Una rendita di fattanza

Per il linguaggio adoperato e i temi trattati, si consiglia la lettura ai soli adulti.

 

Stavano costruendo un altro centro commerciale, il terzo in poco più di un anno, confezionato ad arte per assecondare la sete d’oblìo di migliaia e migliaia di anime in pena: tempo un paio di mesi, e vi si sarebbero recate in pellegrinaggio intere comitive di giovani griffati e nulla-pensanti, tristissime famiglie con lo sguardo annoiato, senza nulla di cui parlare a parte il mutuo o le rate della macchina;  gruppetti di fanciulle in età da marito a caccia di saldi, pronte ad uccidere per un golfino rosa pastello, bisognose di compensare con lo shopping compulsivo l’astinenza sessuale forzata.  Masse infinite di individui, tutti accomunati dal bisogno irrefrenabile di perdersi tra le luci colorate e le vetrine accattivanti, si sarebbero dati appuntamento lì, per passare ore liete e vuote, estraendo di tasca il portafogli, di tanto in tanto, giusto per sentirsi ancora vivi. Giusto per essere sicuri di far davvero parte di quella splendida presa per il culo.

Pensava a questo e a mille altre cose Jane, mentre stava seduta sulla sua impalcatura preferita, primo piano, isola B, nascosta nei meandri di quello che era ancora uno scheletro di cemento, ma che molto presto sarebbe diventato l’ennesimo, inutile tempio del sabato pomeriggio.
Accarezzava la sua beretta 81 FS calibro 7.65.
Quella non era una mattina come le altre: tanto per cominciare, si era svegliata prestissimo.
O più semplicemente non aveva dormito affatto. Si era infilata i suoi jeans preferiti, quelli che portava nelle foto di Stoccolma, scattate quattro anni prima. Quelli che le ricordavano che dopotutto era stata felice anche lei, una volta.
Era uscita di casa senza dir nulla a nessuno. D’altronde nessuno le aveva chiesto niente.
Venerdì 15 ottobre: il giorno stabilito.
Jane le cose le doveva decidere, odiava che fossero gli altri a farlo per lei.
Ancor di più detestava che fossero gli eventi o il caso a travolgere i suoi minuziosi programmi.
Inutile dire che andava puntualmente a finire  così, nonostante le sue migliori intenzioni: lei non decideva mai nulla. Volente o nolente, lasciava fare.
Era stato così da sempre. E sarebbe stato così anche quel giorno.

Fino a quel momento, tutto secondo i piani: aveva caricato, attenendosi alle istruzioni lette avidamente su internet nei giorni precedenti; aveva tolto la sicura con singolare maestria, stupendosi di se stessa; aveva lentamente girato la canna verso di sé e se l’era poi infilata in bocca, chiudendo gli occhi mentre la saliva trascinava giù per la gola quel sapore metallico.
Posizione molto cinematografica, ma piuttosto scomoda. No, non era quello il modo. Provò a posizionare la canna sulla tempia: decisamente meglio.
Concentrò tutte le sue energie fisiche e psichiche sull’indice della mano destra, saldamente poggiato sul grilletto, e sentiva che era pronta, che stava succedendo. Anzi, una volta tanto, era lei che lo stava facendo succedere.
Lei, e lei soltanto.

