Adriana

La famiglia di mia madre apparteneva al proletariato. Mio nonno era stato cocchiere di piazza. Non aveva mai avuto, come sosteneva lei, una scuderia. Nato nel 1870, sposato due volte, era stato decisamente prolifico. Dei figli del primo matrimonio non ebbi mai notizie. Dal secondo erano nati, oltre a mia madre, due gemelli, subito portati via dalla spagnola, Alberto, morto in guerra in Russia, e Fernanda che se ne andò per un cancro nel ’48. Adriana, l’ultima, nata quando gli altri fratelli erano già grandi, era l’unica zia rimasta.
Non era né particolarmente bella, né intelligente. Era inoltre di un’ignoranza senza speranze perché la nonna, per non mandarla a scuola, al mattino la nascondeva in un armadio finchè tutti non erano usciti. Crebbe così, senza istruzione, restando eternamente bambina, buona solo ad accudire i vecchi genitori.
Questi morirono che lei aveva circa trent’anni. Mia madre, pur occupandosene, aveva preso da tempo le distanze dalla sua famiglia. Di fatto era una donna intelligente, bella, ben decisa ad emanciparsi, di una notevole cultura che si era guadagnata a furia di borse di studio. Aveva sposato un professionista. Felicemente insediata nel ceto medio-alto, cui aveva sempre aspirato, si ritrovò alle prese con un problema apparentemente insolubile: cosa fare di Adriana che non sapeva far nulla. Aveva vissuto dipendendo dalla sorella maggiore che l’aveva sempre comandata a bacchetta, trattandola come una cenerentola. La fata non era mai arrivata, ma il principe sí.
Fu difficile tirarle fuori che aveva un corteggiatore, ma il signore in questione, recuperato e messo alle strette, si dichiarò disposto a sposarla. Con un gran sospiro di sollievo, Adriana fu rivestita, corredata di lenzuola e tovaglie ed accompagnata all’altare da mio padre. Fu finalmente padrona a casa sua, essendo il marito, militare da tavolino, un uomo paziente e senza pretese. Non ebbero figli e lui divenne zio Gianni. Negli anni che seguirono i loro rapporti con noi continuarono sempre in una specie di sudditanza. Era un’abitudine consolidata. Da sempre, quando mia madre rimaneva senza “servizio”, Adriana veniva convocata a farne le veci. Senza discutere arrivava e lavorava di buon umore, infantile e scriteriata. Io, da bambina, ne ero felicissima perché giocava con me per delle ore come una coetanea. Più tardi, avevo già vent’anni, lei ed il marito s’insediavano a casa nostra come custodi, governando cani e giardino, quando noi partivamo l’estate. Per loro era una vacanza, sosteneva mia madre. Comunque sembravano farlo volentieri, contenti di rendersi utili a mio padre, che adoravano, e che era con loro, al contrario di mia madre, affettuosamente gentile.
Quando mio padre morì mia madre, rimasta vedova improvvisamente, non fu più in grado di consolarsi. Cominciò ad appoggiarsi agli zii: aveva bisogno di predominio ed io mi ero già sottratta. Mi ero sposata.
Passò qualche anno. Ebbi una bambina. L’estate andavo con la piccola in campagna, in una casa enorme, scomoda, ma fresca. Mia madre si offrì di farmi compagnia. Essendo lei piuttosto malandata, questo comportava per me, più che un sollievo, un notevole lavoro. Le mie difficoltà le diedero l’occasione di convocare gli zii per aiutarmi. Vennero. La zia s’impadronì della cucina, mia madre si fece servire, io potei dedicarmi alla bambina e mio marito prese nei loro confronti lo stesso atteggiamento benevolo di mio padre. L’unico neo fu l’impossibilità di fare degli inviti: i loro limiti culturali potevano a volte essere imbarazzanti e non avevamo alcuna voglia né di ostentarli, né di escluderli. Mia madre morì. Era sempre stata egocentrica ed autoritaria. Non fu, di conseguenza, adeguatamente rimpianta. Adriana cambiò. Quando andavo a trovarla, raramente, la trovavo in preda ad una paranoia crescente, preoccupante. La scomparsa della sorella le aveva tolto i freni inibitori. Partiva in una serie di invettive, infarcite da un turpiloquio che non le avevo mai conosciuto, in un parossismo di rancore e rabbia contro tutti. Lo zio si nascondeva dietro un giornale e la lasciava dire. Un glaucoma la rese cieca. Girava a tentoni per la casa, trascurata, sporca, senza più far niente. Gianni comprava i pasti al bar, portava la biancheria in tintoria. Non frequentavano nessuno e non volevano nessuno tra i piedi. Mi sentivo impotente di fronte alla loro ostinazione così, tutto sommato, li lasciai a cavarsela da soli.
