Nella nebbia della valle

Capitolo 1

Canti di guerra

«Comincia a fare freddo» commentò Rag, strofinandosi le mani davanti al fuoco del camino. Rivolse un sorriso amichevole a Luthon.
«Adoro questo periodo» disse il contadino. Si avvicinò all’amico e cominciò a imitarlo, strofinandosi le mani velocemente. «Nel mio villaggio tutti cominciano a preparare il vino. Poi si tirano fuori dagli armadi le coperte più pesanti, ci si veste con più indumenti, l’aria è frizzante… e l’alba e il tramonto hanno un colore diverso. È l’inizio di tutto.»
Rag lo guardò per qualche secondo. Poi: «Accidenti, non dovresti proprio stare qui.»
Luthon annuì, mentre il suo sguardo fisso sul pavimento si perdeva, in realtà, lontano, nello spazio e nel tempo.
«Lut, mi spiace dirtelo, ma qualcuno deve pur salire sulla torretta, altrimenti non avrebbe senso starsene qui. Se vuoi posso coprirti….»
Il contadino alzò la testa di scatto. «No, ti ringrazio… Hai ragione…» Si guardò in giro, cercando qualcosa.
«Eccolo.» Rag gli porse il lungo mantello. «Avanti, in fondo è il tuo ultimo giorno.»
Luthon indossò l’indumento, assicurandone i lembi sotto il collo con una fibbia.
«Grazie mille» disse in fretta. Andandosene, lo salutò con un cenno delle dita.

Rabbrividì appena fu fuori. Dalla torretta aveva un’ampia visuale della valle: a sud, in lontananza, le montagne si aprivano in una stretta spaccatura, chiamata La Porta. A nord-est un’analoga via attraverso le montagne permetteva di uscire dalla valle, ma a differenza della Porta, questa non era altrettanto semplice da attraversare.
Un gruppo di uomini a cavallo attirò l’attenzione del contadino, che riuscì a distinguere solo pochi volti familiari.
«Arriva gente!» gridò Luthon, agitando la lancia, lo stendardo che si dimenava al vento.
L’uomo di guardia in una delle torrette del cancello rispose al gesto. Avvertire la guardia più vicina – che avrebbe provveduto ad avvertire le altre nelle rispettive torrette fino ad arrivare alle guardie degli ingressi del castello – era imposto dalle regole. La sicurezza, in un luogo come la valle, era di vitale importanza, e ogni contadino, mercante, nobiluomo, giocoliere, attore, artista, ladro, assassino, del regno di Vo Andath, era un soldato a tutti gli effetti, per le due settimane che ogni uomo del regno doveva trascorrere, una volta ogni tre cicli di luna.
Finito il turno di guardia, Luthon si recò nell’ampio cortile in cui sostavano i cavalieri, che parlavano con altri individui a lui sconosciuti.
«Guardate chi c’è» disse una voce con un pizzico d’euforia. Il proprietario di quelle parole si sfilò l’elmo, da cui uscì una massa scompigliata e non certo pulitissima di capelli castani.
«Anche per me è un piacere rivederti, Dhaw» rispose ironico Luthon, riuscendo a non farsi notare dagli altri.
Dhaw si fece serio e annuì. Saltò giù dal cavallo e si avvicinò al contadino.
«Ce ne sono rimasti pochi, Luth. Nessuno più nasce e muore nel suo villaggio; si muovono, vanno a nord per imparare i libri, o a est.»
Luthon capì al volo cosa intendeva l’amico e, pensieroso, si portò una mano al mento ispido – non più ispido di quello di Dhaw .
«Non ne hai portato nessuno, dunque?» domandò.
Dhaw gli rivolse un sorriso sadico. «Vorresti che fosse così, eh?» Ridacchiò. «No, Luth, purtroppo non è così.» Si portò le mani scure alla bocca e produsse un fischio forte, breve e deciso.
«Eccomi sire!» disse qualcuno.
Dhaw sghignazzò di gusto. «Ecco uno dei padri dei nani di Örhodôn.»
Un ragazzo dai capelli rossicci spuntò apparentemente dal nulla, con un’espressione leggermente contrariata sul volto.
«Preferirei che mi chiamaste col mio nome, signore.»
Dhaw rise ancora più forte, tenendosi la pancia, come se il ragazzo avesse fatto la battuta più divertente del continente.
Calmatosi quanto bastava per parlare, disse: «Avanti, senti come parla? Dovremmo farlo giullare, credimi.»
Luthon non sorrise nemmeno; mormorò al ragazzo di avvicinarsi a lui e si rivolse al guerriero: «Cosa devo fare con lui?»
«Potresti insegnargli dei giochi acrobatici…» Finì le ultime risate rimaste. «Da oggi combatte per Vo Andath, il ragazzo.»
«Cosa?» Luthon passò un braccio sulle spalle del giovane.
Dhaw fece spallucce. «Non è buono come contadino, o poeta, o attore… non è neanche abbastanza bravo nei libri, e sebbene sia solo uno scheletro che cammina, può solo combattere.»
«Che spreco…»
«Non voglio che mi caccino per colpa tua, quindi insegna a questo qui il necessario per guerreggiare e…» – squadrò il bambino – «e se proprio non ingrassa, cerca almeno di irrobustirlo un po’. Sembra uno spiritello dei boschi di Persnith.» Fece dei segni scaramantici, quindi prese le redini del cavallo e, conducendolo verso le stalle, se ne andò ridendo.

«Sire Dhaw non mi conosce bene, signore. Non sono scemo, signore, penso che sarei un ottimo stratega in battaglia.»
«Nessuno ha detto che sei scemo, figliolo» disse Luthon, camminando svelto sotto gli archi di pietra del grande cortile.
«Non vedo l’ora di cominciare l’addestramento, signore.»
Luthon guardò il marmocchio, valutandolo. “Sarà anche uno spiritello della foresta, ma se non si sta lamentando del freddo, con quegli stracci che porta, dev’essere resistente. Ma quelle spalle! Non riuscirebbe a consegnare una freccia a un arciere se fossimo sotto assedio, figuriamoci una lancia o una spada in battaglia!”
«Pensate che io sia scemo, signore?» domandò il ragazzo, mentre attraversavano l’ultimo cortile, quello perennemente adombrato dalla torre.
Luthon gli rispose con uno scappellotto dietro la testa.
«T’importa così tanto di quello che pensano gli altri?» disse, guardandolo.
Il ragazzo tenne il capo abbassato e non rispose.
“Evidentemente sì.”
«Come ti chiami, ragazzo?»
Questi alzò la testa di scatto. Luthon si aspettava di vedere lacrime luccicanti agli angoli degli occhi, invece notò guance ossute rosse d’ira, come gli occhi fiammeggianti.
«Mi chiamo Dralnath.»
«Dralnath e nient’altro?»
«Non ho un mio nome personale, ho solo quello della mia famiglia.»
«E come ti fai chiamare?»
Dralnath distolse lo sguardo. «Mi chiamano in molti modi… quasi tutti però mi chiamano Foglia Gialla Dralnath. Per via dei capelli, e…»
«Foglia?» disse Luthon, senza riuscire a trattenersi. «Ma… accidenti, foglia… Sasso sarebbe stato più virile…»
Si accorse dell’imbarazzo del giovane e gli portò nuovamente una mano sulla spalla – azione che provocò un improvviso sussulto di timore nel giovane.
«Dimentica tutti i nomi che ti hanno affibbiato, ragazzo, e datti un nome personale.»
Dralnath ci pensò su guardandosi i piedi. Dopo un attimo d’esitazione, parlò.
«I miei genitori sono morti – o meglio, solo mia madre – e le uniche notizie che ho riguardano mio nonno.»
«Bene, vuoi prendere il suo nome?»
Dralnath annuì con energia. «Galdroth-ryd Dralnath.»
“Galdroth-ryd? Vuole farmi credere che…?”
«Bene… Galdroth-ryd Dralnath, nipote di Galdroth, figlio di…»
«Di Gond» completò il giovane. «Quando cominciamo l’addestramento?»
Luthon si grattò la barba. «Molto presto, Galdroth. Prima però dovrò sottoporti a un… a una serie di domande, per conoscerci.»
«D’accordo, signore.»
Luthon si strinse maggiormente il mantello attorno al corpo. «Ora andiamo, o ci si ghiaccerà il culo.»

«Capo, gli uomini vogliono andare al villaggio.»
Dhaw mandò giù la zuppa e ignorò il soldato. La luce di un sole fantasma, ucciso dalle nubi, filtrava pallido dalle bifore nelle ampie pareti di pietra. La sala riecheggiava di voci e risucchi, rutti e rumori di boccali su lunghi tavoli di legno.
«Dicono che stiamo perdendo tempo, e che è inutile rimanere qui, quando altrove c’è bisogno del nos…»
«Di cosa, del vostro aiuto?» disse Dhaw, risucchiando dal piatto le ultime gocce e pochi cereali scuri rimasti.
Il soldato non disse niente per qualche secondo. Fu Dhaw a continuare a parlare.
«Se vogliono fare qualcosa, che vadano a comprarsi qualcosa da mangiare.»
«Ma sire…»
Il guerriero si alzò da tavola e concluse: «Andremo a dare un’occhiata alla Porta. Ho saputo che qualcuno intasca più del dovuto nel pagamento del pedaggio. Intasca i soldi del regno.»
Dhaw guardò solo ora il soldato che, nervoso, cercava le parole e il coraggio per dire qualcosa. Indossava ancora la cotta di maglia.
«Sire, gli uomini sono stanchi, e cavalcare fino a stasera non li renderà felici…»
«Non cavalcheremo fino a stasera. Bastano due ore per raggiungere la Porta.»
Il soldato guardò altrove, quindi mormorò un: «D’accordo, sire» per andarsene a passo svelto.
Dhaw si sedette e sorseggiò del vino.
“Non sono stato duro. Non devo accontentarli, non sono qui per giocare. Non sono loro che comandano. Il comandante sono io.”
“Ne sei sicuro?”
“Certo che ne sono sicuro!”
“Lo dici solo perché non hai altre alternative, non hai nessun altro futuro. Sei prigioniero di te stesso, sai che è così, non negarlo.”