E invece no. Sorpresa! Il benedetto ditino non ne volle sapere. “Premi, cazzo, premi!”.
(Cosa sono queste lacrime, Jane? Non avrai mica paura? Sono mesi che ci pensi, che non vedi l’ora. Doveva essere il tuo momento, Jane. Fallo e basta!).
Jane riprova ancora, ma il dito non risponde al comando. Il grilletto resta immacolato.
La beretta cade ai suoi piedi. La riafferra a fatica, le mani che tremano. Le sue bellissime mani con le unghie dipinte di nero.
La canna della pistola è di nuovo sulla sua faccia, ma ormai non ha più nulla di minaccioso.
Una voce da dietro la fa sobbalzare: “Ma che cazzo stai facendo?”
Adesso quella voce è un grido: “FERMATI, CRISTO!”.
Jane ha la vista annebbiata, gli occhi pieni di pianto: “Vattene!”. Un filo di voce appena.
“METTILA GIU’, CAZZO! METTILA GIU’!”.
“VATTENEEEEEEEEEEEEE”
Un urlo disumano, agghiacciante; fa quasi più paura della pistola che adesso lei gli sta puntando addosso. E’ quell’urlo a farlo indietreggiare.
“Vattene, ti prego”.  Lo dice come a supplicarlo di rimanere.
Lui adesso si avvicina e le sfila di mano la pistola, senza alcuna resistenza. La esamina con attenzione.
“Dove l’hai presa?”.
“Da un tizio”.
Un’ottima arma di difesa. Dicono che sia una delle più maneggevoli in assoluto, e poi ha un’ottima affidabilità perché il fusto dell’otturatore è aperto. Ma com’è che ti ci vuoi ammazzare?”.
Jane nemmeno lo sta ascoltando, quasi meccanicamente esclama: “La sai usare?”.
“Perché?”.
“La sai usare?”.
“La saprebbe usare chiunque.”
“Spara, allora. Sparami in faccia”.
“Mi prendi in giro?”.
“Che ti costa? Non lo saprà nessuno. Qua intorno non c’è un’anima viva, nemmeno uno straccio di tossico”. E nella sua testa aggiunse “a parte te”.
“Tu sei veramente fuori”.
“Spara. Io non ce la faccio. Ti prego spara tu”.
“Ma che ti viene in mente?”.
“Quanto vuoi? Qualsiasi cifra, davvero. I miei hanno un sacco di soldi”.
“Tu sei… tu…”
“10.000? 20.000? 100.000? Quanto ti serve?”
“…..”
(Centomila, Will, porca miseria! Come vincere alla lotteria! Proprio adesso che in città sta girando roba buona.  Hai voglia a comprarne, a tagliarla quanto cazzo ti pare, a rivenderla al triplo. Ti rendi conto, Will? Averne sempre, averne quanta ne vuoi. Una rendita di fattanza!
Certo che questa qui è completamente matta! Sborsare tutti quei bigliettoni per farsi ammazzare! Cazzo, Will, però le devi piantare un colpo in testa, è chiaro no? Devi fottutamente farla fuori. Merda, merda, e ancora merda. Non hai mai ucciso nessuno, Will. 
E’ anche vero che la fanciulla è messa maluccio, e se ti tiri indietro regali il biglietto vincente al prossimo barbone che per caso passa da queste parti. Perdere i soldi per degli scrupoli di coscienza, quando questa psicolabile non vede l’ora di togliersi di mezzo? NOOOO! Lei stai facendo un favore, Will. E se non sarai tu, sarà Joe il fachiro, o Billy monco, o il primo che capita. Tantovale…)

“Allora?”
“Se ci tieni così tanto, si può fare. Solo contanti però”.
Nessuna esitazione: “Accompagnami in banca, vediamo di fare una cosa rapida”.

In macchina Jane non disse una parola.
Lo fece fermare davanti a casa sua, il tempo di prendere un po’ di documenti e scese di corsa, senza nemmeno sforzarsi di non fare rumore. Tanto nessuno si sarebbe accorto di lei.
“Vivi in una reggia!”.
“Andiamocene via da qui”.
Jane  aveva la testa rivolta verso il finestrino, lo sguardo da nessuna parte.
Will la guardava con la coda dell’occhio e pensava tra sé “Cosa sei? Una troietta d’alto bordo col male di vivere? Ad abitarci io in un posto così!”.

