Un romanzo primitivo

Il rumore delle lancette scandisce il passare del tempo. Ho ancora il coraggio di guardarmi intorno per vedere ciò che resta. Sono disteso sulla poltrona del mio studio. Qui ho trascorso gran parte dei miei ultimi cinque anni, tra scartoffie e roba varia. Aspetto ancora che quella porta si apra per vederla entrare almeno per un’ultima volta. Sto bevendo e credo di non esserne capace. Butto giù un primo sorso e quasi soffoco. Stomaco e gola sono in fiamme. Tossisco. Vorrei tanto vedere la mia immagine riflessa in uno specchio, vedere come mi sono ridotto. Tac, un minuto è passato.
Verso due dita di… non so cosa sia, forse scotch. Lascio che il liquido tocchi il fondo del bicchiere come se fosse un’onda, risalendo per raggiungere il limite. Già, il limite. Una parola che forse non c’entra nulla con un bicchiere, né tantomeno con il versare. Le parole sono solo un’illusione per rendere la vita semplice o per creare difficoltà in chi non dispone di capacità intellettuali che soddisfino la massa. In poche parole tutti quei termini non servono a nulla, il loro unico scopo è quello di creare una falsa difficoltà in cui incapperà qualche piccolo stolto, cosicché il principe delle pecore possa gioire dalla sua posizione.
Il bicchiere mi scivola di mano e si frantuma sul tappeto. Non pensavo fosse così delicato il vetro. Forse dovrei essere abituato o, per lo meno, dovrei sapere che tutto tende a rompersi, del resto è già accaduto più di una volta. Guardo fisso i pezzi di vetro sparsi ovunque. Alcuni sono arrivati vicino alla porta. Dovrei ripulire. Mi alzo e apro l’armadietto basso che è di fronte a me. Sopra un mucchio di libri che non dovrebbero esserci. Prendo un altro bicchiere. È buona norma per un nuovo alcolizzato – che non vuole servirsi direttamente dalla bottiglia – di avere almeno un secondo bicchiere di riserva. Passo su un pezzo di vetro frantumandolo del tutto. La mia vecchia poltrona in pelle. Ci sprofondo dentro. Appoggio il bicchiere su un bracciolo e chiudo gli occhi. Sbadiglio per l’ennesima volta. Ho voglia di dormire, di riposare, ma lei me lo impedisce. Avrò dormito sì e no un paio di ore in questi giorni che mi separano da loro. Tac, un altro minuto è trascorso.
Guardo fisso il soffitto come se cercassi in esso una risposta alle mie disgrazie. Perché è accaduto? Avrei potuto evitarlo? Certo che avrei potuto! Sono un povero uomo e questo mi ha impedito di guardare al di là della barricata. Quando tutto è finito ho guardato lontano, ma mi sono accorto che il nemico è sempre al tuo fianco o dietro di te. Davanti non c’è nulla se non un orizzonte incolore.

Dovrei mangiare qualcosa. C’è troppo silenzio in questa cucina. È tutto così opaco, sbiadito. Il sole che penetra dalla finestra sembra non riuscire ad illuminare questa stanza. Esco fuori al terrazzo e mi siedo. I miei occhi sono gonfi di disperazione. Porto le mani al volto e poi piango. Maledico il mondo, maledico tutti loro. Non faccio altro però, che nascondere la verità. So che dovrei maledire solo me stesso. Lui l’ha portata via. Un pianto lagnoso, quasi mi do fastidio da solo. Lacrime e saliva si mischiano sul mio volto. Nascondo la testa nelle braccia. Non ho più voglia di vedere nulla. Tac, un altro minuto è passato.

