Artù

Artù,
te ne sei andato la vigilia della scoperta dell’America, dopo l’iniezione della veterinaria che ha fermato per sempre il tuo respiro, ormai flebile e silenzioso, senza più quel rassicurante “ron ron” che per diciassette anni aveva cullato le mie notti inquiete.
Eri arrivato in un luglio piovoso come non mai, su quella sponda del lago Maggiore che tutti si ostinano a chiamare “magra”.
Grigio ferro, come l’armatura di un antico cavaliere, ti avevo chiamato così perchè anch’io avevo deciso di indossare una corazza, unica arma di difesa che mi era rimasta per impedire al mondo di continuare a calpestare i miei sentimenti e le mie fragilità.
Ti eri subito preso cura di me, aiutandomi a placare le mie ansie, i miei scatti di rabbia, proteggendomi soprattutto di notte, quando le veglie si alternavano a sonni tanto profondi da faticare, la mattina dopo, a rientrare nel tempo e nello spazio.
Ti accoccolavi aderendo al mio corpo con un abbraccio peloso e non ti muovevi più, difendendomi con tutto il tuo amore felino, ma pronto allo scatto al minimo rumore che potesse annunciare l’arrivo di qualche maligna presenza.
Spegnevo la luce e la stanza piombava nel buio, appoggiavo il capo sul cuscino e poi restavo in attesa. Poco dopo sentivo il passo felpato delle tue zampe accarezzare la moquette, aggirando le sponde del letto e poi “fluff”: eri già ai miei piedi, in una lenta marcia di avvicinamento che ti avrebbe permesso di scivolarmi addosso, iniziando quasi subito a modulare quella tua ninna nanna che, piano piano, avrebbe fatto piombare anche me nell’oblio del sonno.
In tutti questi mesi ho cercato di abituarmi al silenzio, ma ogni notte ho continuato a percepire quel “tic tic tic” che annunciava il tuo arrivo e ogni volta allungavo la mano per massaggiarti le orecchie, mentre il tuo muso bagnava le mie dita…
Anche di giorno, se mi giravo di scatto, ti vedevo ancora acciambellato là, sulla tua poltrona preferita, di pelle dorata come i tuoi occhi, o riflesso nello specchio dell’ingresso, intento a spiare i miei movimenti, in attesa di un rapido gioco di sguardi e di una finta lotta all’ultimo sangue.
Poi non ce l’ho fatta e, quando, un anno dopo, sono arrivati Movie e Merlino, sono stata contenta di avere ancora qualcuno che si prendesse cura di me…
Ma quando intorno tutto tace e apro gli occhi nel buio della notte in attesa che il sonno mi prenda, sei ancora tu che arrivi e “fluff”, in un attimo sei già accanto a me, allunghi la zampa per fartela massaggiare ed io, finalmente, posso addormentarmi nuda, lasciando la  corazza ai piedi del letto…

 

4 pensieri su “Artù”

  1. E’ stupendo questo racconto. L’amore per gli animali è senza scudi e falsità… come non succede tra gli uomini…

  2. Ciao, buono lo scritto, sentimenti veri e leali. Peccato tu abbia mancato la parola “dell’anniversario” in quanto leggendolo così sembrerebbe sia morto l’11 Ottobre 1492. Con simpatia…

  3. Conosco la sponda “magra” del Lago Maggiore, e conosco codesto tipo di amore. Personalmente non ne potrei fare a meno. Di recente sono stata malata ed il mio Benny non si é mosso dal tappeto in fondo al letto, quando lo faceva, era solo per annusarmi e sentire se respiravo.
    A coloro che non comprendono questo tipo di amore dico: parlate e non conoscete, sappiate che vi perdete molto.
    Brava.
    Sandra

  4. Bellissime parole, riesco a percepire la tua mancanza.
    Un piccolo manifesto per tutti gli amanti degli animali.

    p.s: concordo sull’equivoco della data

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