L’impiegato alzò la testa di scatto.
“100.000” ripetè Jane, con aria spazientita.
“Sono spiacente signorina, ma mi occorrerà almeno un’ora per effettuare tutti i controlli. E poi bisogna aspettare la firma del direttore”.
“Senta, il conto è mio, ok? Sono soldi miei, non della banca”.
“Lo so signorina, i documenti sono in regola e il conto non ha vincoli, ma occorre attendere il nulla osta del dirigente di questa filiale. E’ il regolamento”.
“A me non importa del regolamento, io ho bisogno di quei soldi adesso.”
La gente la fissava; il suo tono di voce era sempre più alterato.
“Non insista, la prego: un’ora soltanto. Il tempo necessario per tutti gli adempimenti formali previsti dal contratto che lei ha firmato quando il conto è stato aperto. Nel frattempo si faccia una passeggiata, fuori c’è un bel sole”.
(Questo qui mi prende in giro! Questo schiavo incravattato si diverte a prendermi in giro!?! Ok, Jane, vedi di darti una calmata, tanto non c’è storia.)
“Un’ora, non di più.”.
“Si, signorina. Torni alle 12. Buona giornata”.

(Buona giornata un cazzo.)

Jane era fuori di sé.
Ancora una volta il caso, gli eventi. Ancora una volta i suoi programmi che andavano allegramente a puttane: il dito che non preme il grilletto, l’impiegato rompiscatole. Ancora una volta lei non decideva niente. Nemmeno l’ora in cui morire.

“Sediamoci qui”.
Era stanca, avrebbe voluto accasciarsi lì a terra e basta, senza troppe storie, senza dover fare i conti con pistole, eroinomani e cassieri di banca. Voleva solo che finisse in fretta.
Will adesso la scrutava senza nemmeno fingere di guardare altrove. Già s’immaginava il suo primo buco da uomo ricco. Già ne sentiva l’odore. Intanto, continuava a guardarla in silenzio.

(Eppure, a vederla bene, non sembra una di quelle odiosissime figlie di papà, che girano col macchinone nuovo di zecca che non sanno neppure guidare; di quelle che vanno a vomitare nel cesso del lounge bar persino il bicchiere di Martini, con le sue pericolosissime 190 calorie, per carità!; di quelle che il sabato pomeriggio hanno un solo pensiero, un unico vitale obiettivo: farsi riassestare la capigliatura super ossigenata dal coiffeur più caro della città, ovviamente gay perché qualcuno ha deciso che i gay hanno un senso estetico innato. 
No, lei è diversa. E non è per i jeans strappati o i capelli in disordine. Lei se la guardi bene ha l’aria di una a cui la vita non ha regalato granchè. E poi, cazzo se è bella. Possibile che non abbia nessuno? Possibile che non esista qualcuno che, a costo di trattenerla con la forza, le impedisca di fare questa colossale stronzata? Insomma, qualcuno che le dia una mano…
Oddio, in effetti uno che le dà una mano stamattina l’ha trovato, ma mi sa che peggio non le poteva andare…).

Insomma, una specie di rantolo della coscienza cominciava ad affiorare timidamente: non era esattamente come rubare la televisione del vicino o la pensione di zia Mary, era qualcosa di più…

