Chiedi alla polvere – John Fante

La polvere che dà il titolo a questo breve romanzo è la sabbia pesante del deserto, che spietatamente, ostinatamente, disperatamente ricopre i corpi inermi dei protagonisti, i loro fragili sogni, come fosse un velo impietoso, come una distanza dal resto del mondo.
John Fante racconta vite accaldate, grondanti follia e lacrime.
Racconta di illusioni che nutrono al posto del pane: le illusioni di uno scrittore squattrinato, Arturo Bandini, che può permettersi di mangiare soltanto arance, colazione pranzo e cena, ma che ciò nonostante già si figura i suoi romanzi in bella vista tra gli scaffali delle più importanti librerie, settore B, accanto ad un Arnold Bennet o a qualcun altro del club di cui già sente di far pienamente parte.
E scrive alla madre lettere piene di deliri e bugie, promettendo successi imminenti.

Megalomane, egocentrico, vive di cieca fiducia nel domani.
Ingenuo, soprattutto.
Talmente ingenuo da mandare una proposta di matrimonio via telegramma, recapitata alla donna amata direttamente sul posto di lavoro – il bar in cui l’ha conosciuta solo qualche giorno prima – permettendo così che lei la metta in mostra divertita, come un ridicolo trofeo, sottoponendola alla curiosità dei baristi e persino dei clienti sconosciuti, suscitando l’ilarità generale mista allo sconcerto di qualcuno.
Il tutto mentre lui osserva la scena da fuori, ammutolito.

Saranno state le sue scarpe rotte, la pelle bruna, o quel suo volteggiare allegramente fra i tavoli.
Fatto sta che una di queste cose, o tutte assieme, mettono Bandini per la prima volta di fronte alla crudeltà dell’amore.
Camilla ha negli occhi una furia sorridente, voluttuosa, e denti bianchi come perle, ma ama un altro che la rifiuta a sua volta.
Arturo si ritrova più d’una volta ad un passo dal possederla, ma via via si fa sempre più consapevole ed atroce la certezza che lei non gli apparterrà mai.
Che lei non può appartenere a nessuno, perché l’unico che avrebbe potuto averla non l’ha voluta.

E dopo aver vanamente cercato di salvarla da se stessa, dalla pazzia, dall’alcool, dalla droga e da quell’amore feroce, decide infine di abbandonarla al suo destino: alle colline, ai sassi, al cielo.
“Era quella la sua strada”.

Il sogno di un’intera vita realizzato: il suo romanzo finalmente tra gli scaffali, settore B;  ma tra le migliaia e migliaia stampate, l’unica copia di cui gli importi, quella destinata a Camilla, è costretto a gettarla nel vento, in pasto al deserto, sperando che in qualche modo le arrivi, ma sapendo in cuor suo che la polvere ricoprirà quel libro, come ha già fatto coi capelli di lei, col suo sguardo, con la sua voce e con tutto il resto. Perché è soltanto la polvere che rimane alla fine, a dominare incontrastata sulle cose non dette e su quelle stradette, a suggerire risposte, a ricordarci cosa siamo…

Questo romanzo rapisce per la desolazione che continuamente si affaccia sulle vite dei suoi personaggi, con il deserto che fa da sfondo ideale alle loro esistenze febbrili.
Arturo sembra avere un’unica ragione di vita, ma quando quel sogno finalmente si realizza, scopre che la ragione era un’altra.
E quella ragione è senza speranza.
Perché ha quel nome, quel volto, quegli occhi inafferrabili, perduti per sempre.
Quegli occhi mai avuti davvero.

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