Il Quartiere

La strada scorre lenta sotto le ruote dell’auto, trasmettendomi, attraverso il volante, le sue vibrazioni.
Non è una buona strada. Tutta buche e rattoppi. Non potrebbe essere migliore, visto la destinazione a cui porta.
Il Quartiere è sempre più vicino, con le sue brutture ed i suoi segreti. In meno di un’ora sarò a casa…
Strafatto in poltrona.
Nel Quartiere non puoi sbagliare; entri ed esci, compri e scappi, non guardi e ti sottometti.
A chi mi dice “Ma come fai ad andarci così a cuor leggero?”, rispondo “E’ tranquillo”.
Ma è solo la rota.
La Maledetta Rota.
Quando ti si presenta come brivido freddo sulla schiena, non c’è altro da fare che salire in macchina, prendere l’Asse Mediano, ed andare al Quartiere, crogiuolo santissimo di spacciatori d’eroina e clan malavitosi. Aperto ventiquattro ore su ventiquattro. Nessuna lamentela, il servizio è ottimo. Nessuna lamentela, il servizio fa schifo.
Non c’è da scherzare lì, con gli spacciatori; con la gente stanca degli spacciatori; con i poliziotti in uniforme o in abiti borghesi.
L’unica cosa da fare è entrare ed uscire, sperando. Sperando che nulla turbi la tua gita segreta, la tua discesa nei turpi meandri di ciò che sei diventato. Un dipendente da eroina; un dipendente dal Quartiere; un dipendente dai soprusi che ti si possono usare nel Quartiere, a causa dell’eroina. Scendere a compromessi, ed ingoiare la merda delle offese che derelitti peggiori di te ti propinano.
Ma come è dolce la merda, quando seduto in casa ti prepari una pera…
Tranquillo e lontano. Così lontano da non riuscire più neanche a vedere il mondo che ti saluta.
Così lontano che non lo ricordo più il mondo che mi saluta.
L’ansia del viaggio la mitigo con il ricordo del primo buco del giorno prima, fatto al ritorno, sulla terza piazzola dopo l’uscita dall’Asse. Ricordo la loro sequenza pronunciata ad alta voce: “PRIMA…SECONDA… E… TERZA!!!”
Stridere di freni nella mia testa in panne. Ritorno mnemonico dell’ago che mi buca la vena. Realizzazione di un’unica verità: sono le dieci del mattino; la mia dose in tasca; la rota finita, scomparsa, distrutta. Che vita!
E grazie a questi ricordi del giorno prima vado avanti oggi, addentrandomi fra le costole del Quartiere, i suoi grandi occhi violenti, la sua edilizia popolare scarna, disinibita nella sua fatiscenza, provocatoria quanto basta per costringere la civiltà a voltare la faccia dal suo terribile spettacolo, sperando di dimenticarne l’esistenza.
Un grido di rabbia che non ha motivo d’essere, un suono che costantemente rimbomba fra le strade del Quartiere. È solo caos… il caos giusto per permettere le illegalità di cui il Quartiere si nutre, e nutre i suoi perversi figli. Io non sono uno di loro, ma sto per raggiungerli. Il Quartiere sta quasi per adottarmi, ed io non vedo l’ora di chiamarlo ”madre…”.
Mi farà succhiare da un seno artificiale latte in polvere, che dà assuefazione; mi cullerà fra le sue braccia da spade, fino a che non mi addormenterò. Allora, forse, mi abbandonerà stanco di me e di quello che sono, perché il Quartiere non è genitore; è un parassita che si nutre di chi lo guarda desideroso delle sue cure, e del suo affetto.
Ma ora basta pensare. La musica deve essere bassa nell’abitacolo; le prime facce brutte dei tossici; i pali all’erta fuori le basi, con i loro occhi indagatori impegnati a rilevare la presenza degli sbirri. Ora è il momento d’agire. Il momento di scendere dal piccolo mondo-auto, per immergersi nei liquami del Quartiere-fogna.
Soldi in mano, contati e perfetti. Due pezzi da dieci, uno da cinque ed una moneta da uno. Le banconote sistemate, pronte per passare da mani oneste, a mani bandite. È la prassi che si ripete. Continua con le mani oneste impegnate a ricevere le due fiale di eroina dalle mani bandite; le mani oneste, poi, in collaborazione con gli occhi liquidi d’astinenza, ne controllano il contenuto. Il pusher è stato magnanimo nei dosaggi?
Non si può dire di si. Noi tossici, col tempo, diveniamo sempre più esigenti nel trattamento, con l’unico risultato di rimanere ogni volta maggiormente delusi. Fa nulla. È meglio andare via al più presto, che tanto domani si ritorna. E poi cosa vuoi dire ad uno spacciatore del Quartiere, se non “grazie” e “ciao”?
Di certo non che è uno stronzo avaro, e che tu meriteresti dei pezzi migliori.
Così sono in strada, cammino sulla pelle catramosa del Quartiere.
Sembra già troppo lontano il rumore dello sportello che si chiude: il suo sbuffo d’aria è il saluto del mondo tranquillo dove io sono ancora re. Purtroppo ora sono suddito della peggiore specie d’uomini: me stesso in primo luogo, la mia dipendenza, e quegli spacciatori, la cui immagine al lavoro, mi schiude dentro la felicità dell’annientamento dell’astinenza mia.