“Sei sicuro di saperla usare? Non è che fai scherzi?”. La voce flebile di Jane interruppe quel vorticoso flusso di pensieri colpevoli.
“Posso chiederti una cosa?”, fece Will, con l’aria un po’ intimorita, con una specie di pudore.
“Che vuoi?”.
“Posso sapere per quale motivo vuoi farlo? Quanto avrai, 20 anni?”.
“Sono cazzi miei”.
“Ok, però scusa se insisto… ma sicura che non ci sia un’altra strada? Un’alternativa?”.
Una risata isterica percosse quel corpo esile e freddissimo, avvampandolo di calore: “Ma cosa vuoi fare? Vuoi salvarmi? Vuoi scaricarti la coscienza? Quale sarebbe l’altra strada, dimmi? Cosa mi proponi? Mi domando come ti permetti di giudicare. Pensa alla vena che ti urla da sotto la camicia! Pensa che fra mezz’ora avrai tanti soldi quanti non ne hai mai visti prima, tutti assieme, e te ne potrai sparare quanta cazzo ne vuoi. It’s my wife and it’s my life, diceva così la canzone, no? Tienitela stretta la tua vita, io della mia non so che farmene. Quindi vedi di non rompere: tu non sai un cazzo di me”.
Lui si sentì raggelare.
Jane stentava a credere di avergli rovesciato addosso quella fiumana di invettive gratuite; dopotutto come si era permessa? Non ne aveva il diritto: anche lei non sapeva niente di lui. Si sentì in colpa, nonostante tutto.
“Mi dispiace”.
“Ok”.
“E’ che quest’attesa è ridicola, capisci? Mi sta snervando. A quest’ora doveva già essere tutto finito. E invece mi ritrovo ancora qui, seduta su una panchina, a rispondere alle tue inutili domande – senza offesa, eh – ad aspettare il permesso di andare affanculo.
Come quando quel pomeriggio a scuola mi sentii male, e la maestra fece telefonare a mio padre perché mi venisse a prendere, e la segretaria rispose che era in riunione e aveva lasciato istruzioni ben precise: non poteva essere disturbato per nessuna ragione al mondo (clienti giapponesi, per carità!).  Dovetti aspettare un’infinità di tempo prima che si degnassero di avvertire almeno la domestica. Io volevo solo tornare a casa, anche da sola, ma da sola non mi facevano andare. E così rimasi in infermeria per non so quanto. Ma perché te lo sto raccontando?”.
Se lo stava chiedendo anche lui.
Jane guardò l’orologio di scatto: “Sono le 12, andiamo”.
Fu come tornare in sé.

Andare a spasso con tutti quei soldi, in un valigetta per giunta.
Con le fibbie d’ottone, a mò di gangster d’altri tempi. Gli sembrava surreale, una scena da film. Eppure non riusciva a sorridere. Guardava quella figura sottile camminare davanti a lui con l’andatura mesta, ma sostenuta, e cominciò a sentire le gambe che gli tremavano. Continuava a ripetersi la storia della rendita, ma con sempre meno convinzione.
Di nuovo al primo piano, isola B, la loro impalcatura preferita. Stavano uno di fronte all’altra.
“Che aspetti?”.
“Oh, datti una calmata. Non è la cosa più facile del mondo”.
“E’ una cosa facilissima. Io ti ho chiesto un favore, e tu me lo stai facendo”.
“Non so nemmeno come cazzo ti chiami”.
“Che te ne frega di come mi chiamo? Avanti!”.
“Sei sicura che lo devo fare?”.
Lei in un attimo lungo un secolo ripensò a tutti i motivi che si era data per andarsene via, dal primo all’ultimo.
“Mai stata così sicura”, rispose.
“Ok”.

Will si guardò attorno, non c’era nessuno come al solito. 
Concentrò tutte le energie fisiche e psichiche sul dito indice della mano destra, già sapientemente posizionato. Lei gli stava davanti come una specie di fantasma.
(Dai, non lo vedi che è già morta? Devi soltanto toglierla di mezzo. Farle un favore. Un grande, grande favore. I soldi, Will. LA SCIMMIA MESSA A TACERE PER SEMPRE. Facile, tutto facile. Tutto perfetto: lei vuole morire, tu sai sparare. Facilissimo: il bersaglio volontario è a meno di due metri. Offre il suo corpo esangue ad un abile tiratore. Il suo corpo, Will. Sono solo due braccia e due gambe, un tronco e una testa. Scegli: cuore o cervello? Prosencefalo o muscolo cardiaco? – chiamiamo le cose con il loro fottuto nome!!! – Ce l’hai a portata di grilletto, su, spara e non rompere i coglioni. Una rendita, Will…la tua rendita di fattanza).

La vista gli si appannò d’un tratto. Ancora una volta, sorpresa! Il dito non ne volle sapere.
Ma questa volta era l’indice calloso di Will.
“Spara, ti prego!”. Jane aveva un’aria implorante; dentro di sé cominciava a realizzare che anche stavolta lei non avrebbe deciso niente.
Lui guardò quelle lacrime, così vicine da poterne sentire il sapore. Gettò la beretta con tutto lo sdegno di cui era capace. “Perdonami, ma io non posso. Tieniti i cazzo di soldi, non m’importa. Io non lo posso fare”.

