa per dire, il mio pensiero, da allora quel numero era diventato il mio modo per sbollire, il mio analista privato, così io mi sentivo meglio e avevo la lucidità per sostenere una discussione sana e intelligente. D’un tratto la cameriera mi si avvicinò e disse: “Signora mi scusi ancora caffè?” – “No grazie – risposi io e lei continuò – Certo che ne ho viste di cose strane io ma negli ultimi due giorni….???? – che intende mi scusi? – Ieri un giovane della sua età circa era seduto al suo posto con la sua stessa aria depressa, ha passeggiato ore e ore davanti al civico n°4, è venuto qui si è bevuto cinque caffè e poi alle 13.00 se ne andato via – davvero? _ Sì davvero ha giocherellato tutto il tempo con un pacchettino dove dentro c’era un anello e poi con l’aria mesta se n’è andato – che storia triste mi sta dicendo, vuol dire che aspettava qualcuno che non si è presentato all’appuntamento? – Ehhh, sì mi ha detto che voleva fare una sorpresa alla sua ragazza e chiederle di sposarlo proprio nel posto dove l’aveva vista passeggiare con un’amica per la prima volta, ma lei… – ma lei cosa? – Ma lei non si è presentata – come lo capisco evidentemente questa strada non deve portare tanta fortuna ai fidanzati anch’io ho appuntamento qui con il mio ragazzo ma ormai temo che non verrà più mi aveva detto di essere qui sabato 4 aprile alle 9.00 davanti al civico n°4 ma sono quasi le 13.00 e ho perso le speranze – signora mi scusi ha ragione sono quasi le 13.00 ma oggi non è sabato 4 aprile bensì domenica 5 e credo che il ragazzo di ieri stesse proprio aspettando lei.” Improvvisamente mi diventò tutto chiaro, il suo ritardo, New York vuota ed io sola dentro una tavola calda con un giorno di ritardo questa volta l’avevo combinata davvero grossa, alzai il telefono e gli dissi: “Lo so sono in ritardo ma ti prego sposami!”.

B.B.

Un pensiero su “L’attesa”

  1. …..simpatica storia….
    ma forse è meglio guardare l’orologio del proprio tempo!
    ….la vita è un attimo!

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