Maledette canzoni d’amore

Dentro quell’armadio non era nascosto alcuno scheletro, solo una serie di grucce con appesi degli eleganti abiti oramai fuori moda, quando apriva un’anta questi si agitavano e parevano per un’attimo riprendere vita, in realtà forse lo erano davvero degli scheletri, quello che rimaneva di una vita passata.

Mariano Taglioni prima di tornare ad essere un numero negli anni sessanta era stato sicuramente per un certo lasso di tempo un volto, aveva partecipato nel 1964 alla prima edizione di Cantanti Rampanti ed aveva ben impressionato con la canzone “Hai giocato a canasta col mio cuore”, forse ricorderete il verso più celebre del brano, quello che dopo il ritornello faceva “apri il mio cuore come fosse un’ostrica, dentro vi troverai le perle del mio amore”, quell’estate centinaia di coppiette si appartavano su queste note, ci fu anche una specie di piccolo boom di bambini chiamati Mariano.

Nel 1966 aveva pubblicato per la casa discografica Caragnoni il suo primo Lp intitolato molto semplicemente “Mariano”, un successo a livello nazionale con brani diventati leggenda come “Dileggiami”, “Làpidami il cuore” e “Il sole sorge sul tuo letto”, pezzi melodici che strappavano cuore e lacrime agli adolescenti dell’epoca; tutti ricordano la sua esibizione al Festival di Sanremo del 1967, quando entrò in scena con uno smoking verde pistacchio e cantò con straordinaria intensità “Tramandami le tue ali”. Non vinse, ma fu il vincitore morale.

Ed eccolo quello smoking, quarant’anni dopo è lì a ciondolare dentro quell’armadio, Mariano ogni tanto lo guarda e guarda anche il bellissimo completo grigio che gli sta affianco, ricordo della serata di Gala al teatro Volvinio di Bergamo nel 1969, l’anno del suo ultimo brano significativo: “Pastura il mio cuore”. Era stata la grande attrazione quella sera, il pubblico non smetteva di applaudirlo e alla fine dovette farsi largo tra due ali di folla per raggiungere la macchina.

Che era successo poi, negli anni settanta non riuscì più a ritagliarsi spazi convincenti a livello nazionale, il suo nome scivolava nel dimenticatoio, le sue canzoni tutto sentimento e lacrime parevano aver stufato, aveva solo poco più di trent’anni ma era vecchio e sorpassato per il mondo musicale, tentò una svolta cercando di rifarsi un nome nel nascente fenomeno del Prog Rock fondando la band “Mariano e gli Elfi”, ma il solo risultato fu quello di farsi deridere dall’intero ambiente che bollava il suo tentativo come una bieca operazione di recupero; il famoso critico musicale Livio Aragosti disse: “per quanto tu possa truccare bene un morto, quello sempre morto rimane”.

Era finito, l’alcool divenne parte della sua vita, ritornò in scena solo a metà degli anni ottanta per qualche patetica trasmissione di Revival, una gara a squadre con altri dimenticati, eseguì in modo approssimativo e scordando anche alcune parole di “Rapinami il cuore”, pezzo misconosciuto degli albori della sua carriera, il presentatore disse di fare un bell’applauso a Mariano, mentre lui scompariva traballante dietro le quinte.

Stava ancora davanti all’armadio immerso nei ricordi quando una voce che conosceva bene lo destò, quella voce lo chiamava da dietro la porta, non era particolarmente felice di sentirla ma non poteva fare a meno di andare ad aprire.

La voce squillante nonostante l’età era quella del suo manager dei vecchi tempi, non lo vedeva da quanto?, almeno quindici anni, l’ultima volta gli aveva proposto un ingaggio per cantare alla sagra delle rane fritte di Barbabietolo, un paesino in provincia di Cuneo, poi era sparito e non ne aveva più avuto alcuna notizia se non di terza mano, aveva sentito che era stato per qualche anno in Ecuador ad organizzare eventi musicali per un associazione no profit italiana.

Perchè ora era tornato?

“Che gioia rivederti Mariano, ti trovo bene sai” disse mentendo spudoratamente, in realtà si trovava davanti un uomo distrutto che viveva in mezzo a calzini sporchi e bottiglie di vino scadente che rotolavano qua e là, niente che ricordasse minimamente un passato da celebrità, tutto svanito, ma lui lo trovava bene.

“Anselmo, sei tornato” farfugliò “se sei venuto a chiedermi dei soldi guardati attorno, guardati bene attorno e dimmi cosa vedi”.

Il vecchio manager aveva l’aria di un uomo in salute, lui l’arte non aveva mai saputo nemmeno dove stesse di casa, non aveva alcun talento se non quello di maneggiare i soldi, erano il suo pensiero costante, i soldi, come farli, come moltiplicarli, era stato sicuramente un buon manager finchè le cose erano andate bene, poi l’aveva gradualmente mollato come fanno tutti quando sentono la puzza del fallimento, era uno di quelli che sarebbero caduti sempre in piedi, mentre quelli come lui si sdraiavano e stavano a guardare.

“Io so cosa vedo, vedo un vecchio cavaliere stanco e sfiduciato, tu invece non lo sai cosa vedi vero Mariano?”

