Il Luccio

“Non dirmi che vai ancora a pescare?”
“Infatti non te lo dico. Presumo che tu sia abbastanza intelligente da capirlo da sola, presumo male?. Non abitiamo a Venezia e non mi pare che ci siano stati alluvioni recentemente, a dire il vero sono due mesi che non piove una goccia d’acqua, quindi se mi vedi indossare questi stivaloni e aggiungi che ho con me due canne da pesca e la mia cassetta da bravo pescatore dovresti accettare il fatto che io non ti dica che vado a pescare, semplicemente dovresti stare in silenzio e osservarmi uscire.”
“Oggi è domenica, capisco che tu non voglia vedere mia madre, anche se è dal giorno del matrimonio che non la vedi, ma pensavo si potesse andare a fare una scampagnata o al cine tuttalpiù, l’ultima volta che mi ci hai portato si poteva ancora fumare in sala”.
“Ecco uno dei motivi per cui al cine non si va più, e poi vuoi rinchiuderti davanti ad un megaschermo la domenica pomeriggio con questo sole, stanotte ho sognato un luccio di cinque kg che mi chiamava per nome e saltava fuori dall’acqua e rimaneva immobile a mezz’aria e mi fissava, poi mi sono svegliato ed ho visto che eri tu che mi fissavi, che razza di incubo”.
“Potresti sognare qualcosa di meno inquietante, no?”
“Non hai capito. Il sogno era meraviglioso, l’incubo è stato vedere i tuoi occhi che mi fissavano, pensavo che volessi uccidermi.”
“Magari un giorno lo faccio, ti strangolo con una delle tue schifose lenze. Vattene. Vattene dal tuo luccio, ti aspetta.”
Chissà perchè non vuole più venire a pescare con me, eppure quando eravamo fidanzati passavamo delle belle giornate al fiume, le avevo persino insegnato a slamare i pesci senza ferirli, le avevo spiegato che era un’operazione delicata da compiere, il pesce va trattato con riguardo, qui non si tratta di andare a pescare per portarsi a casa da mangiare, quello lo fanno i morti di fame, non siamo primitivi noi le avevo detto, questo è uno sport.
Forse si era risentita quando l’avevo gettata in acqua per tirare su quella splendida tinca, ma cazzo mi ero anche raccomandato prima di uscire di prendere il retino, visto che l’aveva dimenticato mi era parso naturale pensare che il suo senso di colpa l’avrebbe indotta a fungere in qualche modo da sostitutivo, beh forse mi sbagliavo perchè non mi rivolse la parola per una settimana, un po’ per l’incazzatura e un po’ per la febbre alta che le rendeva difficile articolare frasi che non fossero “che vuoi stronzo” oppure “crepa”, beh meglio così, in fondo era meglio che stesse a casa, non si può pescare con una persona che ti sbuffa nelle orecchie, senza contare che psicologicamente potrebbe in qualche modo indisporre il pesce, magari più propenso ad abboccare a qualcuno che non abbia affianco un vaporetto incazzoso.
Finalmente, oggi sarà una magnifica giornata, tutte le giornate al fiume sono magnifiche, fuori da quella casa tutte le giornate sono magnifiche, niente urla, niente pavimenti appena lavati, niente pattine che ti aspettano minacciose appena varchi l’uscio di casa, nessuna incombenza noiosa da sbrigare, nessuna nuova pettinatura da notare, niente di niente di tutto questo, la vita è bella, oh si.
E così assorto in questi dolci pensieri non bado nemmeno troppo a controllare le mie canne da pesca, guardo lo scorrere tranquillo del fiume, i riflessi dorati del sole sull’acqua, un copertone che mi passa davanti e se ne va verso il mare, sono solo con i miei pesci che non li vedi ma ci sono, ho portato gli stivali ma non entro in acqua, me ne sto qui seduto e mi viene da piangere perchè dopo dovrò tornare in quella prigione, oggi è il giorno di quel maledetto polpettone asciutto, so già che mi aspetta per cercare di soffocarmi, ogni volta almeno un boccone rischia di finirmi di traverso, pare che quel figlio di puttana abbia un navigatore satellitare impostato su via trachea anziché su via esofago, non mi stupirei se fosse tutta una sua manovra, magari durante le mie assenze ha appreso l’arte di ammaestrare il polpettone, potrebbe comandarlo mentalmente, così si spiegherebbe perché lei lo mangia con tutta quella disinvoltura.
Poi tutto scompare, tutti questi pensieri vengono spazzati via da una visione: un luccio emerge dai flutti e proprio come nel sogno viene verso di me, veleggiando a mezz’aria si avvicina al mio viso e mi guarda, anzi mi squadra dalla testa ai piedi, poi si avvicina all’orecchio e mi dice qualcosa, ho l’orecchio bagnato e non capisco bene cosa mi dice, pare che mi dica “ti amo” oppure “ti assolvo” o tutte e due le cose insieme, poi tutto diventa più chiaro.
“Vorresti vivere con noi, vorresti abbandonare per sempre la tua vita, io lo so”, mi dice, “ti osservo sempre, sei triste quando te ne vai e allora perchè non resti qui, questa è la tua casa, questi sono i tuoi amici, io sono il tuo amore, non tornare, getta tutto e seguimi senza paura.”
Ora ogni tanto vedo mia moglie che viene al fiume a guardare l’acqua, io e lei la osserviamo dalla nostra tana, non mi pare triste, solo ogni tanto tira qualche sasso.
“Sei pentito della tua scelta?” mi fa lei guardandomi negli occhi.
“No, non sono mai stato cosi felice, e poi guardala: non riesce nemmeno a far fare più di tre rimbalzi a quel cazzo di sasso.”

 

3 pensieri su “Il Luccio”

  1. Miniracconto di chiara natura introspettiva, eh già. Non si può avere il fiume pescoso e la moglie contenta. Alcuni passaggi di ottima poesia innovativa. Saluti…

  2. ….senza saperlo, deve essere stato per evitare tutto questo che finchè in casa è durata la passione (per la pesca), anch’io andavo a pescare…
    divertente e scorrevole.
    bellamente surreale.
    anna

  3. Molto simpatico e nuovo. Da un punto di vista femminile, tu capisci che parteggio per tua moglie, beh, scaraventata nell’acqua in sostituzione del retino, francamente io ti avrei rifilato il guttalax in qualche bevanda…, comunque, se posso, la parola -cazzo- ultramoderna, poiché ripetuta almeno tre volte, la trovo un po’ forzata oltre che bruttina sullo scritto, magari si potrebbe sostituire con altra…
    Ciao.
    sandra

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