Qui abita un mostro

Qui abita un mostro. La clinica ha i divani, i letti e le tende di un colore che assomiglia al verde penicillina, ha i portacenere sempre sporchi, ha la grande vetrata, ha il giardino e nel suo mezzo una sedia di plastica bianca sempre sporca.

Non volevo arrivare fino a qui, è stato lo sconforto, è stata la fatica, la tristezza, la resa è stata, un tremore continuo all’altezza dello sterno. Il non ricordare e il non voler più dire. E’ stato il fallimento.

Un giovane vecchio cammina curvo, con passo affannato all’esterno della veranda con un sacchetto di plastica in mano. Il sacchetto è vuoto, cammina velocemente, combatte con l’affanno, ma non si può fermare. Guai, se interrompesse la terapia, si fermerebbe per sempre. Il moto perpetuo è l’unica soluzione. Ma quanti anni può avere?

Qui abita un mostro.

Le gocce dolciastre e le pillole misteriose della terapia tre volte al giorno, tre volte al giorno e sempre. Dentro le gocce, infilati lì dentro, gatti sgozzati, diavoli danzanti, interminabili silenzi, litanie di parole, canzoni maledette, echi, lacrime dense come marmellata, crocifissioni e tempeste, sangue e rese, silenzi, abbandoni. Insignificanti e invisibili speranze.

Dove sono i miei figli, io c’ho due figli, ed io penso forte a loro e tutto mi gira intorno, intorno e dentro ai loro pensieri.

Nella stanza in fondo si sente ridere, c’è un piccolo uomo che ride e non sa smettere. E’ condannato così, ride da solo, ride sul sonno tormentato di tutti, ride con un dolore senza fine. Non sa, a parlare non riesce, ride sommesso l’intero giorno e la notte. Oppure è un ghigno?

Una donna grassa si racconta a Dio, prega e pulisce, mette in ordine un quaderno, un paio di occhiali e una penna che macchia e non scrive. Sposta questi oggetti su di un tavolino. Pretende la santificazione, la vuole perché è rinchiusa in quel verde penicillina da sempre, e sopporta e prega. E’ stata una voce una notte a dirglielo. Aspetta e pretende di essere Santa.

Sobiria dove sei, fammi sentire la tua voce, dal fondo del giardino, da dietro il cancello, nel cuscino, dentro il telefono. Sobiria tu taci ed io ingoio bicchieri di tranquillanti.

Ma l’energumeno sprofondato in un sonno profondo in quel verde, improvvisamente si scuote, spalanca gli occhi ed urla.

E ancora una volta risuona l’ora della terapia. Ancora una volta, ancora e ancora una volta.

L’energumeno digrigna i denti fino a spaccarseli. Lo fanno scivolare dal verde penicillina e lo trascinano via.

Tutti chiedono sigarette, anche se non le fumano, girano su se stessi ed implorano sigarette. Un magro barbiere mi si para davanti all’improvviso e mi chiede:

– Come hai dormito stanotte? Io non ho dormito, non so a cosa ho pensato. Tu hai dormito, dimmi la verità, così, con la tua verità anch’io mi ricordo, mi devo per forza ricordare a cosa ho pensato. Ce l’hai una sigaretta? Dammi la sigaretta, dentro la tasca ce l’hai di sicuro… Chissà a che cosa ho pensato questa notte –

Tina ha il naso ad uncino e le dita a martello, dondola e dondola al cospetto di un albero fermo lì da secoli. La guardo dalla vetrata, qualcuno vuole fermare l’albero. Dalla vetrata al corridoio, una donna anziana mi si aggrappa al braccio e mi dice che non riesce a dormire, lei di medicine ne prende a manciate, ma di dormire non se ne parla, vuole che stia con lei ad aspettare. Che faccio, la prendo a calci?

Antonella ha deciso finalmente di ricominciare a parlare, esce dalla sua stanza e bussa alla mia.

– Te l’ho detto che ho tentato di ammazzarmi col gas, con la testa ficcata dentro al forno ? Ma mio marito non fa altro che contraddirmi, dice che ero appesa fuori della terrazza prima e pronta e decisa a strozzarmi poi –

Sobiria tu sei qui e cosa mi hai detto, non l’ho sentito, io non voglio sentirlo.

Questa è la casa del mostro.

E questa è una crisi di panico, il braccio sinistro mi trema incontrollato, non riesco a rimanere dritto, respiro forte, a bocca spalancata, non me ne accorgo e piango. Adesso mi faranno un’iniezione e dormirò, oltrepasserò l’angoscia e sbriciolerò ogni pensiero. La bava sul cuscino e il sonno, il mio sonno, quel sonno che è tanto che non voleva arrivare.

Seduto sempre sullo stesso divano ripete al nulla la sua frase:

– Mio padre è morto, se n’è andato mio padre. Mia madre canta la sua canzone. Mia sorella è seduta sulla sedia a rotelle, non riesce nemmeno a pisciare da sola e allora all’ospedale ci sono andato io, ho preferito così –

Questa frase ripete tutto il giorno.