Saluto, come dovuto dalla situazione, con rispetto. Do vita nella mia testa alla trafila delle mani, proiettandomi in avanti col tempo, ripassando per bene la mia parte. Lo spacciatore con sguardo altezzoso, valuta la mia rota. Sorridente gli arrivo sotto e porgo, prima i soldi, e poi la mia domanda. Regolare.
Ma lui rifiuta i soldi e le mie parole.
In un dialetto stretto mi informa che oggi il quartiere è in lutto. Non si lavora.
È morto stamattina il figlio del boss del Quartiere.
Sono nel panico.
Drappi neri rendono più oscura la mia astinenza, ormai quasi torbida. Il pensiero di un ritorno magro a casa è a portata di mano. Lo afferro riluttante e ritorno in auto.
Chiudo lo sportello. Non c’è felicità. Non sono più re neanche nel mio piccolo mondo-auto. L’anarchia del Quartiere non mi ha lasciato, anzi è penetrata nel mio regno, finora a tenuta stagna. Il dolore ora è più vistoso e pesante; ora che sa di avere campo libero, territori del mio corpo vasti, e da devastare. Non riesco a pensare, a guidare, a respirare.
Riesco, però, a farmi venire il vomito, a disperarmi, a dannare quell’idiota morto, a non trovare una via di fuga da quest’incubo.
E così l’ILLUMINAZIONE.
Penso alle prime volte nel Quartiere, quando mi rivolgevo a tossici più esperti, affinché andassero per conto mio dai personaggi di quelle storpie strade. Inesperto affidavo loro i soldi e aspettavo ore intere che mi portassero la merce. Merce ridotta, naturalmente, dai loro buchi di procura. La metà di quello che mi spettava, allora, era già tanto.
Ingrano la marcia, e l’auto si dirige verso l’Oasi.
Mentre guido fra facce brutte, solitudine d’ogni genere, e la mia precaria situazione, rivedo i movimenti da fare nell’Oasi. Essendo questa una piazza minore per piccoli spacciatori, i quali si riforniscono dai pezzi grossi, è spesso ancora più caotica di altri posti nel Quartiere. Non esiste controllo. Non esiste paura. I tossici sono amici degli spacciatori, e troppo spesso accade che pretendono favori, credito, rispetto. Gli spacciatori spazientiti e spaventati dal loro lavoro, molto spesso danno fuori di matto. Non esiste amicizia fra tossico e spacciatore. Un postulato essenziale formulato dallo spacciatore, e ignorato dal tossico. Come non esiste rispetto per il tossico.
Arrivo all’Oasi, e come al solito la mia auto è piccola rispetto agli alti palazzi della zona.
Gli eroinomani mi guardano stesi sui muretti ai lati della strada. Sembrano strafatti ed il mio cuore si risolleva. Li invidio. Nonostante io abbia un lavoro fisso, denaro a sufficienza, e non viva così, li invidio.
Loro già sono fuori dal delirio dell’astinenza.
Parcheggio al solito posto. Ricordo che fino ad un anno e mezzo fa, lo consideravo tale.
Scendo dall’auto e mi do un contegno. Non devono capire che sto male. Sicuramente si appellerebbero a questo per cercare di scucirmi soldi, o per cercare di farmi paura. Indosso gli occhiali da sole, gocce marroni per maschera, e mi avvio verso il cuore della base. I passi sono infiniti. Le occhiate degli altri mi scivolano addosso languide. So che non mi succederà nulla. Sono tutti immersi nella pace dell’eroina, dopo aver passato i miei stessi momenti di disperazione. Un’unica grande fratellanza, siamo.
Cerco con lo sguardo una mia vecchia conoscenza. Il mio asso nella manica, per risolvere questa situazione. So che è qui, perché qui lui ci lavora. Spaccia e baratta la sua retribuzione con la droga di cui fa uso giornaliero.
Riconosco subito, appena arrivato al centro di quella zona chiamata l’Oasi, la sua giacca senza maniche. Il mio asso nella manica è lì che gestisce il traffico di soldi e merce. Ha fatto carriera. Ora è lui il responsabile.
Mi avvicino e tocco il cencio che lo ricopre. Logoro e immutato da anni, fascia il corpo grasso, sporco e laido del mio amico, ”Grassone”. Intendendo il mio gesto come un saluto, il Grassone si gira e mi saluta. Gli chiedo come va il lavoro. Mi risponde che va, ma oggi è ancora meglio. Il figlio del Capo ci ha fatto un piacere, esclama riempiendosi la bocca sdentata. Allora mi dai qualcosa, gli faccio porgendogli i miei soldi, e lui con fare circospetto mi dice di aspettare un attimo.
D’improvviso mi prende sotto braccio e mi porta in disparte. Il carico sta per finire… per darti la roba dovrei andare a prenderne dell’altra. Accompagnami con la macchina…
So che non dovrei mettermi a girare per il Quartiere con il Grassone al mio fianco, e soprattutto so che tutta questa complicità da parte sua non è buona cosa.
Dice di non aver paura, è cosa di poco conto. Io non ho proferito parola in merito, ma lui ha subito messo le mani avanti. Mi battono i denti, il nervosismo li vorrebbe già ridotti in briciole.