Dhaw vede tanta nebbia, mentre qualcuno lo conduce per le vie del villaggio. Passano sotto numerosi archi di pietra e, gettando un’occhiata al di là di questi, e sopra i tetti delle case più basse, si vedevano alcuni bagliori – le luci del castello.
Accanto a lui c’è una figura leggermente curva che impugna un martello da fabbro, non troppo grande. Deve trattarsi di suo nonno, ma lui non ne sarà mai sicuro.
Lo porta al castello, alla caserma. Confabula con la guardia, che dopo qualche parola d’assenso fa entrare i due, e corre a chiamare qualcun altro. Dhaw ha lo stomaco che brontola, e rimpiange quel pane con le cipolle mangiato secoli prima. La guardia ritorna, seguita da un alto individuo – è questo che Dhaw ricorderà perfettamente – che indossa un mantello bordato di pelliccia. Porta una spada al fianco, e Dhaw guarda solo l’arma, ignora le parole che il nonno scambia con l’uomo ricco.
Il nonno gli pone una mano sulla schiena e lo spinge. Dhaw ignora il vecchio e allunga una mano verso la spada del nobiluomo.
Gliela sfila velocemente, ma si accorge troppo tardi del peso enorme. La lama cade e il clangore risuona con gran chiasso sulle pietre del pavimento del cortile.
Il nobiluomo si fa una bella risata. «Vuoi impugnarla?» dice. «Hai tutto il tempo necessario per imparare, figliolo.»
Un suono di monete riecheggia timido; Dhaw si volta quando il nonno ha già intascato il sacchetto di pelle. Se ne va chiudendosi la porta alle spalle, per non tornare mai più.

“Sei rimasto lì per un anno, credendo che tuo nonno sarebbe tornato.”
“Ero solo un bambino…”
“Già, dici bene. È acqua passata, ti hanno venduto durante la guerra ma hai avuto la grande fortuna di non dover combattere.”
“Odiavo la caserma… ma amavo la guerra.”
“È per questo che non sei mai andato troppo lontano… dopo essere scappato.”
“Il mio destino era ed è quello di difendere Vo Andath.”
“Un regno freddo, di montagne fredde, con vecchi già cadaveri al potere.
“Avanti, finisci di mangiare e vai a farti una dormita. Che i tuoi uomini si gettino dalle mura della fortezza, se si annoiano!”
Dhaw bevve il vino rimasto, posò il boccale di legno, si alzò e se ne andò.

La luna era velata dalle nuvole, che, spinte da un vento freddo, annunciavano l’arrivo del cuore dell’autunno.
Gharod, chino, strisciava con la schiena contro la parete rocciosa. Alla sua destra, a poco più di venti piedi di distanza, si trovava la passerella delle guardie. La Porta era un grande muro di pietra che bloccava la stretta spaccatura nella montagna, che consentiva l’accesso alla valle. Aveva la forma di una V irregolare, in basso misurava quarantadue piedi circa, mentre la cima era larga quanto cento uomini distesi l’uno accanto all’altro.
Poche fiaccole illuminavano la passerella, e sicuramente servivano solo a far sapere alle sentinelle dove mettere i piedi. Gharod non si sarebbe fatto scoprire.
Il verso di un gufo rimbombò sulle pietre della Porta e dei due dirupi.
“Devo fare in fretta” si disse il guerriero. Proseguì verso la passerella, passo dopo passo, sicuro e cauto allo stesso tempo. Gli parve di scorgere una sagoma scura che si muoveva.
“Una guardia!” pensò. Si abbassò ulteriormente avanzando, ma non vide la grossa pietra.
V’inciampò. Cadde in avanti. Cominciò a rotolare giù, ma riuscì ad aggrapparsi a un cespuglio. Una fitta di dolore si espanse da un braccio – graffiato sulle pietre, ne era certo – e altro dolore si fece sentire sulla mano – era quasi certo di essersi aggrappato a dei rovi.
Arrancando, strisciò a pancia in giù stringendo ogni radice e cespuglio che trovava, nella cecità della notte. Ci volle un po’, e altre due volte il “gufo” cantò. Alla terza volta, Gharod stava già stringendo una pietra della barriera con le dita.
S’issò e fu sulla passerella. Si curvò con la schiena e proseguì verso il centro della costruzione.
«Maerol?» chiese una guardia. Il volto coperto da barba ispida era illuminato da una torcia.
Gharod si bloccò. “Pensa che io sia una delle guardie.”
«Sì?» disse il guerriero.
«Ho sentito dei rumori, di là…» L’individuo si avvicinò. «Potrebbero essere dei lupi, lo so, ma i lupi non salgono per il dirupo… Ordino di dare una controllata?»
Gharod uscì dall’ombra. «No» disse, sfilando il coltello lungo. Sgozzò subito la guardia che crollò a terra rantolando.
Il guerriero portò l’uomo su un lato della passerella, quindi andò avanti. Sporgendosi oltre la merlata, vide che le altre due guardie stavano entrando in un capanno.
“Vanno a bere, gli scansafatiche.” Non poteva che fargli piacere. Raggiunse le scale, scese, si avvicinò ai portoni di legno e, una dopo l’altra, sfilò – seppur con gran fatica – ogni sicura.
Udì un rumore. Si apprestò a finire il lavoro, ma una guardia gli andò incontro. Portava una torcia.
«Che diamine significa?» domandò.
Gharod indietreggiò per evitare la luce della torcia.
«Non preoccuparti è tutto a posto.»
La guardia guardò le travi e i ganci di ferro che penzolavano o giacevano a terra. Gharod urlò il verso di un gufo, più simile a quello di un’aquila.
«Cosa…» farfugliò la sentinella.
«Lotharn ön!» gridò Gharod. Aveva sempre voluto farlo, e ora ne aveva avuto la possibilità. Si sentì euforico.
«Nemici!» urlò la guardia, sventolando la torcia davanti a Gharod. Estrasse impacciato una spada. Gharod gli trapassò lo stomaco con la sua. L’avversario grugnì, poi sputò sangue. Nei suoi ultimi respiri, portò la torcia verso il volto dell’aggressore: un volto chiaro, occhi verdi, barba bionda corta e ispida, tratti duri e spigolosi.
«D…d…dasath» disse in un sospiro il morente. Con un’energia inaspettata, tentò di bruciare la faccia di Gharod.
Il guerriero dasath la portò indietro, ma non fu abbastanza rapido, e sentì mille spilli pungere e consumare un tratto di guancia. Con un colpo brusco del piede, mandò la guardia a terra, supina. Non si mosse più.
I cancelli della Porta si aprirono con scricchiolii fragorosi. Una dozzina di guardie accorse.
Il cadavere della sentinella morta stava bruciando. Gharod si accorse con orrore che la torcia gli era caduta addosso.
“Spero solo che questo li spaventi.”
«Gæddoröm Gharod! Dasath meianöd!»
I portoni si spalancarono, e i dasath dilagarono nella Valle, intonando canti di guerra.
     

Capitolo 2

Invasione

Galdroth-Ryd Darnath, figlio di Gond, nipote di Galdroth, si svegliò nel cuore della notte. Non certo di sua spontanea volontà. Un rumore assordante gli aveva lacerato la testa piena di sogni, e ora si ritrovava seduto sul letto con gli occhi spalancati nel buio, senza riuscire a vedere neanche un’ombra. Erano passate solo quattro ore dall’allenamento – e dal relativo interrogatorio, e benché sire Luthon gli avesse fatto compiere esercizi «leggeri», che sarebbero stati «più duri col passare del tempo», come aveva detto, al giovane soldato dolevano tutti i muscoli.

«Uno, due, tre, quattro.»
Clac.
«Ancora una volta» disse Luthon. Saltellando da un piede all’altro.
Galdroth respirava a bocca aperta. Si piegò in due per cercare di prendere il respiro. «Sono stanco…»
Tonc.
«Ahi!» disse il ragazzo, massaggiandosi la testa. Lasciò cadere la spada di legno per terra.
Tonc.
«Ehi! Ma che…»
«Non devi mai abbandonare l’arma. Quante volte sei morto, durante l’allenamento?»
«Trentacinque volte.»
Tonc.
«Trentasette. Più questa, trentotto. E quante volte mi hai ucciso?»
«Una…»
«Devi esserne fiero.»
Galdroth si massaggiò le nocche sanguinanti, le dita arrossate… Sentiva schegge di legno conficcate nella pelle, e non ne era abituato. Gli accadeva raramente, solo quando raccoglieva la legna per l’inverno, nella casa dei suoi zii, sulle montagne. Lì non lo facevano combattere, oh, certo che no. Teneva a bada gli animali, mungeva le capre, faceva il formaggio, allevava i cuccioli, curava le piante… Lo aveva raccontato al maestro, durante l’allenamento, perché lui voleva che gli dicesse tutto della sua vita.
Ora Galdroth desiderava non averlo mai fatto.
«Avanti, alzati. Non ci sono animali da allevare, qui. Qui ci si allena per la vita propria e del regno.»
Galdroth ebbe l’ardire di rispondere. «Ma voi siete un contadino, sire, quindi perché non…»
«Ho trent’anni più di te, ragazzo. E sono qui perché è questo il mio e il tuo dovere. Quando tornerò a casa farò il mio dovere di contadino e di marito, ma non è questo il momento. Ora è il momento di…»
Galdroth alzò la spada di legno appena cominciò a scendere quella avversaria.
Tonc!
Luthon ne fu sorpreso, ma anche contento. Provò una finta, ma non si accorse del calcio sferrato allo stinco da parte del ragazzino.
«Lurido figlio…»
Galdroth parò un altro colpo dall’alto, fece finta di tirargli un nuovo calcio, e sferrò un fendente verso il petto nemico.
Luthon non cadde nella finta.
Le lame di legno urtarono, si piegarono, si spezzarono esplodendo in mille schegge.
Luthon rise, e gettò l’impugnatura monca. «Hai imparato a usare il cervello, finalmente.»
Galdroth gli volse le spalle e rispose: «Non ho di certo imparato da voi, sire.»