A quel punto, alzare la posta non sarebbe servito a niente. E nemmeno gridare o prenderlo a male parole.
A quel punto, Jane si rese conto di quanto fosse stata stupida a voler lasciar fare a qualcun altro quello che lei, e lei soltanto, avrebbe dovuto fare.
Per la prima volta, sentiva di avere il potere di decidere qualcosa.
Lei, e lei soltanto.

Gli si avvicinò dolcemente, mentre lui ancora tremava, quasi a non volerlo spaventare. Gli sfilò la beretta, e sembrò per un attimo che stesse sorridendo.
“Prendili lo stesso, io non so che farmene”.
E se ne andò, chissà dove.

Avrebbe voluto rincorrerla, afferrare quel polso sottile e gridarle che non doveva, cazzo, non doveva voler morire. Non lei. Era bella. Era in gamba. Non lei…

Ma non fece niente. La guardò scomparire, come un’immagine in dissolvenza.
Restò lì per un sacco di tempo, a pensare a niente. Sì lasciò cadere su una tavola di legno traballante, e diede fondo alla scorta di hashish comprata a buon mercato poche ore prima.
Un ultimo sguardo alla valigetta. “Non li voglio i tuoi fottuti soldi. Voglio te”.

Che razza di miscuglio c’era in quel fumo? Era veramente strafatto, sissignori! Non ci crederete, ma lasciò la valigetta con i 100.000 dollari al primo piano, isola B del centro commerciale prossimo venturo.
E trascorse tutto il restante pomeriggio a chiedere di lei per le strade, biascicando cose del tipo: “Avete per caso visto passare una ragazza bellissima? Gli occhi un po’ tristi, il viso pallido, ma un sorriso, gente… un sorriso…!”
Una quarantenne isterica, credendo fosse un borseggiatore, poco ci mancò che chiamasse gli sbirri.

Quella notte Will si addormentò in preda ad un’angoscia senza nome, gli incubi lo rincorsero per tutto il tempo.
Si svegliò di soprassalto, in un bagno di sudore. S’era fatto giorno.
Un lieve tremore, un accenno di crampo alla bocca dello stomaco, il caro vecchio mal di schiena, gli ricordarono che c’era solo una cosa da fare.
Si vestì per andare da Lei, giù in strada. Its my wife and its my life.

Le edicole erano tappezzate di pagine della stampa locale: quasi tutte le copertine raccontavano la storia di un tale James Mc Liar, operaio, ex alcolista, pulito da 15 anni, che, avendo trovato al cantiere del centro commerciale una valigetta con 50.000 dollari, li aveva devoluti tutti alla fondazione Alcolisti Anonimi, come segno di riconoscenza.
Probabilmente, pensò Will, gli altri 50.000 li avrà investiti in bourbon.

Ma dopotutto, che importava?
Se Lei era giù in strada ad aspettarlo, its my wife and its my life, pronta ad annebbiargli la vista, ad ammorbidirgli il  respiro, a scandire il battito del suo sangue, a dilatare e restringere a turno i ricordi e le immagini, i volti e le parole, tutto quello che avrebbe dovuto fare, e tutto quello che avrebbe dovuto dire, e tutto quello che avrebbe dovuto non fare, e tutto quello che avrebbe dovuto non dire… e tutto il resto ancora… che importanza aveva? its my wife and its my life…
Nessuna.
Nessuna importanza davvero. 

 “..And when the heroin is in my blood
 and that blood is in my head
 then thank God that I am as good as dead
 then thank your God that I am not aware
 and thank God that I just don’t care
 and I guess that I just don’t know
 I guess that I just don’t know…

Heroin, The Velvet Underground and Nico, 1967

 

3 pensieri su “Una rendita di fattanza”

  1. Bello Valentina. Tristemente reale. Come tutte le storie di inguaiati a vita. Non c’è condizione più miserabile dell’accettazione della propria miseria.

  2. Non potevo non passare per rileggerti… i miei più sinceri complimenti Vale… Bravissima!
    Feffa

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