E così il Quartiere ci prende in sé, accogliendoci sorridente e maligno.
Durante il tragitto il Grassone non smette di parlare. Racconta di episodi passati insieme, che solo lui ricorda, così, per rendermi suo amico e complice, evocando momenti fatti di attimi presi a caso nella sua mente marcia. Io non aggiungo niente, se non qualche sorriso, che i più attenti scoprirebbero falso. Mi dice di girare e racconta; mi dice di andar dritto lì, per quella strada, ed intanto mi dà di gomito come se fossimo in un bar a bere birra. Non sa cosa ho dentro. Non sa la paura che mi scioglie le viscere. Non conosce minimamente la paura, perché lui non ha nulla da perdere. Lungo i viali scarni del quartiere, nei visi della gente rassegnata dalla vita, vedo questa mia paura che ride di me.
Il Grassone, intanto che parla e ride, arrotola banconote, manda a memoria ciò che deve chiedere, annulla la sua lieve paura, forte di un’esperienza che nell’ambito del Quartiere è un’arma a doppio taglio. Difatti quando ci si addentra nelle più alte scale gerarchiche della malavita, la mediazione è il sacrosanto credo da seguire. Non esiste amicizia, ma solo collaborazione. E la collaborazione può finire da un momento all’altro, anche solo per una scelta sbagliata di parole. Deve far attenzione quando si troverà per l’ennesima volta di fronte al pusher che lo rifornisce. Dovrà mediare fra la sua voglia di far carriera, e quindi di aggraziarsi il pusher, ed il suo buonsenso, che se funziona bene, gli suggerirà quali e quante licenze potrà prendersi con lui per raggiungere il suo scopo.
Siamo arrivati. Il Grassone e la sua puzza di sudore scendono dalla mia auto e mi comandano di star fermo e non creare casini, come se io ne avessi l’intenzione. Dice che dovrà scendere nei garage sotterranei del palazzo, e che io non posso seguirlo. Lo vedo allontanarsi, salutare qualcuno, entrare in un portone. Non lo vedo più.
La paura non si placa. Giro con lo sguardo, cercando qualcosa che per un’associazione di idee, mi rimandi a qualche ricordo della mia infanzia, ma purtroppo io ed il Quartiere siamo entità agli antipodi. Lui non ha nulla da condividere con la mia vita pre-eroina, e viceversa. L’unica cosa che posso fare è pensare al tempo che passa, alla rota che finirà se tutto andrà bene. Non scorgo nessuno, e la campagna antistante al palazzo sotto cui sono parcheggiato, è devastata dall’immondizia accumulata lì illegalmente. In lontananza scopro un pezzo dell’Asse Mediano che si collega  all’autostrada, la via per tornare a casa, simbolo del ritorno pacificatore, di un ritorno che in questa situazione è agognato più del solito. Oramai il mio regno, fatto di precaria tranquillità, è stato conquistato. Preso sotto l’ala egemone del Grassone, si dilata come una bolla di sapone che prima o poi deve esplodere. Se qualcosa andrà male, e di cose che possono andar male in questa zona del Quartiere ce ne sono in quantità, la mia vita normale sarà finita. Mi scorrono davanti a questi occhi che mi ritrovo, il mio licenziamento, la fedina penale sporca a vita, mia madre che piange, mio padre che fra il serio ed il disperato, mi dice che ho fallito deludendoli in questo modo. Purtroppo quando si barcolla e si soffre, quando si vomita senza motivo e si rimane per notti intere svegli, in compagnia solo di se stessi e di un sudore gelido, si ha la consapevolezza di essere dei tossici; e quando sei un tossico devi imparare a vivere di precarietà, devi imparare a condividere la tua vita con un’unica sicurezza: prima o poi deluderai enormemente qualcuno. Devi solo decidere chi.
L’orologio del cruscotto mi dice ad intermittenza che il Grassone è in compagnia del pusher da più di un quarto d’ora. È un tempo troppo lungo per un’operazione così semplice.
Apro lo sportello e vomito, perché la rota e la paura sono ormai insostenibili.
Sento un urlo. Proviene dall’alto; da qualcuno di quei loculi che la gente del Quartiere si ostina a chiamare case. “Puttana”, è l’urlo. Subito seguito dal rumore di vetri infranti. Io sono ancora a testa bassa. Gli ultimi conati che mi scuotono dentro sono solo fiotti di bile. Forse c’è anche un po’ di sangue.
Poi d’improvviso più nulla.
Sono morto.
Il vetro era stato rotto dal vaso che un marito geloso aveva lanciato ad una moglie abile nello scansare oggetti volanti. Dopo di che il vaso aveva iniziato una parabola discendente, che come punto d’arrivo aveva scelto la mia nuca.
Sono morto da stronzo: un eroinomane che muore per un vaso in testa, e non per un’overdose. Un eroinomane che, per giunta, muore ancora a rota nel Quartiere.
Ma questa è la magia del Quartiere: un ammasso di cemento, carne ed ossa, fottutamente imprevedibile.
L’unica consolazione?
La faccia che farà il Grassone quando mi vedrà.
Se mai uscirà da lì… 