Sentì qualcuno che si avvicinava al suo letto. Mani prepotenti lo afferrarono per la tunica all’altezza del collo, sollevandolo.
«Cosa sai?» chiese una voce furiosa. Una voce dall’odore di vino, ma assolutamente sobria. «Parla!»
«C…cosa dovrei sapere, sire?» rispose Galdroth.
«Non si risponde a una domanda con un’altra domanda…»
«Vi assicuro che non so di cosa state parlando, mio signore.»
Luthon lasciò andare il ragazzo. «Vestiti e preparati.»
Galdroth ubbidì e non chiese niente. Le risposte gli arrivarono da sole.
«Abbiamo una spia nella valle, forse. Qualcuno è stato in grado di aprire i cancelli della Porta. I nemici sono qui. Se siamo fortunati, avremo il tempo di prepararci e di affrontarli dopo il fiume. Al massimo, potranno invadere due dei quattro villaggi della valle.»
«E… se non siamo fortunati?»
Qualche secondo di esitazione. Poi: «Arriveranno da noi prima dell’alba, e cercheranno l’assedio. Devono sapere che sopravviviamo principalmente attraverso gli scambi commerciali coi villaggi.»
«Dovrò combattere, signore?» Ora Galdroth stava infilando gli stivali, arrancando. «Sire Luthon?»
«Non lo so, Gald. Avanti, muoviti.»
Galdroth corse dietro il suo maestro inciampando. Non gli chiese nient’altro. Uscirono dalla stanza in cui – Galdroth se ne rese conto più tardi – non c’era più nessuno. Aveva dormito nonostante tutti i rumori. Scesero per una stretta scala a chiocciola, l’unica fiaccola infissa alla parete illuminava un solo breve tratto, quindi Galdroth dovette stare ben attento a dove metteva i piedi.
Si ritrovarono fuori dalla torre, in un piccolo spiazzo deserto.
Luthon sembrava indeciso. Poi si mosse e disse: «Seguimi.»
Dopo qualche minuto raggiunsero le mura interne del castello, e lì Luthon si fermò, guardandosi in giro. Si chinò.
«Cosa…?» mormorò Galdroth.
Luthon afferrò qualcosa nel terreno, lo sollevò e si delinearono quattro lati nella polvere.
«È una botola, ragazzo. Il passaggio è stretto, e se un uomo della mia statura prova a entrare lì, rimane incastrato nel percorso. Tu sei ancora abbastanza snello da passarci; ascoltami attentamente: il passaggio conduce al pascolo. Hai visto il recinto di legno, venendo al castello?»
Galdroth annuì con forza.
«È lì che sbucherai. Se ce ne sarà bisogno, qualora ti darò l’ordine, tu correrai qui e striscerai nel passaggio, prenderai un cavallo e chiederai aiuto.»
Galdroth annuì di nuovo. «Ho capito, signore.»
«Bene.»

«Sire Gharod.»
Gharod cercò la fonte della voce. Mille maglie metalliche luccicavano sotto i raggi della luna. Un’ombra gli si avvicinò, silenziosa.
«Sire Gharod, i soldati vogliono sapere quando attaccheremo.»
Gharod osservava il soldato dall’alto, trovandosi in sella al suo cavallo. Rispose: «Non sono io il rh’lon. Chiedete a lui.»
«Ma, mio signore, gli uomini si sentirebbero più sicuri, più forti, ascoltando le vostre parole.»
«Che vadano ad ascoltare un menestrello… A proposito, è con noi?»
Il soldato sembrava a disagio. «No… dice che non vinceremo…»
“Che la grande Aquila maledica quel cacasotto…” pensò Gharod. «È solo un menestrello, è un vigliacco. Se la metà di quello che canta fosse vera, il mondo sarebbe pieno di eroi. I menestrelli non riconoscono i veri eroi. Noi siamo i veri eroi, sappilo. Domani sarà tutto finito, e avrete voglia di rifarlo.»
«Riferirò ai soldati, signore. Grazie, signore.»
“Se continuo così mi faranno Comandante prima del prossimo ciclo di luna” pensò soddisfatto Gharod. “Quel poveretto parla di eroi… sarà il primo a cadere.”
Avevano percorso poco più di un miglio, quando qualcuno gridò. Gharod era assorto nei suoi pensieri, curvo, osservando ora il terreno ora la testa del cavallo; saltò sulla sella spaventato, guardandosi intorno.
«Imbecilli» gli parve di sentir gridare. Per un attimo non capì. Poi si rese conto.
Cento o duecento fiaccole fendevano le tenebre con il loro tenue fuoco.
«Cosa sta succedendo, capo?» volle sapere la voce di un anziano.
Gharod rispose: «Piedelungo, vecchiaccio che non sei altro… Dovreste smetterla di chiamarmi in questo modo, o penseranno che io voglia sollevarvi contro il Comandante.» “Però dà una tale soddisfazione…”
Il vecchio sputò per terra. «Tu diverrai re di Vo Dasath, amico. E se non accadrà, ucciderai il re e prenderai il trono, come l’Eldred della leggenda, qhat.»
“Tu sì che sai parlare, vecchio.” «Il piano prevedeva l’attacco a sorpresa» spiegò Gharod. «E invece hanno deciso di darsi ai festeggiamenti accendendo le fiaccole… il Comandante li sta fermando, prima che comincino a cantare.»
Piedelungo ridacchiò. «Il solito guastafeste…»
«Non mancano mai, vecchio. Prepariamoci a una difesa più forte.»
«Qhat. Sii forte.»
«Anche tu, vecchio.» “Sii più forte del solito. Sanno che stiamo arrivando, il messaggero ha il piede più lungo del tuo. Peccato che non abbia potuto ucciderlo… Perlomeno, il drappello che sosta al villaggio non ci prenderebbe alle spalle.”

Dhaw si alzò di scatto dal tavolo, facendo cadere la sedia per terra.
«Che succede, capo?» domandò Haln, ubriaco tanto da vedere annebbiato ma non abbastanza da non capire nulla… o almeno, non meno di quanto era in grado di capire.
“Intrusi!” pensò immediatamente Dhaw. “Invasori!” «Nemici!» disse infine.
Le note dei flauti erano seguite dai canti brilli, e nessuno lo udì.
«Nemici! dannazione, nemici!» gridò ancora. Qualcuno si girò, ma l’attenzione era concentrata sul canto.

«Canta, canta, fino al mattino,
dolce è il vino, lungo il cammino!
L’erboso pendio il vento accarezza,
via tutto il timore e l’amarezza!»

Dhaw recuperò la spada corta infilata nel fodero, e la sbatté sulla testa di uno dei suoi uomini. L’ubriaco cadde col sorriso in faccia.
Ma tutti gli altri si fermarono.
«Nemici! Nemici nella valle! A me i guerrieri!»
Un giovane soldato, arrivato alla fortezza cinque anni addietro, corse da lui, sul volto una maschera di preoccupazione.
«Capo, gli uomini sono quasi tutti ubriachi. Non si reggono in piedi…»
Dhaw imprecò. «Si reggeranno in sella, vedrai. Gimda, riempi d’acqua tutti i secchi che hai.»
«Perché?» chiese con aria stupida la cameriera. Aveva un visetto carino, ma l’aria era quella di una persona poco acuta.
«Fallo ora, donna, o…» Stava agitando in aria la spada infilata nella custodia e si apprestava a dire una sconcezza, ma la ragazza sembrò capire, dato che posò le mani sulle orecchie e filò a eseguire gli ordini.
«Capo, siete sicuro di aver visto dei nemici?» domandò il giovane.
Effettivamente, Dhaw non aveva visto i nemici. Aveva visto centinaia di luci appartenenti a ipotetiche fiaccole e forse la sagoma di qualche cavallo. Ma la Porta veniva chiusa al calar del sole, era risaputo, e nessun viandante sarebbe giunto a quell’ora. Inoltre, non si trattava di un solo viandante, ma di almeno cinquecento, stando ai suoi calcoli. I soldati della caserma non usavano torce, e le guardie che raggiungevano la Porta non erano mai così tante. Inoltre, quelle figure si stavano allontanando dalla Porta.
Dhaw adocchiò un uomo che con un ferro attizzava le fiamme del camino.
«Arroventa quel ferro, figliolo» ordinò. «Vedrai, avremo i migliori guerrieri di tutte le leggende, con un po’ d’acqua fredda e qualche buona scottatura.»