E il giocatore di scacchi è un vero fenomeno. Gioca a scacchi sempre e solo contro di me, lui insiste ed io non voglio rifiutare. Mette in atto mosse micidiali, poi ci rinuncia e sbaglia a bella posta, per farmi vincere, per essere sadicamente gentile. All’improvviso crolla con la faccia sulla scacchiera, la schiuma dalla bocca, i tremori, si divincola, butta giù tutto.

– Alessandro si sente male, è in terra, sembra che muore!! –

E’ un genio epilettico quello.

– Mi dai una sigaretta? Me lo offri un caffè? Me l’hai già data la sigaretta? Fratello, dammene un’altra fratello che me la tengo per dopo. Senti, e una sega te la fai fare? Fa bene una sega, molto meglio di tutte queste medicine di merda –

La ragazza con gli occhiali mi racconta che ha bruciato la sua patente perché la fotografia era inquietante, non sembrava la sua, non corrispondeva proprio alla sua realtà di adesso. Poi anche il passaporto perché il colore degli occhi e l’altezza erano una cattiva bugia. Sì, sua madre, era lei che una notte aveva sognato di strangolare. Le aveva rotto gli occhiali a calci ed altro. E in più, proprio qui, in clinica, un paziente s’è innamorato e le ha ficcato un cellulare nel sedere, lasciandoglielo dentro e andandosene come se fosse niente. Da allora telefonate, voci, numeri, tutto dentro, un casino incessante. Non riesce più ad andare in bagno, e nemmeno a pensare è più capace.

Questa ragazza, mischiata al verde penicillina, io credo d’amarla, e la odio perché è il mostro che vive dentro di me. Mi guarda e non parla, è la mia malattia.

Entra qualcuno nella camera, non ha capelli, forse è una donna ma non è sicuro. Trema.

– Scusi questo è l’ufficio persone scomparse? Io la mia giacca non la riesco a trovare –

Un urlo liberatorio da in fondo al corridoio, più che un urlo un forte sospiro.

E’ qui che il mostro soffre.

Una nera e grassa con due grandi occhiali mi dice di aver tirato giù e rovinato molti quadri di un museo, perché tutti gli occhi dei dipinti la guardavano in modo severo, volevano rimproverarla. Il dottore era un turista mischiato fra di loro, il carnefice scelto fra tanti. Erano tutti occhi neri. Occhi neri maledetti.

Maurizio è un poeta che non riesce a scrivere più, ha paura e crede di avere la febbre alta. Guarda immobile i suoi piccoli piedi.

– Hai una sigaretta? Hai una parola per me? –

– Senza sigaretta non riesco a dormire, non riesco a pensare, non so cosa significa guarire. Hai questa cazzo di sigaretta? –

La voce del malessere corre dentro i termosifoni e nell’acqua corrente, illumina i corridoi sempre accesi.

Sobiria tu sola puoi tirarci tutti fuori di qui, accompagnarci al cancello e mandarci via con un sorriso. Ma tu non hai proprio intenzione di farlo.

E’ qui che il mostro è prigioniero.

Bruna oggi deve uscire, mi trascina fuori in lacrime a salutarla, si aggrappa a me, stringe un piccolo pezzo di vetro e se lo conficca nella vena del polso.

– Questa è la mia famiglia e tu sei mio padre. Non voglio più uscire di qua –

 

3 pensieri su “Qui abita un mostro”

  1. non dire “io c’ho due figli”: primo perchè nessuno ci ha due figli, secondo perchè grida vendetta ortografica e grammaticale …e ricorda quel politico che sa indignarsi, ma non sa parlare. (Chi avrà regalato a costui la laurea e fatto superare duri concorsi di selezione? non vorrai accomunarti!)
    per il resto è un bel racconto di straordinaria follia.
    ciao.
    anna

  2. Un racconto inquietante che parla di una realtà che appartiene ad un mondo più vicino a noi di quello che potrebbe sembrare. La testa…, una macchina meravigliosa e perfetta come il nostro corpo, ahimé non ci sono veri pezzi di ricambio, quando qualcosa va in tilt é una sfortuna e una condanna.
    Ci vuole coraggio a parlarne, ancora di più a fotografare con gli occhi la realtà di tutto ciò.
    Sandra

  3. Di sgrammaticature ce ne sono parecchie, anche a volerle passare per errori di battitura. Tutto lo stile sembra la cattiva traduzione di un autore americano.
    Il racconto potrebbe avere il suo fascino: la follia calamita l’attenzione, incuriosisce e respinge, ma l’enumerazione delle patologie, pur sottointendendo la vastità delle tragedie umane, ne fa una teoria lunga e monocorde che stanca il lettore.
    In altre parole manca di ritmo. O piuttosto il ritmo è ossessivo, come si conviene all’argomento, ma non convincente.
    Proverei a rivedere la sintassi e ad eliminare qualcuno dei casi clinici. Quelli rimasti risulterebbero più incisivi.

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