 

11 pensieri su “Il Quartiere”

  1. Una realtà triste. Nonostante il tema trattato, il testo scorre bene ed hai saputo trasmettere sensazioni di dolore per chi si é sottoposto a questa tirannia.
    Ciao.
    Sandra

  2. Un viaggio denso, violento, nelle diramazioni periferiche della disperazione.
    Ottimi tempi, davvero ben scritto.
    Alla prossima.

  3. Ciao, allo sconcerto di estremo realismo che solo una persona che ha vissuto o vive da vicino queste tragedie giornaliere può conoscere e raccontare, segue l’altrettanto sconcerto della lucidità nello scrivere e pure bene. Se sei un tossico o un ex tossico hai una straordinaria capacità di rendere le situazioni reali e di trasmetterle. Se sei un giovane scrittore ed hai scritto solo per sentito dire, o per spirito di osservazione, hai una memoria fotografica fuori dal comune. In entrambi i casi: BRAVO!

  4. Ringrazio per i complimenti e per l’attenzione. Non è certo un tema facile, neanche innovativo, ma è di sicuro un tema di cui vale sempre la pena parlare. L’eroina, e la tossicodipendenza in generale, sono argomenti strumentalizzati solo per far lievitare gli ascolti dei telegiornali. Se poi sono accompagnati da qualche morto… bhè, è il massimo! Ma non sono rappresentazioni reali.
    Per Laerte: sono stato eroinomane per tre anni, e a parte il finale, la storia è reale.
    Ma ora preferisco essere solamente un giovane scrittore… o almeno provarci.
    Un abbraccio.

  5. carissimo,
    sono una tua fan.
    mi piace come scrivi.
    hai una qualità rara: quella di saper trascinare con te chi ti legge, fino all’ultima parola.
    sei proprio bravo.
    tanto più in questo racconto, in cui l’io narrante ha il merito di parlare della sua disperazione con lucidità impietosa.
    non c’è mistero, non c’è giustificazione, non c’è ammiccamento di sorta.
    anche il finale ha senso e logica: in quella morte accidentale e del tutto imprevedibile come fine per il racconto io vedo l’aspirazione agognata e non espressa del protagonista alla soluzione definitiva ad ogni suo problema.
    un abbraccio.
    anna

  6. Caro emanuele, son contento della tua saggia scelta di entrare in quest’altro girone, non è che manchino conati, ma almeno hai a che fare con dannati di diversa estrapolazione. Che dirti, siamo tutti drogati da una sostanza o da un’altra. Chi di nicotina, chi di caffeina e chi di teina. (tutte molecole tossiche prodotte dalle piante per difendersi dai parassiti). Io, per esempio, le ho provate tutte e alla fine son ritornato su quelle più irresistibili e gratificanti di tutte le altre: i feromoni femminili! Un abbraccio…

  7. Ho apprezzato molto questo racconto soprattutto per la maniera in cui viene trattato un tema molto ruvido: niente giudizi né orpelli, stile secco e asciutto per raccontare una fetta di vita dei nostri giovani, delle nostre città. Il ritmo è serrato e senza cedimenti e conduce fino alla fine con interesse. Complimenti, sei molto bravo, continua così! Con stima, rosatea.

  8. Ben scritta, attuale, la fine rispecchia la frase che dice “Vi è solo una cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé” quando il morto che è solo un drogato, non lo si considererà “nessuno” La vita è delusione, tanto spesso ci defrauda dell’atto finale.

  9. Bel testo, scritto da grande autore. Hai ironia, sensibilità, talento ed esperienza. Bravo.

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