Capitolo 3
 
«Cosa sta succedendo?» chiese Jard.
Il ragazzo che gli stava affianco guardò attentamente verso Cima-degli-orsi, il villaggio sul colle, a est del fiume. Gli rispose: «C’è scompiglio. Forse una rissa… o forse l’oste sta cacciando gli ubriachi – strano, la luna è ancora alta sopra le montagne.»
Jard dei monti Hodgoth rifletté, carezzando la testa del puledro. «Cosa consigli?»
Il ragazzo fece spallucce. «Vi ho già detto che non posso coprirvi. So che non avete brutte intenzioni, ma quelli del villaggio potrebbero pensarla diversamente.»
«Avete già mandato un messaggero.» Non era una domanda.
Il ragazzo, la guida, deglutì. «Sì. Avreste dovuto sapere…»
«Non importa, figliolo. Calmati. Sapevo che l’avreste fatto; si può dire che abbia pagato il mio ingresso.»
«Cosa avete intenzione di fare?»
Jard sfilò il flauto dalla soffice custodia. «Cosa vorresti sentire, Pad’o?»
Il ragazzo si illuminò. «Quali canti conoscete?» volle sapere. Avevano ripreso a camminare, e Jard intuì che la sua guida l’avrebbe portato alla sporgenza rocciosa, che intravedeva sotto la tenue luce della luna.
«Ne conosco molti» disse Jard. Si grattò il collo, nascosto in parte dalla barba. «Molti mi chiedono delle Gesta, e certe storie diventano noiose dopo un po’…»
Pad’o rise. Erano arrivati alla sporgenza, e il ragazzo gettò il bastone e le pelli sul terreno. «Cantatemi quello che desiderate, sire.»
Jard posò il carico accanto alla roccia su cui si sedette. «Ti canterò la storia della fine di Gonæl»
«Chi era?» domandò ansioso il ragazzo.
«Era un pastore che divenne re di vaste terre, a est, al di là del mare.»
«Sire, prima che cominciate a cantare… desiderate recarvi a Cima-degli-orsi, domani?»
Lo sguardo di Jard si perse nelle luci del villaggio, lontane. Poi sulle ombre in movimento, i dasath.
Disse infine: «Non lo so, Pad’o. Domani la risposta arriverà da sola; ora cantiamo.»

Luthon si coprì la testa col cappuccio del camaglio. Lo premette all’altezza delle orecchie, quindi portò una mano sull’elsa della spada corta.
«Accidenti, perché ci mettono così tanto?» disse. «Avanti! Sbrigatevi!»
Una piccola folla accorse, assicurando armi ai fianchi, stringendo cinghie, sistemando scudi in spalla.
La luna era visibile tra i rami secchi dell’albero sotto cui Luthon stava radunando il piccolo drappello.
«Dov’è il Comandante?» domandò una figura nera, impegnata a trovare il fodero del pugnale, invisibile nelle tenebre della notte.
«Non c’è, sono io il vostro Comandante, ora.» Luthon cercò di contare le teste dei guerrieri. Rinunciò immediatamente.
«È morto?»
«Certo che no, idiota! Basta parlare, non m’importa se siete pronti o no.»
“Quanti nemici abbiamo di fronte? Spero solo che la notte copra la valle fino al momento della battaglia. Questi uomini scapperebbero vedendo anche un solo soldato in più fra i nemici. Sono entrati dalla Porta: decideranno sicuramente di oltrepassare il Ponte Grande. È lì che dobbiamo fermarli, ucciderli tutti, o temporeggiare. Oh, Signore della Luna, proteggici.”
«In marcia.»

Galdroth non pensava che la vita del guerriero fosse così frustrante e faticosa. Correva su e giù e ubbidiva agli ordini. Stava salendo i gradini di pietra che portavano alla passerella est, sopra i portoni d’ingresso della caserma e del castello.
Posò a terra il contenitore con le frecce.
La guardia si avvicinò, mimò qualcosa a una persona distante, e non spiccicò una parola di ringraziamento.
“È la guerra” si disse Galdroth. Per lui non c’era differenza fra una battaglia e una guerra; in fondo… si muore in entrambe. “Faccio solo il mio dovere, non devo aspettarmi nulla in cambio.”
Scese le scale in fretta, ma scivolò su un gradino. Riacquistò l’equilibrio e arrancando riuscì a non atterrare sulla faccia. Avvertì un improvviso dolore alle gambe, ma sapeva che sarebbe passato in fretta. “In guerra ci sono dolori peggiori.”
Si sedette sul terreno freddo per riprendere fiato. Non poteva fare a meno di pensare. Non aveva avuto molto tempo per farlo, e accucciato accanto alle scale, nell’oscurità, poteva pensare tranquillamente. O quasi.
Prese in considerazione un’idea che gli era passata per la testa scappando via in fretta. “E se dovessi combattere? Morirò certamente… E se scappassi? Potrei farlo adesso, attraverso il passaggio che mi ha indicato sire Luthon…”
“Saresti un codardo” disse una seconda voce.
“Sarei almeno un codardo vivo. Nessuno lo saprebbe: i dasath sono i guerrieri più temibili, lo sanno tutti, e invaderanno la valle e uccideranno tutti tranne me. Vagherò fino a trovare il villaggio più vicino, e sosterrò di essere sopravvissuto al massacro…”
«Che fai, dormi?»
Galdroth alzò di scatto la testa. La fiamma danzante di una fiaccola illuminava i lineamenti di una faccia che sembrava levitare nell’aria. Una faccia deturpata all’altezza dell’occhio destro. Una faccia che sembrava felice o disgustata a causa dell’inquietante piega della bocca.
«Riposavo» si giustificò Galdroth.
L’uomo lo squadrava orribilmente. Doveva esserci qualcosa di strano, in Galdroth, visto che l’individuo lo guardava con curiosità.
Ma smise poco dopo, e gli sferrò un calcio incerto per farlo alzare.
Galdroth saltò su e corse via. Voltandosi, vide ancora la faccia volante dell’uomo. Lo guardava con sospetto.
Galdroth continuò a correre.

Capitolo 4

«Ecco il ponte» disse Massan il Terremoto. La sua voce profonda risuonava metallica e temibile all’interno dell’elmo.
Gharod dovette sforzarsi per riuscire a distinguere il ponte. La luna sembrava spegnersi lentamente, e persino la fredda superficie del fiume brillava tenue come un vecchio fantasma.
«Ora sì che abbiamo bisogno delle torce» ironizzò. Sentì il Comandante Massan che grugniva, e si guardò attorno. Avanzavano lentamente. “È tutto troppo sereno. Dovrebbero esserci almeno delle guardie, per vigilare o farsi pagare il pedaggio per il ponte. Ecco, lì c’è una torretta.” Mormorò: «Comandante…»
«Hm?» Massan fece avvicinare il cavallo a quello di Gharod.
«C’è una torretta, lì. Non c’è nemmeno una fiaccola, nessuna guardia. Probabilmente si nascondono.»
Massan annuì lentamente. «Infila l’elmo. E lo facciano anche gli altri.» Alzò una mano in aria e disse ad alta voce: «Raal.»
Un soldato accorse. Disse: «Comandate pure.»
Massan gli si avvicinò e sussurrò qualcosa. Raal annuì e richiamò il suo gruppo di soldati.
«Cosa gli hai detto?» volle sapere Gharod.
«Vedrai.»
«Dobbiamo sbrigarci; mi è sembrato di scorgere delle figure tra gli alberi, oltre il ponte.»
«Lo so.»

«Cosa stanno facendo?» domandò qualcuno. «Perché non procedono?»
Luthon strinse i denti, irritato, e disse: «Devono averci visti. Accidenti.»
Restarono immobili per alcuni minuti. Poi delle urla risuonarono nella notte.
«Cosa succede?» chiesero ancora a Luthon. Voci piene di paura.
Luthon si voltò. «Al diavolo il silenzio e la sorpresa. Attacchiamo!»

Gharod trattenne il cavallo, spaventato dai movimenti improvvisi che stavano avvenendo.
Due ombre finirono nelle acque del fiume, gridando e poi smettendo all’improvviso. Poi altre quattro. Cadevano dalla torretta. Sulla cima apparve Raal, spada insanguinata in pugno.
«Arrivano!» gridò.
Gharod si guardò attorno spaventato. Urla di guerra echeggiarono dappertutto. Sguainò la spada e vide, poco distanti, dei visi che spuntavano dai cespugli.
«Aaah!» Un soldato alla sua destra cadde dal cavallo, stringendo una freccia che gli sporgeva dallo sterno.
Gli altri guerrieri, dai cavalli, sferravano fendenti mortali agli arcieri nascosti. La sorpresa non era riuscita così bene.
Gharod gridò: «Avanti!» e incitò il destriero al galoppo.
«No!» disse Massan, protendendo un braccio, nel tentativo di afferrarlo. Ma era andato, e i soldati lo seguirono, gridando assieme a lui.

«Stanno arrivando, preparatevi.»
Luthon e i suoi uomini sbucarono dalle tenebre, correndo verso il ponte.
I nemici gridarono con più vigore. “Siamo comici, ai loro occhi”, pensò Luthon. “Siamo come bambini. Pensano che possono fare di noi quello che vogliono. Ma si sbagliano di grosso.”
Percorsero pochi passi sul ponte, quindi si fermarono. I fanti di Luthon si fecero da parte, la prima esigua fila di arcieri incoccò, mirò e lasciò andare le frecce.

Il soldato finito sotto i piedi del cavallo di Gharod si era trovato davanti a lui: non aveva potuto gridare. Era morto prima ancora di essersene reso conto.
«Veloci!» sbraitò Gharod. Il ponte era lungo non più di venti uomini distesi, e largo abbastanza da far passare sette uomini a cavallo. Per attraversarlo al galoppo bastavano meno di dieci secondi. Ma andava convincendosi che non l’avrebbero mai attraversato. “Ci hanno teso una trappola!” Rimpianse di non aver ascoltato Massan. “Ora capisco cosa aveva intenzione di fare…” «Cavalcate! Veloci!»
Una freccia lo colpì al fianco, ma andò oltre, scivolando sull’armatura. “Perlomeno, non hanno frecce efficaci.”
Poteva ancora farcela.

«Via gli arcieri, via gli arcieri!» ordinò Luthon. «Affrontiamoli! Impugnate le lance! E non temete di morire!» “Abbiamo ancora qualche speranza.” «Si preparino i lanciatori!»
Gli avversari erano sedici piedi più avanti. Dieci. Quattro.
Luthon abbassò la lancia. La guidò verso il petto del cavaliere, evitò il cavallo balzando di lato, fece cadere il nemico, si spostò per lasciare spazio a un’altra lancia.
«Attenti ai cavalli!»
Sul ponte c’era del sangue. Alcuni cavalli giacevano per terra, agonizzando. I soldati che li cavalcavano si stavano rialzando e si preparavano ad affrontare gli esili e impauriti guerrieri in cotta di maglia. I dasath indossavano sempre almeno l’elmo e la corazza pettorale. Sarebbe stato uno scontro impari.
«Lanciate! Lanciate! Lan-» Luthon ricevette un colpo alla testa e cadde a terra. Gli anelli metallici del camaglio lo avevano protetto da… cosa? Si guardò in giro, con la vista annebbiata e un dolore lancinante che avvertiva fin dentro il naso. “Che importa? Sono ancora vivo, e non sanguino… credo.”
Una lama luccicò sopra di lui, e Luthon rotolò di lato. Si rialzò e parò a stento un colpo. Tutt’attorno la situazione stava peggiorando: i dasath a cavallo non riuscivano a proseguire, ma quelli privi di cavalcatura stavano affrontando e vincendo i suoi uomini.
«Avanti, vieni qui» lo derise il nemico. Dalla voce sembrava giovane e sicuro di sé.
Luthon indietreggiò. Girò attorno al dasath, e il dasath lo assecondò, ridendo. Nelle ombre della notte, riuscì a distinguere una scottatura sulla guancia.
Poi il nemico avanzò di un passo e alzò le braccia. Un colpo discendente; Luthon perse la spada parandolo. Poi non esitò. Disarmato, spaventato, era certo che sarebbe morto, ed era pronto a qualsiasi cosa pur di salvarsi la vita, attingendo a quella fonte di forza che è un appiglio a chi ha voglia di vivere. Si gettò con tutto il peso contro il dasath.

Gharod barcollò. Il peso dell’armatura, seppur incompleta, era notevole, e lo stava portando indietro.
Prima ancora di poter tentare di riprendere l’equilibrio, urtò qualcosa all’altezza del bacino. Cadde all’indietro con una capriola in aria, e finì in acqua.

Appena Luthon si fu liberato del nemico, vide i lanciatori che caricavano il tiro. Lanciarono le grosse otri avvolte nelle pezze. Sette ne volarono in aria; alcune si ruppero sugli elmi dei dasath, altre sul ponte. Poco dopo decine di fiamme lambirono l’aria, e il ponte avvampò.
Il fuoco divorò immediatamente il legno. I dasath cercavano di scappare, o si gettavano nel fiume. Altri perirono nella loro stessa armatura, una prigione di fuoco e metallo rovente.
Gli uomini di Luthon esultarono, e Luthon con loro. Ma la metà di loro era morta, nonostante la brevità della battaglia e il vantaggio sui nemici.

Gharod era cresciuto lungo le coste di Vo Dasath. Trattenere il fiato in acqua non era una novità. Fu felice di essere vissuto lì, mentre con fatica si toglieva la corazza pettorale, l’elmo, gli stivali, e abbandonava lo scudo, ancora legato al braccio.
Mentre faceva questo, vedeva in superficie un’intensa luce e una dozzina di suoi compagni che finivano nel fiume.
Si allontanò dal ponte nuotando sott’acqua. Tornò in superficie ormai privo di fiato. Respirò il fumo di legno, carne e metallo bruciati.
Uscì dall’acqua e si nascose tra i cespugli, infreddolito. La sua ira e la sua frustrazione sarebbero bastate a farlo asciugare.

 

Parte Seconda

Capitolo 5

A Massan doleva il braccio sinistro. Gli sembrava di sentire mille spilli di ghiaccio che lo pungevano, e sebbene il dolore stesse passando in fretta, la sensazione di torpore al muscolo rimase.
Aveva recuperato un cavallo, e con un gruppo di uomini mutilati o ustionati aveva raggiunto l’esercito.
«C’è un villaggio accanto al fiume» gli riferì un soldato, indicando piccoli pennacchi di fumo. «Se nessuno li ha avvisati dell’attacco, possiamo cogliere di sorpresa gli abitanti. Scommetto un occhio che c’è un ponte, forse anche più di uno, nel villaggio.»
Massan diede una pacca sulla spalla sinistra del soldato. «Sarò io stesso a cavartelo, se non è così.»
Il soldato sghignazzò, ma la voce gli tremava.
«Avanti, marciate.»

Luthon non era mai stato così felice di vedere le mura della caserma. Gli apparvero improvvisamente attraverso una leggera nebbia, come in un sogno.
Entrati, alcuni si diressero verso l’infermeria, altri verso le cucine, qualche altro, invece, pensò bene di recarsi all’armeria.
«Torneranno tra poco» disse Luthon, ansimando, il fiato che fumava nell’aria gelida della notte profonda. Pochi lo sentirono, ma non se ne curò. Si sedette su una delle casse di legno accatastate contro il muro.
Una bassa figura sbucò dall’ombra, veloce.
«Sei tu, Galdroth?» domandò Luthon.
«Sire Luthon!» Il volto del ragazzo si fece più chiaro alla luce delle torce. Sembrava turbato.
«Cos’è successo?»
Galdroth lo guardò senza capire. «Niente… Avete affrontato i dasath?»
Luthon annuì tristemente.
«Li avete sconfitti, quindi!»
«Cosa te lo fa credere?»
Galdroth si guardò attorno, come se la risposta fosse sotto il loro naso. «Siete tornati sani e salvi.»
Il contadino scosse la testa, amareggiato. «Li abbiamo solo rallentati. Pensavano di poter oltrepassare il ponte.»
«Ho visto del fuoco, mentre ero sulla passerella. Cosa hanno fatto?»
«Te lo spiegherò in seguito. È stata opera nostra, un intruglio di nerofango e polvere di pietra-fumosa… Non capiresti, è un’arma dell’est, del popolo nascosto.»
Galdroth non disse niente, ma poco dopo domandò: «Perché ci stanno attaccando?»
Luthon si alzò di scatto, spaventando il giovane. «È questo che non capisco, dannazione.
«È possibile che Vo Dasath stia cercando di conquistare solo la nostra valle, disinteressandosi del regno. Ma questo significherebbe guerra, e i dasath non hanno motivo di venire alle armi.
«Non è da escludere che una delle nostre città abbia invaso Vo Dasath, inducendoli alla vendetta.»
«Oppure quello che ci attacca è solo un gruppo di ribelli» propose Galdroth.
Luthon si stupì, nel sentirlo parlare in quel modo. «Già… potrebbe essere.»
«E ora cosa faremo?»
«Aspetteremo, non abbiamo alternative.»

