L’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re

C’era una volta una bambina di nome Cocca.
Un nome un po’ strano, direte voi.
In effetti il suo nome era Carla, ma era la piccolina di famiglia, tutti le volevano bene ed era l’amore  di tutti, perciò tutti la chiamavano Cocca.
Era una bella bimba di sette anni con i capelli neri raccolti in due trecce fermate da fiocchi bianchi, gli occhi verdi e vivaci e labbra rosse sempre pronte a sorridere.
Era una ragazzina educata, di buon carattere, e socievole.
Frequentava la seconda elementare ed era amica di tutti.
La sua vita era ritmata dall’andare a scuola, fare i compiti, studiare per il giorno dopo ed
esercitarsi per le lezioni di canto.
Due volte la settimana, infatti, si recava a casa della signorina Giulia, anziana insegnante del Conservatorio e ormai in pensione, che dirigeva con passione il coro della parrocchia e seguiva le allieve più dotate perché riuscissero meglio negli assolo in cui spesso le impegnava.
Cocca viveva in un paese piccolino, senza particolari problemi e quindi andava da sola a scuola e anche dalla signorina Giulia, sapendo bene la sua mamma che la bimba non correva alcun pericolo.
Ma un giorno tutto cambiò.
Martino e Giovanni, due ragazzetti di quinta, sempre soli quando erano a casa, perché i loro genitori, come tutti i genitori del mondo, lavoravano e tornavano a casa solo a sera, invece di  trascorrere il pomeriggio leggendo, giocando giochi tranquilli, studiando e facendo i compiti, come dovrebbero fare i bambini bravi, guardavano programmi televisivi, soprattutto quelli in cui la violenza, le scazzottate e la cattiveria dominavano alla grande.
Si misero perciò d’accordo di fare i cattivi anche loro, convinti che i cattivi potevano tutto, che erano persone importanti e rispettate.
La stupidaggine suggerì loro di diventare prepotenti e pensarono di esercitarsi sui bambini più piccoli che secondo loro erano meno forti e meno pronti a difendersi.
Pensarono così di pretendere merendine, giocattoli e perfino i soldini delle mancette settimanali  dai malcapitati che venivano minacciati di pizzicotti e schiaffoni se non avessero accontentato i due birbanti.
La loro carriera di cattivi proseguiva, perché tutti i piccoletti, impauriti, tenevano ben nascosta la loro paura, fino a quando Martino e Giovanni non pensarono di attendere per strada Cocca che andava alle sue lezioni di canto e mentre uno le tirava le trecce, l’altro chiedeva, voleva, pretendeva cioccolatini e caramelle per l’intervallo della merenda a scuola.
Cocca si spaventò, come era naturale davanti ad una simile cattiveria, ma subito, appena tornata a casa, il coraggio e la fiducia in se stessa la spinsero a raccontare tutto alla mamma che il giorno dopo accompagnò Cocca a scuola e raccontò tutto alla maestra prima e alla direttrice poi.
I due prepotenti vennero puniti.
Dovettero impegnarsi a restituire tutto ciò di cui si erano ingiustamente impadroniti.
E non fu sufficiente.
Dovettero dimostrare il loro pentimento in modo vero e pratico.
Ogni mattina arrivavano a scuola mezz’ora prima degli altri alunni per aiutare di volta in volta i bidelli a riordinare le aule e a preparare il materiale scolastico necessario per il buon funzionamento delle lezioni.
Riscoprirono il fatto che il verbo “voglio” non esiste, che la prepotenza è un male, che la scuola è il luogo in cui i ragazzi si misurano per essere migliori.
Cocca, l’eroina che aveva avuto il coraggio di dire la verità, continuò la sua vita di brava bambina, stimata da tutti per il suo coraggio e la sua onestà.
Era felice, perché con il suo esempio tanti bambini si erano liberati da un incubo, mentre altri due, Martino e Giovanni, avevano scoperto la bellezza di tornare ad essere semplicemente normali.
A conclusione di questo racconto, ricordo anche a te, che stai leggendo, che essere educati e buoni è una conquista e non una debolezza.
Per questo motivo, se incontri un prepotente, fatti coraggio, non startene zitto: racconta tutto alla mamma o alla maestra che ti aiuteranno senz’altro a trovare la soluzione.

 

8 pensieri su “L’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re”

  1. Messaggio importante, attuale e valido da sempre.
    Non esiste nessun problema senza soluzione, basta parlare, far conoscere, usando sempre e comunque educazione, il risultato sarà, forse faticoso, ma vincente.
    Ciao.
    Sandra

  2. Brava, brava e ancora brava!!!!
    Un messaggio così chiaro non ha bisogno di commenti ma di un augurio fatto a voce alta: che il fenomeno del bullismo finisca presto.
    Ciao. QS-TANZ.

  3. cari Sandra e QS-TANZ,
    grazie per apprezzare questo mio filone di racconti dedicati ai ragazzi che vivono assaliti da esempi comportamentali discutibili, quando non negativi o pericolosi
    credo che il messaggio positivo non debba mai mancare nelle letture a loro dedicate e penso che ai ragazzi e ai giovani debbano essere fornite idee su cui riflettere, pensieri buoni, incoraggiamenti e suggerimenti.
    un abbraccio
    anna

  4. grazie Tilly, sei sempre attenta a ciò che scrivo e ne cogli ogni sfumatura.
    grazie ancora.
    un abbraccio
    anna

  5. Sei come sempre molto brava a trasmettere messaggi positivi… complimenti
    Grazia

  6. per chiaraguid.:
    quando mi cimento in un racconto per ragazzi, mi chiedo innanzitutto qual è il messaggio che voglio lasciare.
    la letteratura per ragazzi ha sempre avuto uno scopo didascalico, anche Harry Potter, per citare un personaggio attuale di successo e delle cui gesta sono appassionata lettrice, ha tale fine che non si riduce ovviamente all’avvicinare i ragazzi alla magia, ma ha lo scopo di presentare le difficoltà da superare come passaggi iniziatici che conducono il ragazzo attraverso l’adolescenza alla giovinezza.
    la bacchetta magica è quanto noi tutti vorremmo avere per risolvere ogni difficoltà.
    scrivere per ragazzi vuol dire, per me, comunicare loro che quanto vivono è già stato vissuto e tutte le paure possono essere superate se si scopre la possibilità e la capacità ti porsi in relazione con gli altri, con il mondo degli adulti, con la realtà che sta intorno coraggiosamente avendo fiducia in sè stessi e in quegli adulti che non possono volere altro che il loro bene.
    questo era il mio intento in questo testo (e ne sto scrivendo altri con fine didascalico) che è stato anche premiato, con altri di altri autori, ad un concorso letterario.
    fammi sapere se ho esaurito qualche tua curiosità in proposito o devo, pur non essendolo, considerarmi proprio una anziana barbosa.
    grazie
    anna.

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