“Si che lo so: vedo un uomo abbronzato che ha la mia stessa età ma pare mio figlio, vedo un uomo che indossa abiti eleganti e un dopobarba che per qualche giorno ristagnerà tra queste mura”.

“Tutte queste cose Mariano, ma non vedi la più importante: non vedi la luce della salvezza, io sono colui che ti riporterà in sella.”

“Sono vecchio per partecipare ai concorsi ippici sai” e rise stancamente della sua battuta.

“Potevi fare del cabaret… intanto prendi questa” disse porgendogli una busta, “è un assegno di duemila euro, magari ti smuove un po’”

“Non voglio la carità, se sei venuto fin qui per questo potevi startene dove stavi, dovunque fosse”, e gli girò le spalle lanciandogli la busta addosso.

“Io non sono un ente di beneficienza, questi soldi sono tuoi, te li sei guadagnati” prese un respiro,

“senti vengo da Port Au Prince, lavoro per l’ambasciata italiana, organizzo serate e non ci crederai ma i tuoi vecchi pezzi vanno alla grande, guarda” e gettò sul divano un compact disc.

Sulla copertina v’era la foto di un sole adagiato su di un piatto di lasagne, “La Grande Musique Italienne” questo era il titolo della compilation, tra una sfilza di nomi compariva due volte il suo, “Arràngiati” e “Frappè di lacrime” i pezzi selezionati, due brani dei quali non ricordava né le parole né la melodia.

“Mariano vieni con me ad Haiti, io e te di nuovo assieme come i vecchi tempi, la gente lì impazzisce per i pezzi melodici tutto sentimento, avrei pensato di entrare in sala d’incisione e rifarli in lingua francese, magari gli cambiamo un po’ l’arrangiamento, facciamo un po’ una cosa alla Montand, alla Gainsbourg…” e mentre parlava spruzzava saliva tutto intorno.

Ci pensò un attimo mentre si rigirava il cd tra le mani, poteva essere un’occasione in effetti, ma non ne voleva più sapere di fare il cantante, non voleva più esibirsi davanti a nessuno e non voleva più cantare quelle maledette canzoni d’amore, né in italiano né in francese né in qualsiasi altra lingua.

“Haiti dove rimane, in Asia?” chiese fissando il manager negli occhiali da sole.

Anselmo scosse la testa ridendo, “ma quale Asia, è una magnifica isola nell’oceano Atlantico, devi vedere la gente, vivono col sorriso sulle labbra e hanno la musica nel sangue, è il posto adatto per un artista come te, è il posto adatto per la catarsi” e mosse le mani in un modo che lo fecero apparire come un pessimo prestigiatore.

“E’ per caso quel posto dove ci son sempre gli uragani?”

“Ogni tanto pioviggina, ma non ti preoccupare starai solo in hotel a cinque stelle, credimi ben presto ti dimenticherai di questo appartamentino squallido e puzzolente, Mariano” e poi alzò considerevolmente il tono di voce, “questa è la tua grande occasione e poi da quanto non stai con una donna eh, un paio di esibizioni e avrai la fila fuori dalla tua stanza, vecchio porco, come quarant’anni fa, ti ricordi quante ce ne siamo passate…”

“Allora avevo venticinque anni… non mi interessa avere nessuna donna sull’uscio di casa, mi dici appartamentino squallido e puzzolente, io qui ci ho vissuto gli ultimi venti anni della mia vita mentre tu eri a fare il puttaniere in mezzo all’oceano, io sto bene, mi bastano i ricordi, quello che è stato non ha più nessun motivo di tornare, vattene da questa casa, tornatene nei tuoi hotel di gran lusso con la pioggerellina che ti batte sulle finestre e le baldracche fuori dalla stanza.”

“Sapevo che avrei fatto un viaggio a vuoto, sei sempre stato un gran coglione Mariano, parlare a te di successo e di bella vita è come mimare un film ad un cieco, addio” e se ne andò sbattendo platealmente la porta.

Finalmente solo pensò lui, richiuse a doppia mandata e si promise che non avrebbe più aperto a nessuno, si andò a sedere sul divano scansando una bottiglia di Lambrusco e mise il cd nel lettore: partirono le prime note di “Frappè di lacrime” e quando giunse a metà canzone al verso: “amaro frappè di lacrime sei un veleno che non riesco a deglutire” non potè fare a meno di pensare a quante stronzate gli era toccato cantare in quelle canzoni d’amore.

 

3 pensieri su “Maledette canzoni d’amore”

  1. Bella e triste. Sa di cose vecchie, usate e dimenticate, come succede a volte nella vita.
    Ma rimane sempre la dignità, che l’uomo sa riacchiappare anche all’ultimo momento.
    Ciao.
    sandra

  2. un bel racconto, a mio giudizio umoristico e permeato di un’ironia che trascina.
    divertenti quei cenni squisitamente lombardi ( la società discografica dei Caragnoni e il teatro Volvinio che farà imbizzarrire i bergamaschi!) che dipingono il personaggio e lo collocano in un ambiente preciso.
    simpatica la descrizione di quel mondo musicale da sottobosco degli anni ‘ 60 milanesi in cui molti passerotti si credevano usignoli…
    da correggere qua e là le imprecisioni, ma decisamente piacevole.

  3. un racconto di un’ironia irresistibile! penso a certo pop di oggi….! ciao, rosatea

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