Gharod temeva di avere la febbre. Gli girava leggermente la testa, e gli sembrava di aver fissato un focolare per un’ora, a causa della faccia in fiamme. Aveva lo sguardo annebbiato, e la testa che gli scoppiava. I capelli ancora umidi e gelati.
In compenso, aveva recuperato una cotta di maglia, un pugnale e una spada smussata. E vedeva, poco lontano, i suoi compagni. Si erano incredibilmente accampati, nel mezzo della valle, a un miglio dal fiume, e sembravano disposti a passare la notte lì.
Dubitava che stessero aspettando proprio lui.
Raggiunto l’accampamento, due ombre gli vennero incontro, lance basse.
«Sono Gharod» disse, alzando le mani.
Le due figure esitarono. Non avevano fiaccole, quindi non potevano fidarsi.
Gharod avanzò, deciso, e la guardia di sinistra cercò di colpirlo con la lancia. Il guerriero la parò con la spada, e in un attimo l’afferrò e la tirò verso di sé. La guardia cadde a terra. Mentre l’altra lancia gli caricava verso il petto, Gharod la scansò e protese la lama verso la gola dell’aggressore.
«Sono io, idioti.»
Gharod raggiunse il gruppo radunato attorno al fuoco più grande. Riconobbe Arled, non proprio vecchio, più o meno alto e con lunghi capelli neri.. L’uomo sarebbe diventato il vice Comandante, se fosse morto Gharod. Quindi tutti avevano obbedito agli ordini di Arled, credendo morto il loro precedente capo.
«Qun» salutò Arled, alzandosi. «Credevamo fossi…»
«Non lo sono» disse Gharod, avvicinandosi al fuoco. «Ho la pelle dura, io.» Si spogliò degli indumenti fradici e congelati. Gli portarono degli abiti leggeri e relativamente puliti, e una coperta pesante.
«Dov’è Massan?» domandò Arled.
«Cercate della freddarella» ordinò Gharod, «e preparatemi qualcosa. Credo di avere la febbre.»
«Allora?» lo incitò.
«Non ne la più pallida idea. Era dietro di me, nel rogo del ponte, quindi deve essersi salvato. Ma se non è con voi…»
Arled guardava il fuoco, riflettendo. L’espressione che aveva sul volto era un conflitto tra la soddisfazione e la rabbia.
“Crede che Massan sia morto. Quindi è irritato perché io ora sarei il loro Comandante. Questo significa che lui ha preso il mio posto, ma è evidente che aspirava alla posizione più alta, il maledetto.”
«Vi siete accampati» fece notare Gharod. «Riposiamo, dunque. Domani attaccheremo il villaggio più vicino e invaderemo la Caserma.»
«Stai scherzando, spero!» disse Arled in un sussurro. Poi alzo la voce: «Avranno tutto il tempo necessario per prepararsi!»
«E allora? Si preparino pure. Non vogliamo il villaggio, ma la valle. Voi non torcerete un capello, domani, a nessun cittadino. Useremo solo i ponti del villaggio, e assedieremo la Caserma. Entro il prossimo tramonto, la valle sarà nostra.»
I soldati si agitarono. Alcuni borbottarono la loro contraddizione, altri approvavano, ridendo.
«Solo uno stupido può fare una cosa simile!» sbraitò Arled, girando attorno al fuoco, inquieto. «Non mi è mai piaciuta l’idea di invadere la valle, e ora che abbiamo già perso alcuni dei nostri senza nemmeno combattere in campo aperto, non ho voglia di morire inutilmente, per ordine di un giovane stolto.»
Gharod rimase fisso immobile con le gambe sul terreno e i pugni stretti lungo i fianchi. «Mi stai dicendo che vuoi disobbedire agli ordini reali? Sei un disertore, ecco cosa sei!»
«Quali dannati ordini reali? Se il re sapesse cosa sta accadendo, ci caccerebbe in mare verso nord. E impiccherebbe te.» Sputò a terra.
Un uomo chiese: «Cosa significa? Come può il re non sapere…?»
«Già,» intervenne qualcheduno, «cosa state tramando?»
Gharod fulminò con un’occhiata Arled, la cui bocca si deformò in un sorriso soddisfatto. Quindi fece cadere a terra la coperta, e guardando tutti disse: «Il Comandante Massan ha ricevuto un ordine. Un dasath che non obbedisce agli ordini, è ufficialmente un disertore, e la legge vuole che lo si impicchi. Il nostro Comandante non è un disertore, e ha obbedito agli ordini del na-rad di Thorn, Urra. Egli ha il potere di dare ordini per conto del re, come voi sapete, sulle decisioni minori.»
«E questa ti sembra una decisione minore?» gridò qualcuno.
«Tuttavia, se la decisione del na-rad non è tollerata dal re, quello viene dimesso e paga per il suo errore. Nei casi più estremi, viene impiccato, e coloro che hanno ubbidito ai suoi ordini vengono risparmiati.»
«Potranno risparmiarci a Vo Dasath, ma non credo che faranno la stessa cosa qui.»
Molti soldati approvarono.
«Bene. La soluzione mi sembra evidente.»
«Parla!»
«Attendiamo l’arrivo del Comandante. Porremo a lui la domanda, e convocheremo un consiglio. Fino ad allora, vi auguro una buona nottata.»

«Dovresti dormire» disse Luthon. Il sole dell’alba sarebbe apparso fra poco.
Galdroth fece una smorfia, e si stropicciò gli occhi.
«Non devi preoccuparti: quando saranno sotto le mura ti sveglierò io.» Sghignazzò.
Dalla torre sud si poteva vedere bene tutta la valle. Galdroth si era offerto come aiutante della sentinella di guardia. Luthon aveva notato che, effettivamente, il ragazzo aveva una vista formidabile. Un po’ di finta responsabilità non gli avrebbe fatto male.
Lo stomaco di Luthon brontolò, e Galdroth rise.
«Devo lasciarti. Qualcuno sta reclamando cibo.» Si rivolse alla sentinella: «Se fai qualche errore, il ragazzo me lo riferirà, quindi tieni gli occhi ben aperti.»
«Sissignore» rispose la guardia, sorridendo.
Luthon si recò nella sala grande, dove già molti stavano facendo colazione. Si sedette sulla panca, al lungo tavolo, in un posto solitario. La colazione consisteva in pane, formaggio e birra. Mentre mangiava rifletté sul da farsi. Non aveva riferito a nessuno la possibilità che un drappello di soldati andath, un drappello di controllo inviato dal regno a ogni ciclo di luna, potesse arrivare per assicurarsi che tutto andasse bene. Temeva che, dicendolo, la possibilità si sarebbe infranta.
«Non mi convince, effettivamente…»
Luthon si voltò. Un gruppo di uomini stava confabulando in segreto, ma il segreto non doveva essere proprio tale, dato che attorno si era radunata una piccola folla.
«Potrebbe essere una delle guardie, o persino uno dei cuochi.»
La voce apparteneva a un vecchio. Luthon finì in fretta di mangiare, e si avvicinò alla folla.
«Potrebbe essere chiunque, insomma…»
«Cosa sta succedendo?» chiese Luthon.
Tutti si voltarono a guardarlo. Molti erano imbarazzati, ma il vecchio lo guardava con aria di sfida. «Si discute.»
Luthon squadrò gli uomini radunati. «Si mormora, direi. Che diamine sta succedendo?»
«Una talpa» disse un uomo senza barba, dalle guance paffute. Qualcuno gli diede una gomitata.
«Una talpa?» ripeté Luthon.
«Già,» disse il vecchio, «come credi che siano entrati i dasath? C’è una spia tra di noi, è sicuro.»
«Non è il modo migliore di affrontare un momento simile, vecchio.»
«Di’ quello che vuoi, ma la verità non cambia. Dormite con gli occhi aperti, uomini, se tenete alla vostra pellaccia.»

Il sole era spuntato, dietro le vette, e proiettava le ombre dei monti imponenti sui villaggi della valle e sulla caserma, ai piedi dei giganti di roccia. Ma le ombre non raggiungevano il fiume, accanto al quale l’accampamento dasath cominciava a svegliarsi.
Gharod aprì gli occhi e si stupì di poter vedere e respirare ancora. Poche ore prima aveva affrontato una discussione pericolosa nelle condizioni peggiori. Nessuno aveva notato che avrebbe potuto cedere e svenire da un momento all’altro.
Ora sentiva le ossa che gli dolevano leggermente, ma tutto il resto andava bene.
“Potrei affrontare un mostro dei monti, e poi mangiarmelo.” Trovò del pane duro nella sacca di un soldato. C’era anche della birra, e pezzi scuri e raggrinziti che sembravano carne salata. Ammorbidì il pane con la birra e mangiò.
Uno ad uno, anche gli altri si svegliarono. E mentre Gharod mangiava, seduto su una roccia, vide qualcuno avanzare verso l’accampamento. Si alzò, mandando giù con la birra gli ultimi pezzi di pane, e andò incontro alle figure.
«È arrivato! È arrivato!» gridarono.
Gharod accorse, spintonando gli uomini che gli si paravano dinanzi.
Un uomo enorme, dal volto impolverato e gli occhi di fuoco. Un piccolo drappello lo seguiva.
«Massan!» chiamò Gharod. Gli diede una forte pacca sul braccio. I due si strinsero la mano nel saluto del soldato.
«Abbiamo perso troppo tempo» disse il Comandante, tranquillo ma con un pizzico di evidente rabbia. Si avviò nell’accampamento, sferrando calci a chi ancora dormiva. La piccola folla si dileguò, lasciando Gharod e il Comandante da soli.
«Massan, devi sapere una cosa…» disse Gharod a bassa voce.
«Me lo dirai dopo. Lassù si staranno già preparando all’assedio. E io che speravo di irrompere a loro insaputa…» Ridacchiò. Note di pietra, dal sapore triste.
«È importante» insisté Gharod.
«Ci hanno attaccati durante la notte?» disse Massan con furia e con voce crescente. «Nascondono un altro esercito nelle montagne? I cittadini dei villaggi scenderanno con forconi fiammeggianti? O hanno addestrato un mostro che ci sbaraglierà?»
Gharod distolse lo sguardo, arrabbiato.
«Niente di tutto questo. Ora preparati come gli altri, e impugna la spada.»
«Ascoltami, dannazione» esclamò Gharod, rosso d’ira in volto. «Cos’è, i lupi della valle ti hanno violentato?»
Massan si fermò.
Qualcuno, che aveva sentito, scappò via sghignazzando. Quelli che erano più vicini si immobilizzarono, come statue di ghiaccio, seri come la morte.
Il Comandante spinse Gharod, sbattendogli le mani sul petto.
Il guerriero cadde indietro, colto alla sprovvista. Rotolò nella polvere.
«Perché l’hai fatto?» gridò Massan. «Perché hai caricato gli andath, sul ponte?»
«Dovresti comandare l’esercito con saggezza e onore, quando io non posso. Invece ti comporti come un ragazzino impulsivo.» Non aggiunse altro. Continuò a ispezionare i dormienti, ma tutti erano già in piedi, svegli e vispi.
«Prendete solo le armi» ordinò Massan. «Non ci accamperemo un’altra volta, se non nei letti degli andath, con le loro mogli. Nessuno dormirà, finché le porte della caserma resteranno chiuse. Avanti!»

Galdroth corse verso le stalle. Era certo di potervi trovare Luthon, o almeno un buon gruppo di uomini da avvisare. Durante la notte era calata la nebbia, e l’umidità aveva attaccato ogni cosa. Scivolò pericolosamente sulle pietre nel frenare la sua corsa, entrò nelle stalle e gridò: «Arrivano!»
Gli uomini che si trovavano lì lo guardarono per un attimo. Nessuno domandò altro. Sellarono i cavalli e si prepararono, e Galdroth si sentì onorato: la sua parola non era stata messa in dubbio e tutti avevano provveduto a muoversi. Pochi minuti dopo, l’allarme venne diffuso a tutta la caserma, e nessuno più dormiva.
«Dove sono?» chiese Luthon, dopo che ebbe raggiunto il ragazzo. Vedeva una strana luce nei suoi occhi. Non era spaventato, né eccitato. Sembrava quasi saggio.
«Si dirigono verso quel villaggio.» Indicò un punto lontano, da cui salivano verso il cielo piccoli pennacchi di fumo, colorati dai raggi del sole nascente.
Luthon si grattò il mento, riflettendo.
«Dobbiamo prepararci all’assedio?» volle sapere Galdroth.
Luthon osservò le ombre che si affrettavano a raggiungere il villaggio. «No» rispose. «Li affronteremo.»