Fu ai primi di gennaio di qualche anno dopo che, rientrando a casa dalle vacanze di Natale, ricevemmo una telefonata da un parente dello zio a noi totalmente sconosciuto. Quella notte Gianni aveva avuto un infarto ed era morto. Il fratello, accorso da fuori Roma, non riuscendo a contattarci, non sapeva che fare. Ci precipitammo, ci furono delle tardive presentazioni e si provvide al funerale. Quanto alla zia, però no, non voleva saperne: toccava a noi. Certo lì cieca e sola non poteva stare. La portammo a casa nostra.
Seguirono dei giorni impossibili. Adriana era diventata una vecchia spiacevole e selvatica. Imprecava e si lamentava masticando di continuo la dentiera: faceva pena e disgusto. In casa non avevamo posto. Dopo un mese di convivenza forzata, trovammo, non senza difficoltà, un pensionato di suore dove la sistemammo. Iniziò subito a rendere la vita difficile a tutto l’istituto con i suoi modi sgarbati. Si sentiva in collegio e, con la caparbietà di una bambina, ne rifiutava le regole. Ero addetta settimanalmente a calmare le acque con regalini alle sue compagne ed offerte alla cappella. Cominciai a comportarmi come mia madre sgridandola a più riprese severamente. Lei mi metteva il broncio e non mi dava ascolto.
Una mattina cadde e si ruppe il femore. Aveva settantasei anni. La portammo in ospedale. Io mi ero appena separata da mio marito: era un periodo nero. Lui mi aiutò a ricoverarla e cominciammo ad alternarci nell’assistenza. Per non incontrarci avevamo ripartito i giorni. Peggiorò. Le trovarono un tumore, la operarono. Subentrarono complicazioni respiratorie. Non ci fu più niente da fare.
Mi chiamarono una mattina presto. Ci andai con mio marito. Nella camera mortuaria giaceva smunta, composta. Dalla porta, non ce la facevo ad entrare, ne vedevo il profilo. Aveva una dignità che non le conoscevo. Provai una pena enorme per la sua solitudine e la mia. L’avevo tenuta a distanza per tutta la vita, ma con lei se ne andava l’ultimo testimone della mia infanzia. Rimpiangevo un rapporto che non avevo mai avuto, un affetto ed un rispetto che non le avevo mai portati. Non mi restava che un inutile senso di colpa.
La seppellii, malvolentieri, accanto a mia madre, sapendo che non si erano mai amate.

 

3 pensieri su “Adriana”

  1. Un racconto molto triste e di profonda riflessione. La solitudine, quando la si sceglie, può essere una compagna a cui ci si può abituare, ma quando ci sentiamo non volute e allontanate, allora é una condanna. Ci sono persone che nascono meno fortunate di altre, non riuscendo ad emergere, andrebbero aiutate, o quanto meno bisognerebbe provarci, forse, in questo caso, l’unica persona che le ha dato la sua dignità é stata la Signora in Nero.
    Datti pace, adesso sarà sicuramente in compagnia e tutti la capiranno.
    Ciao.
    Sandra

  2. un racconto struggente e disperato: affetti mancati, rimpianti, un approfittarsi dell’altro senza scrupolo e attenzione e poi alla fine il dolore, oserei dire il rimorso, per le parole non dette o dette a sproposito.
    spesso la vita di molti è così, addolorata irrimediabilmente e senza risoluzione.
    brava, Gloria, hai ben scandagliato i sentimenti in gioco in quei rapporti ritenuti obbligati e forzati e poi alla fine, solo allora, rivalutati.
    ciao
    anna

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