Sono stanco, ho sonno. Ho anche paura. Mi verso un bicchiere di acqua mentre guardo disinteressato la televisione. Acqua, principio di vita. Svuoto il bicchiere a terra e calpesto quella chiazza di vomito acquoso con il piede sinistro. Spengo il televisore e torno nel mio studio. Osservo i libri, gli amici libri, compagni di avventure e di passioni. Sono immobili, fermi, freddi. A loro non importa di me, non hanno voglia di abbracciarmi, né tanto meno di compatirmi.
La moquette, di un morbido verde XXX, sembra volermi assicurare la sua presenza. Lo so che ci sei, le dico e poi la calpesto con i miei sudici piedi. Sono circondato da presenze inanimate. Fenomeni che non si manifestano. Rido di un riso amaro. Il bicchiere ha ancora un po’ di scotch. Tiro giù l’ultimo collo e gemo dalla soddisfazione. Tossisco. Ho paura che possa cadere malato. Ho paura di questo? Io già sono malato! E non voglio essere curato, sia ben chiaro. Mi siedo a terra, vicino a una libreria. Mi siedo vicino ai miei unici amici che non mi pensano. Freddi, siete freddi maledetti! Rido. Che stupido che sono. Pensare che un libro possa amarti, sto sul serio impazzendo. Mi alzo per prendere la bottiglia e il bicchiere dalla scrivania dove un tempo lavoravo, poi torno a sedermi dov’ero. Un piccolo studio, nulla di più. Ha una forma ad L ed è circondato da librerie cariche di libri. Pile e pile di libri. Una scrivania alle spalle della finestra – che è di fronte all’entrata – ed una poltrona nell’angolo perpendicolare alla scrivania. Quattro lampade, di quelle alte che ricordano un po’ la forma di un ombrellone chiuso, sono l’unica illuminazione. Era la mia tana. A volte capitava che avessi del lavoro da sbrigare con una certa urgenza e mi chiudevo proprio qui dentro. Chiudevo la porta e da buon ossesso, quale sono sempre stato, svolgevo i compiti per casa. Ogni tanto speravo che quella porta venisse aperta da lei, da loro. Un solo semplice sorriso, un abbraccio, un bacio e poi pronti a ritornare agli esercizi. Una vita semplice, modesta. È stato quello lo sbaglio. Il semplice e lineare distrugge l’osservatore. Quando chi osserva diviene cieco il rischio di cadere o di essere investito è alto. Io, invece, sono cieco. Cristo se lo sono! Ciò però non mi ha impedito di vedere la loro fine, la mia fine. Così, questi miei occhi stupidi, non possono far altro che rimpiangere quei giorni. Mi verso da bere. Tac, un altro minuto è passato, forse anche più di uno. Tac, tac, tac.

Provo a distendermi qualche minuto sul letto. Chiudo gli occhi. Il mondo sembra essere così lontano.
“Che cosa hai fatto? Perché sei tutto sporco di fango?” mi chiede una voce.
“Io… io” mi guardo le mani, “non lo so.”
“Che le hai fatto?” urla una voce di donna e vengo strattonato.
“Non so di che stai parlando” mi guardo le mani.
“Assassino” mi dice, “Assassino” ripete la folla.
Apro gli occhi di scatto. Il soffitto è bianco. Tac. Guardo la sveglia ma i numeri sono tutti sciolti, così come anche le lancette. Da dove proviene allora questo rumore? Il tempo scorre ancora?
Mi porto le mani al volto. Una melma scura, puzzolente e ruvida mi sporca il volto. Mi alzo impaurito dal letto. Le mani sono sporche, sembra fango. Non capisco. Corro al bagno. Mi guardo allo specchio. Sono tutto sporco di fango. Apro il rubinetto e faccio scorrere l’acqua. Il fango non viene via dalle mani. Passo più volte l’acqua sul mio volto. Non va via, non va via!
“Amore” sento una voce alle mie spalle. Mi giro, ma non vedo nulla. I miei occhi, i mie occhi sono coperti dal fango. Mi giro e inciampo, cado a terra. Urlo per il dolore, ho sbattuto contro qualcosa. Chi è che mi sta parlando? Chi è?
“Chi sei? Chi sei?” urlo. Allungo le mani per cercare di capire dove sono caduto. È tutto così freddo, forse è la vasca da bagno. Muovo le braccia per vedere se c’è qualcuno o qualcosa davanti a me, ma sto solo spazzando via l’aria. Non c’è nessuno. Finalmente apro gli occhi. Qualcosa di umido e di caldo scorre sulla mia fronte, è sangue. Mi sono tagliato sbattendo… sbattendo contro cosa? Sono disteso sul letto. Non capisco. Sono confuso. Sono le X. Tac, e un altro minuto è trascorso.