Capitolo 6

Tutti i soldati si erano radunati nell’ampio cortile, davanti ai portoni d’ingresso della caserma. Si era creato una sorta di vuoto attorno a Hyas Magan, capo della caserma in assenza del suo superiore che, dall’arrivo dei nemici dasath, sembrava scomparso nel nulla.
«È inutile tremare e porsi mille domande» disse Hyas, camminando su e giù, inquieto, guardando tutti i volti preoccupati dei guerrieri, perlopiù vecchi e ormai estranei alle armi. «Di certo non possiamo chiedere spiegazioni ai nemici, o domandare al re cosa fare.»
Il cielo minacciava pioggia, e il lenzuolo di nebbia era ancora adagiato sulla valle.
«Immaginate un folle che corre verso di voi. Immaginate che impugni un coltello. Vi porreste così tante domande? No. Vi difendereste; lo uccidereste, se necessario. È questo che dobbiamo fare.»
«Le mura della caserma sono abbastanza solide da proteggerci» disse una voce impertinente.
Hyas si voltò. «Questo è vero. Ma chi proteggerà i villaggi vicini? I dasath si accamperebbero qui davanti, e nel frattempo, a turno, andrebbero a saccheggiare i villaggi e a stuprare le donne, aspettando che noi ci consumiamo qui dentro.
«Avanti, allora. Mani alle armi.»
«No.»
Tutti si voltarono. Un vecchio si fece avanti. Luthon lo riconobbe subito: era il vecchio che insinuava ci fosse una spia nella caserma.
Hyas lo guardò a lungo, poi disse: «Pa’gh Rutya.»
«Ghar» rispose quello, annuendo. «Nessuno sa che fine abbia fatto il Capo-caserma. Ebbene…» sputò, «è stato ucciso.»
Mormorii di stupore serpeggiarono tra la folla.
«Come fai a dirlo?» chiese Luthon, con un tono rude che neppure lui riconobbe come suo.
Pa’gh lo guardò con disprezzo. «Se non è morto, è prigioniero dei dasath. Come posso dirlo? Semplice: la spia è arrivata poco prima dei dasath, e ha provveduto a farli entrare con qualche trucco, qualche stregoneria, magari.»
Luthon ebbe un tuffo al cuore. Erano tutti tesi, e il vecchio non stava facendo altro che renderli più nervosi. Se avesse detto anche ciò che temeva…
«Sei un codardo!» gli disse, precedendo le sue parole.
«Che cosa?» disse Pa’gh, sbigottito.
«Avanti, lo sanno tutti che sei un codardo. Non vuoi combattere, è questa la verità. Rimani qui, allora.»
«Hai ragione, voltagabbana, ci sono dei codardi qui. E spie, come quel moscerino che è appena arrivato.
«Signori, quel ragazzo biondo, da poco giunto alla caserma, è la spia. Ha tutti i tratti di un dasath, e persino il nome è proprio di quei barbari assassini.»
I soldati si mossero, a disagio, e cominciarono a parlottare.
«E lui» continuò il vecchio, puntando il dito verso Luthon, «è l’uomo che i nemici hanno pagato perché li aiutasse ad entrare nella valle.»
«Che diamine dici?» gridò Luthon, furioso. Si fece avanti spingendo la folla; arrivò davanti a Pa’gh, e gli sferrò un pugno in pieno naso.
«Calmi!» disse Hyas.
Tennero Luthon per le braccia, e il contadino si divincolava e sputava verso il vecchio.
Pa’gh, steso a terra, si puntellò su un gomito, e tastò il naso rotto con una mano. Vide il sangue, e disse: «Mi credete, ora?»
Hyas si mise tra il vecchio e Luthon. «È come dice lui, Luth?» domandò.
«No!» disse il contadino, indignato. «Sporco, vecchio bugiardo che non è altro…»
«Mi basta» concluse Hyas, voltandosi. «Prendete le armi; andiamo a combattere.»«Dannata nebbia.»
L’esercito si muoveva rapidamente.
«Prima arriviamo, prima potremo andarcene» disse Massan. Non si sentiva molto bene, e sentire lamentele sicuramente non lo rendeva più sano.
Gli si avvicinò Gharod, ma fece finta di non vederlo.
«Capo?»
Nessuna risposta.
«Concedimi almeno una parola, in nome di Gan…»
«Cosa c’è?» rispose Massan, sussurrando abbastanza forte da farsi sentire da tutti.
Gharod si guardò attorno. «In privato.»
«Continuate a marciare» ordinò il Comandante. Si allontanarono dal gruppo, che seguiva il fiume, per camminare tra gli alberi.
«Ieri sera c’è stata una discussione» cominciò Gharod. Gli riferì quello che era successo, insistendo sulle sue preoccupazioni e i suoi dubbi, sul timore che una parte dell’esercito disertasse per causa di Arled. «Non conoscono il significato di questa incursione, Mas. Non si sentono motivati, e la sconfitta sul ponte ha gettato il seme del dubbio nei loro cuori. Non si sentono più immortali. E, se devo essere sincero, neanch’io mi sento tanto sicuro, e comincio a dubitare sul vero scopo di tutto questo.»
Massan teneva lo sguardo basso. «Potresti diventare il Comandante della legione, sai?»
«Cosa?»
«Se io… se io morissi, tu mi sostituiresti, ma se mi elevassero a un grado maggiore… diverresti comunque Comandante.»
«Di cosa stai parlando?»
Massan lo guardò. «Urra è un mio amico. Mi ha promesso tutto l’aiuto necessario, se non mi fossi opposto ai suoi comandi.»
«Ci si può opporre, ai comandi di un na-rad?» chiese Gharod incredulo. Un alito di vento mosse i rami con mille fruscii.
Massan annuì. «Ovvio. In fondo, siamo noi guerrieri a combattere, siamo noi a capire la guerra. Possiamo opporci a qualche decisione, ma non a tutte, e il na-rad ottiene sempre ciò che vuole, alla fine.»
«E come?»
Massan infilò la mano in una tasca interna del giustacuore, e tirò fuori un piccolo sacchetto di tela, tintinnante.
Gharod era sconvolto. «Ti sei venduto?»
Massan neanche arrossì. Sembrava gli avessero dato un motivo abbastanza importante da lasciar perdere tutto il resto.
Gharod si sentiva un idiota. Arled non era poi così codardo e disobbediente, in fondo.
«Mi ha assicurato altro denaro al ritorno» continuò Massan. «E ha detto… che sarei diventato Prima Lancia.»
Gharod non fece alcun commento. Poi disse: «Torniamo; si stanno allontanando troppo.»

Capitolo 7

La nebbia si era diradata, ma non completamente. Il cielo coperto continuava a oscurare la valle, e l’esercito andath era entrato e aveva superato il villaggio, prima che lo facessero i dasath. Questa piccola sfida aveva reso gli andath non poco motivati.
Pa’gh sputò saliva mista a qualche grumo di sangue. «Speravo di morire nel mio letto, non sulla terra brulla.»
«Neanche la terra ti accetterà, se continuerai a imbrattarla con la tua sudicia saliva» ruggì Luthon. Quel vecchio bastardo gli dava sui nervi. “Cerca rogne, ecco cosa cerca” disse tra sé e sé.
Riuscivano a distinguere gli andath, figure sinistre nella nebbia, che avanzavano sicure e con naturalezza, come un contadino che torna a casa al tramonto.
«Non cominceremo subito» disse Hyas. «Lasciate che io vada a parlare con il loro Condottiero. Non è da escludere che si possa evitare lo scontro.» Ma neppure lui sembrava sicuro delle sue parole.
Il drappello andath si fermò, e Hyas Magan continuò ad avanzare. I dasath fecero lo stesso, ma ci volle un po’ prima che il capo dell’esercito uscisse dalla folla.
Hyas si tolse l’elmo, e l’uomo che gli venne incontro fece altrettanto. Entrambi gli schieramenti erano appiedati.
«Ebbene?» esordì Hyas.
«Cosa vuoi sapere, soldato?» disse Massan.
«Il perché. Cosa sta succedendo?»
Massan fece spallucce. «Vi stiamo attaccando. È una battaglia, amico. Vogliamo solo la valle, tutto qui.»
«Avanti, è solo un pezzo di terra… È come un buco, scavato per terra, usato come latrina. Le montagne sono le pareti, questo fiume è il piscio, e i nostri corpi…»
«Torna dai tuoi uomini» disse secco Massan. «Preparatevi alla battaglia.»Galdroth tastò il terreno con le dita. Trovò una fessura, la seguì col pollice, quindi affondò le mani nel terreno, sollevando la botola. Sentì le voci degli uomini rimasti, e si sentì avvampare dalla paura. Volevano buttarlo dalle mura, ne era sicuro. S’infilò nell’apertura e chiuse la botola.
Piombò nell’oscurità. Tastò le pareti, e passo dopo passo si ritrovò a camminare in un tunnel di cui non conosceva la fine. Sentiva odore di muschio, di terra umida, e di qualcos’altro che non riuscì a riconoscere. Pensava che il tunnel avrebbe portato agli inferi, quando il soffitto si fece più basso e fu costretto ad abbassarsi. Quando toccò il muro di terra, comprese che il tunnel finiva lì. Cercò qualcosa in alto. Spinse. Non si muoveva niente.
“Morirò qui, al buio, senza che nessuno lo sappia?”
Spinse ancora. La botola si mosse, e con un’altra spinta si aprì, scaraventando erba e terra altrove.
La luce ferì gli occhi di Galdroth, che li socchiuse e, a tentoni, cercò un cavallo. Lo montò e procedette verso gli eserciti schierati.Com’era sorto il sole, Dhaw e i guerrieri erano già svegli e pronti. Aveva fallito. I suoi uomini si erano ubriacati eccessivamente, e non aveva avuto la forza di condurli alla battaglia. Si erano sparsi per il villaggio, e nemmeno la minaccia delle scottature li aveva spaventati.
«Stanno per scontrarsi» disse uno dei soldati. Avevano abbandonato Cima-degli-orsi, e marciavano sulla piana.
«State calmi» disse Dhaw. «Mantenete il controllo. Dovremo dare il meglio, per poterli sconfiggere.»I dasath si gettarono contro gli andath con una forza inaspettata. Servirono a poco le lance, e i montanari sguainarono subito le spade.
Luthon si sentì pietrificato per un attimo, ma appena il nemico gli fu addosso, si liberò dalla paura e cominciò a combattere. Parò i primi colpi, ma l’avversario lo stava già stancando. Menò un fendente alla testa, e allo stesso tempo diede un calcio al fianco del dasath. Quello barcollò, e finì nella mani di un gruppo di andath.
Luthon riprese fiato. Notò che tutti e due gli eserciti si stavano disperdendo, combattendo in modo confuso. Era un bene: i dasath non stavano tenendo la formazione, e gli andath potevano approfittare di questo. Erano abituati alle zuffe, non alle battaglie.
Poi lo sguardo di Luthon fu catturato da una scena che gli fece fare una capriola al cuore. Arrivava il drappello di Dhaw.
Potevano resistere.

Gharod diede un calcio all’impacciato guerriero andath. Questi cadde e, prima di toccare il terreno, venne trapassato dalla fulminea lama dasath. Gharod si girò e parò un debole fendente, respingendo l’avversario. Una finta, un colpo ascendente, e il nemico crollò.
“Non sono poi così pericolosi” rifletté Gharod. “Non sarà neanche mezzogiorno, quando pranzeremo nella caserma.”
Alzò l’elmo, scivolato leggermente in avanti, e si accorse di qualcosa che si muoveva, poco lontano. Deglutì. “Non si sono nascosti, allora… Accidenti, sembra proprio che il pranzo dovrà aspettare.”

Galdroth fu vicino al campo di battaglia, sotto l’arco d’ingresso del villaggio. Tutti si erano rinchiusi nelle loro case, e a lui non restava che aspettare che finisse la battaglia. Se avessero vinto i dasath, avrebbe atteso la sua sorte. Se i vincitori fossero stati invece gli andath, sarebbe corso da Luthon, pronto a diventare un vero guerriero. Pronto a combattere insieme alle persone che voleva difendere.
Abbandonò l’ingresso del villaggio, e si diresse verso il boschetto, poco distante dal luogo del massacro.

«Avanti, fatevi sotto!» ruggì Massan. Quei montanari bastardi fuggivano davanti a lui, preferendo il duello con gli altri guerrieri. E lui non era certo il tipo che attaccava senza essere visto. Non c’era onore, moriva dentro. Il suo nemico doveva sapere chi l’aveva ucciso. Doveva combattere.
Quattro andath gli si pararono contro: attaccarono contemporaneamente con timorosi affondi.
Massan balzò indietro e spazzò via le lame, una dopo l’altra, uccidendone i proprietari. In pochi secondi, aveva sbaragliato quattro aggressori.
«Venite qui, dannati!» sbraitò, facendo scappare dalle vicinanze persino i suoi soldati.
«Athad!» gridò qualcuno, in lingua dasath. “Capo!”
Massan si voltò. «Cosa c’è?»
Il guerriero dal volto schizzato di sangue evitò una lama e restituì il colpo al mittente. «Guardate! Arrivano i rinforzi!»
“Rinforzi?” si disse Massan. Per un momento pensò che il soldato si riferisse al proprio esercito, ma dopo qualche istante gli parve assurdo. E si preoccupò.
Si voltò; la nebbia stava scomparendo. Vide un gruppo ben ordinato di cavalieri. Al di sopra delle teste protette da elmi lucenti campeggiava un araldo, la luna lucente, circondata dalle quattro stelle in croce, di Vo Andath, in campo blu notte e argento. Sembravano confusi.
“E ora?” si disse.
«Comandante!» Era Arled.
«Cosa c’è?» disse Massan, esasperato. Sentiva qualcosa, dentro, qualcosa che lo stava divorando. Non era rabbia, né tristezza, niente di tutto questo. Era un’inquietudine mai provata, che profetizzava qualcosa.
«Comandante, ordinate la resa!»
Massan guardò Arled come un nemico. «Continua a combattere.» Distolse lo sguardo e cercò un avversario.
«Combattere, combattere, combattere…» mormorò Arled. «Non serve più a nulla ormai. Se continuiamo… ci ammazzeranno!»
Massan non lo sentì.
Lo sguardo di Arled cambiò. La disperazione lasciò spazio alla fredda e crudele intelligenza. Una soluzione si affacciava alla sua mente, semplice e gelida.
Arled sguainò il pugnale, si lanciò su Massan e affondò la lama nel collo del Comandante.

«Gettate le armi!»
Gharod cercò la fonte della voce. Era Arled. “Che diamine ha in mente?” si chiese.
«Il Comandante è morto!»
Gharod si avvicinò al guerriero. «Come dici?» Vide il corpo imponente di Massan che giaceva per terra. Una pozza di sangue si allargava sotto di lui, sotto la testa. Si chinò, gli toccò la testa, poi il collo, e trovò la ferita. Estrasse il pugnale. Non poteva crederci.
«Ci arrendiamo! Ci arrendiamo!» gridava Arled. Qualche soldato dasath si avvicinò ad Arled. «È stato lui» disse, indicando Gharod.
Gharod li guardò, confuso. Poi si accorse di stringere il pugnale sanguinante, davanti al cadavere di Massan. Lo lasciò cadere e vide i volti dei suoi uomini trasfigurarsi in maschere di puro odio.
«No… non sono stato io… non…» farfugliò. “A cosa serve parlare? A loro non importa, vogliono solo sfogare la loro rabbia. Non importa chi ha ragione e chi mente. Al diavolo tutto, allora!”
Si voltò e scappò.

A Luthon mancava il fiato, ed era sporco di polvere e sangue. Un po’ era suo, un po’ di qualche dasath. Dasath, i guerrieri per eccellenza stavano scappando in modo confuso. Gli uomini di Dhaw ne stava inseguendo alcuni, mentre il drappello di controllo, la sua più intima speranza, aveva compreso tutto e aveva sfoderato le armi. Il suo dio lo aveva ascoltato, e Luthon aveva voglia di piangere per la gioia.
Nella confusione generale, notò il cadavere imponente del Comandante dasath. Lo raggiunse, lo mise supino, e trovò lo stemma di Comandante, cucito sul petto.
“Accidenti, avremmo dovuto smettere di combattere…” Toccò la pelle del cadavere: era stato ucciso da poco. Il codice d’onore dei dasath imponeva la deposizione della armi nemiche alla morte del Comandante, se richiesta dall’esercito. Accordato questo, i dasath rispettavano anche il codice avversario.
«Sire Luthon!»
«Chi è?» disse il contadino, guardandosi attorno. Galdroth stava correndo verso di lui. Gli si riempì il cuore di gioia.
«Come hai fatto ad arr… Da quanto sei qui? Perché non sei rimasto nella caserma?»
«Volevano uccidermi, sire.»
«Maledetti vigliacchi… Stammi vicino, la battaglia non è ancora passata.»
«Non… ci sarebbe…. mai stata….» disse una voce roca. Luthon si voltò di scatto, e non fece in tempo a fermare la lancia diretta verso Galdroth. Era il vecchio Pa’gh. Gli mancavano entrambe le gambe, ma stringeva una lancia spezzata e l’affondava nello stomaco di Luthon.
Il contadino continuava a stringere l’arma che lo stava uccidendo, ma ormai si era creata un varco tra le costole. Sentì i polmoni riempirsi di sangue.
«Dannata… piccola… bestia…» mormorò Pa’gh. Crollò con la faccia per terra; si udì il setto nasale rompersi contro il terreno. Ma Pa’gh era già morto.
Galdroth guardò incredulo Luthon. Stava morendo; non gli aveva neanche detto che sarebbe diventato un guerriero. L’avrebbe vendicato, ma… Il contadino lo afferrò per un braccio, con decisione.
«Oh, Gal… non avere mai niente a che fare con la guerra…»
Galdroth girò la testa. Così morivano gli eroi? Non voleva vedere Luthon che moriva rantolando. Ma non voleva nemmeno abbandonarlo lì.
Guardò la caserma, sulle rocce, avvolta da una sottile nebbia. La nebbia delle sue lacrime.

Jard aprì la porta della taverna in cui aveva passato la notte. L’umidità lo circondò all’istante. Le finestre delle case si aprirono, e la gente, timorosa, cominciò a uscire in strada.
Jard raggiunse la sponda del fiume, appena fuori dal villaggio, e impugnò il suo strumento.
«Ora ascoltate,» recitò, «la battaglia nella nebbia della valle.» Pizzicò le corde ottenendo una triste melodia. «Come si batterono coraggiosamente i fieri guerrieri andath, e come cadde Massan il Terremoto, affrontando molti nemici.»
Jard pizzicò velocemente le corde, e intonò un canto bugiardo che risuonò, insieme allo scroscio del fiume, nella valle.

di Federico Russo “Taotor”

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