Apro il cassetto della scrivania, prendo carta e penna. È ora che scriva le mie ultime parole. Questo è tutto. Metto il punto finale e lo poso nel cassetto di destra. Mi verso da bere. Tracanno tutto lo scotch che c’è nel bicchiere in un sorso, il polso sulla bocca accompagna questa lontana bevuta. Vado in camera da letto, apro il suo cassetto. Smuovo un paio di mutande e prendo il pacchetto di sigarette. Sapevo che non aveva smesso. Credo che anche lei lo sapesse che io lo sapevo. Bah, che schifo il fumo. Non l’ho mai sopportato. Gliel’ho detto che un giorno un tumore l’avrebbe portata via, non mi ha voluto dar retta. Dentro il pacchetto – che è quasi pieno – c’è anche un accendino. Prendo una sigaretta e l’accendo. Non fumare, le ripetevo in continuazione, così lei aveva smesso – poi ha ripreso a farlo di nascosto –. Ma io lo sapevo. Rido di questo, rido perché mi sono sbagliato, perché non è stato un tumore a portarla via. Tossisco, mi sto strozzando con il fumo. Un altro colpo di tosse, un altro ancora, un altro ancora.
Torno nella mia tana. Fumo e bevo. Corro al bagno e vomito. La mia faccia dritta nel cesso. Tiro lo sciacquone. Vorrei sciacquarmi il volto ma ho paura di non riuscirci.
Seduto sulla poltrona del mio studio guardo il soffitto. Una flebile luce, proveniente dalla lampada vicino alla poltrona, illumina la stanza. Fisso la lampadina, sta facendo la capricciosa. Capricciosa? Non so più parlare. Rido, rido, rido, rido, rido. Sto delirando. Inizio a piangere di nuovo, le mani che mi coprono il volto, che coprono la mia vergogna. Inizio a bere di nuovo. Mi sento così confuso. La stanza trema, gira. Bevo di nuovo, bevo ancora e ancora e ancora. Fino a vomitare.

Sono confuso. Da quanti giorni va avanti questa storia? Questo ripetersi continuo di lacrime e di alcol? Ogni giorno piango, ogni giorno mi butto sul letto e mi sveglio con una ferita sulla fronte. Non capisco. Quanto tempo è trascorso? Che giorno è oggi? Bevo ancora una volta. Non capisco. Non capisco. Non capisco. Perché lo ripeto in continuazione? Apro l’armadietto e prendo un’altra bottiglia. Guardo il bicchiere vuoto che è sulla scrivania. Vuoto come me. Con una mano gli tiro uno schiaffo, lo faccio volare via fino a frantumarsi sul muro. Mille scintille cadono a terra. I fuochi sono finiti, lo spettacolo è finito, è ora di tornare a casa.
Prendo un altro bicchiere. Cos’è il terzo o il quarto che rompo? Mi verso un altro bicchiere e poi vomito. Tac, e forse un altro giorno è andato.

 

5 pensieri su “Un romanzo primitivo”

  1. La disperazione è la vera malattia mortale. Mi è piaciuto, certo non per il fatto che qualcuno tocchi il fondo, per il fatto che questa è quotidiana realta di milioni di uomini ed è stata descritta magnificamente. Complimenti!

  2. Personalmente non ho capito un gran che. Ho percepito un grosso disagio interno e fisico di un uomo che ha perso una persona importante, la sua donna, probabilmente l’ha uccisa e non se ne sta rendendo conto. Si trova solo nella casa che divideva con lei, incolpa il cancro ad averla rubata alla vita, senza sapere che é un assassino, soffre, si imbruttisce e si taglia.
    L’ho trovato ben scritto, ma, a mio parere, manca un allacciamento a fare da collegamento a questo dramma quotidiano.
    Ciao.
    Sandra

  3. A me invece questa mancanza di collegamento è proprio piaciuta parecchio. E’ il momento di un uomo disperato, distrutto dalla mancanza di amore e vittima di un demone chiamato alcool. Un momento della vita descritto in maniera precisa e commovente. Bravissimo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *