Quando le fasce cantavano

Le fasce, queste opere fatte dall’ingegno dell’uomo, fatte per riuscire a ottenere un raccolto da una terra ingrata e cattiva.

Il territorio ligure è tutto saliscendi, pendii che si specchiano nel mare, una terra dura, si racconta che siano stati i Benedettini a portare il “magaglio” questa bestia di ferro che spezza le braccia e la schiena.

Ma ancora prima dei benedettini, i muri c’erano già, servivano per basamento ai “castellari” così chiamati i primi insediamenti umani in questa terra avara!

Con quest’arnese fatto a tre punte si lavorava la terra, si andava nei fossati a caccia di pietre, servivano per le fasce, appunto, chilometri di muri “a secco” cioè senza alcun collante, né cemento né malta, il segreto era nel far dragare l’acqua attraverso le pietre.

L’acqua, sia piovana che quella per l’irrigazione doveva passare attraverso le fessure, tra una pietra e l’altra, alcuni di questi muri erano alti anche 5-6 metri, un lavoro che per portata e per impatto si poteva certamente paragonare alle grandi opere tipo le Piramidi…

Le colline stesse cambiavano aspetto, dove c’erano solo pendii con l’intervento dell’uomo si trovavano le fasce. Così la coltivazione era possibile, era possibile anche la raccolta del fieno, queste opere si trovano, infatti, anche nell’entroterra dove non era possibile coltivare i fiori, ma solo curare il fieno per l’allevamento, molto fiorente fino alla prima guerra mondiale. In quest’occasione, molta forza lavoro è venuta a mancare, praticamente tutti i giovani sono finiti al fronte. Le donne, i vecchi e i bambini non sono stati in grado di portare avanti un lavoro così duro senza i forti muscoli dei giovani.

Appunto, prima della grande guerra e anche se in calando fino agli anni 1970, la crisi del petrolio e l’austerity, il costo del lavoro, la concorrenza degli altri paesi, primo fra tutti Napoli, e la floricoltura, ormai sta diventando solo un ricordo.

Ma ritornando ai nostri muri, se chiedete a un ligure, vi dirà che sono stati loro a inventarli, invece in tutte le culture del pianeta esistono i muri a secco. E’ la forma più antica e facile di costruzione che si conosca.

In particolare nella provincia di Imperia, la floricoltura è stata un’epopea similare alla coltivazione del cotone in America, nel nuovo mondo erano gli schiavi a lavorare, qui erano i liguri a lavorare come schiavi del lavoro!

Senza dubbio se non ci fosse stata questa occasione, la nostra terra continuava a essere una terra: avara e ingrata che costringeva i suoi abitanti a emigrare.

Eppure in quegli anni ha saputo accogliere tanti meridionali volenterosi e fieri, li ha sfamati e amati come figli suoi.

Non ho potuto vedere la fase culminante della floricoltura, quando sono arrivata in questa terra, nel 1975, c’era già la fase discendente… ma molta gente non si era ancora accorta del cambiamento e continuava a pestare anche se ormai il guadagno era al minimo.

Lo spettacolo più bello era in primavera: la coltivazione primaria era il garofano… cercate di immaginare tutte le colline fiorite, in questa stagione, infatti, la fioritura era molto veloce, spesso si era obbligati di raccogliere tutti i giorni, intere colline rosse, gialle, bianche, rosa… e i nomi che avevano dato a questi bellissimi fiori: la Manon, il Marte, l’Anita…

La cosa che mi faceva arrabbiare moltissimo? Quando, appunto, la fioritura era all’apice, succedeva che non si riusciva più a raccogliere tutto, certe fasce andavano, tristemente, abbandonate, in queste occasioni succedeva spessissimo che alcune persone prive di scrupoli, passavano a raccogliere, facendo molti danni, rompendo gli stecchi che sostenevano le piantine. Quando mi infuriavo e intimavo loro di andare via mi rispondevano che tanto era tutto destinato al macero… andavano via pensando che fosse solo avarizia, la mia. Non era avarizia, era la fatica immane che mi plasmava il carattere rendendolo indisposto e poco socievole e anche geloso della terra cattiva e ingrata che ti prosciugava fino nelle ossa!

Ma ritornando ai muri a secco: sulla collina, appena sopra l’odierno paese di Riva Ligure, c’era un antico borgo chiamato: Villaregia

Si narra che era fatto di pietre, perfettamente squadrate, l’ultimo baluardo che ne conservasse il ricordo era un pezzo dei muri della chiesa, si poteva notare una finestra in stile barocco. Ora tutte quelle pietre, sono disseminate in tutta Riva, tengono le fasce, ormai non più curate, stanno crollando, si stanno perdendo e così a poco a poco svanisce sia il ricordo del paese antico che quello delle coltivazioni “moderne”.

A quei tempi non esisteva il culto dell’antico, se il materiale che serviva era lì disponibile, bastava prenderlo, perché fare tanto lavoro in più? Un altro borgo, sull’attuale via Aurelia, Costa Balene, ha fatto la stessa fine, quello che si è salvato è un angolo delle fondamenta della chiesa e il battistero, solo le basi, ora questi preziosi reperti sono abbandonati alle intemperie, ai vandali, che oggi non prelevano per bisogno, ma solo per vanità, per la gioia, alquanto stupida di portare a casa un pezzo di storia, storia che vagherà da una cassetto all’altro fino a perdersi definitivamente!

A cosa servivano i “muri a secco?”

Dunque, servivano, e servirebbero ancora oggi. Il loro motivo di esistere era la canalizzazione dell’acqua. Infatti per le colline l’acqua scivola giù portandosi dietro la terra, potete fare un esperimento: costruite una collinetta di terra, alta circa un metro, prendete un innaffiatoio, fate scorrere l’acqua dalla cima e vedrete che questa si porterà via la terra verso valle…cosa che succede nella realtà, logicamente gli effetti sono più devastanti. I muri a secco servono a assecondare l’acqua, imbrigliarla, si accompagna così il flusso dove non fa danno. La collina cambia diventa una sorta di scala per giganti, fin da bambina, mi piaceva guardare quest’opera ciclopica e immaginarmi un gigante che saliva senza fatica fino sulla vetta…

Per iniziare una coltivazione ci voleva la terra. Raccontano che agli albori i contadini si industriavano, quando capitava un appezzamento subito iniziava il lavoro, il duro lavoro.

Per prima cosa si procuravano le pietre, dovevano avere una forma regolare per essere sistemate a dovere. Si faceva una sorta di fondamenta e si iniziava a sistemare la base del muro, naturalmente per fare ciò tonnellate di terra andavano spostate, tutto a braccia, mi raccontano che mia nonna, in stato interessante avesse aiutato anche lei al trasporto delle pietre, altro che fermarsi per la maternità.

Quando tutte le fasce erano pronte, bisognava dissodare il terreno, qui entrava in gioco il “magaglio” la bestia formata da tre denti di ferro sistemati su un palo di legno, anche qui il lavoro era tutto manuale.

Ora si tiravano le tavole, voleva dire preparare i solchi (bei) dove camminare, larghi circa 30 cm. E al loro interno trovava posto la coltura, in spazi larghi circa 60 cm. Chiamate “tavole” in una fascia c’erano molti bei e molte tavole.

Agli albori l’unico sistema di irrigazione conosciuto era la “sassora”, una sorta di mestolo gigante. L’acqua scorreva lungo i bei e qui veniva raccolta con quest’arnese e versata nelle “tavole” dove si trovavano i garofani, molta acqua si sprecava e finiva in fondo, così i liguri, ingegnosi, alla fine dei bei piantavano la verdura…quindi niente andava sprecato! Questo lavoro andava fato durante tutto l’anno, estate e inverno e senza stivali di gomma, non erano ancora stati inventati.

Poi, per fortuna inventarono “la manica”, il mitico tubo di plastica e così i ragazzini passavano le estati a “tirare la manica”, lavoro noiosissimo, quando arrivarono gli impianti a pioggia…ormai le campagne erano alla fine…

Quando le piantine erano tutte piantate, il meno era stato fatto… e tutta la collina prendeva una colorazione verde, cercate di immaginare: tutte le colline in pochi giorni erano tutte verdi…

Il garofano, quante coccole voleva, era una pianta molto esigente.

Per combattere i parassiti non c’era molto, la cosa più comune era l’estratto di nicotina, ho sentito raccontare che era veramente micidiale, per l’uomo, un pochino meno per i parassiti.

Poi arrivarono gli insetticidi delle multinazionali, belli, bianchi tutti nelle loro confezioni colorate, non si pensava che fossero nocivi per la salute, erano troppo belle le scatolette colorate, così…si lavorava a mani nude, in pantaloncini corti e magari fumando!

Ci fu anche un altro nemico, era la “bega”, una specie di bruco, molto vorace e notturno, non si poteva fare molto, così si organizzarono in questo modo: si riunivano in squadre, con tanto di lumicino a mò di minatore, e nottetempo su per le colline a cercare le beghe, una volta trovate si schiacciavano tra le dita e si buttavano in un secchiello che avevano appeso al collo: che vita!

…Dopo una nottata passata così il giorno non era certo dedicato al riposo.

Le piantine intanto crescevano e avevano bisogno di sostegni, ecco arrivare lo “stecco” il mitico bastoncino di legno di castagna, alto un metro, dello spessore di circa 2 cm quadrati, ma non era solo erano migliaia e migliaia, andavano presi a fasci e piantati nel terreno intorno alle piantine, poi con una canna forata in cui veniva fatto passare un filo si procedeva alla legatura, in media si passava a legare almeno cinque volte.

Poi la raccolta, tutto sulle braccia, anche per scendere il raccolto posizionato nelle ceste di corteccia di castagna, le donne invece usavano la testa, come succede praticamente ovunque nel mondo, le ceste venivano posizionate sulla testa e giù per i sentieri incerti fino nel paese dove si trovavano i magazzini, qui venivano confezionati i fiori pronti per il mercato.

Si preparavano dei mazzi da 100 o 50 steli, scelti con cura, messi a bagno per tenerli freschi.

A quei tempi quasi nessuno aveva l’automobile, così passava un camion, alle quattro di mattina, si scendeva dal letto, si sistemavano tutti i mazzi nelle ceste, su ognuna cesta c’era scritto il nome del proprietario, ma nonostante questo i furti non mancavano, specialmente sotto le feste, giorni in cui i fiori costavano molto cari, si mettevano le ceste sulle porte, si tornava a letto fino alle cinque, a quell’ora si prendeva la corriera e si andava tutti a Ospedaletti, prima e poi a Sanremo, per vendere. Ogni coltivatore aveva il suo posto, esponeva la sua merce, avevano a disposizione un tempo stabilito per la vendita, passavano i fioristi, sceglievano e contrattavano il prezzo, all’araba. Finito il tempo non si poteva più vendere, si caricavano di nuovo le ceste sulle spalle o sulla testa e si portavano nei magazzini dei grossisti, a questo punto il lavoro dei floricoltori era finito, ne iniziava un altro, ma su questa so veramente poco…

Rimaneva il tempo, prima della vendita o subito dopo, per andare al bar a fare colazione a base di trippe o altre specialità toste di questo genere. Il ritorno dal mercato era previsto per le nove circa.

I campi attendevano le cure, il lavoro proseguiva ancora fino a notte.

Le piantine andavano sistemate alla fine di maggio, solitamente, ai primi di maggio dell’anno successivo la storia si ripeteva nuovamente dall’inizio. Bisognava sradicare le piante ormai non più produttive, dissodare di nuovo il terreno, preparare nuovamente i bei, mettere giù le nuove piantine, in questo modo succedeva che le colline erano tutte fiorite, rosse, gialle, rosa… e pochi giorni dopo erano brulle e poi di nuovo tutte verdi.

Le coperture: in principio erano fatte di stuoie di canna, andavano sistemate sullo steccato preparato in precedenza, lasciate arrotolate. Quando la temperatura minacciava di scendere a zero gradi o sotto zero, si passava la notte a controllare il termometro, alcuni si erano organizzati: controllavano a turno, avvertendosi se c’era la necessità. Si stava molte notti senza uscire di casa, la temperatura si stabilizzava sui 3 gradi, ma quando il mercurio precipitava cominciava la festa. I floricoltori invadevano le vie del paese, come tante api che sciamano, si chiamavano nel principio della solidarietà dettata dal comune lavoro, su per le colline di corsa. Al buio bisognava fare presto, bisognava distendere le stuoie per proteggere le piante dal gelo, non era molto ma quelle canne intrecciate facevano sì che la temperatura fosse due o tre gradi più alta, questa piccola diversità permetteva alle piante di non gelare, i fiori non sempre si salvavano…

finita la copertura non era finita, l’altro nemico era sempre in agguato: il vento, il micidiale vento di tramontana, se arrivava lui si doveva tornare sul campo, arrotolare di nuovo le stuoie e fissarle per non regalarle al vento: che vita!

Poi arrivarono le serre e le vetrine: si copriva a novembre e si levavano a maggio. Che lusso! Tutto l’inverno dormendo tranquillamente al caldo…

Questa piccola introduzione per preparare il lettore, fare conoscere, a grandi linee il tipo di vita che i floricoltori affrontavano ogni giorno e ogni notte.

QUANDO LE FASCE CANTAVANO

Nanola è nel suo letto, il suo volto dimostra tutti gli anni che ha, i suoi occhi invece ingannano, sembrano quelli di una bimba che ha ancora molo da scoprire.

Le sono accanto, vado sempre a trovarla nel pomeriggio, l’aria umida e torrida di luglio non invita alle passeggiate, meglio la frescura della stanza. Le persiane sono accostate, meglio così tanto è una finestra senza vista. Davanti c’è un muro alto, gli antichi liguri usavano ergere muri ovunque, non amavano che si potesse vedere tra una proprietà e l’altra.

Anche qui davanti alla finestra, al secondo piano c’è un muro, al di là dovrebbe esserci un giardino, si intuisce dagli odori che arrivano a seconda delle stagioni. Guardando questo muro penso sempre al Leopardi con la sua siepe nella bellissima poesia L’Infinito:

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.”

Lui poteva tagliarla, la siepe, ma buttare giù un muro è un’altra cosa, così lo sguardo si posa su questo muro, immaginando il giardino che si nasconde dietro di esso.

La stanza è piccola, piena di mobili piuttosto antichi e di poco valore commerciale, ma per Nanola valgono moltissimo, tutte le volte che mi fa notare l’armadio, mi racconta che è stato fatto con un solo albero di ciliegio, il falegname del paese ne è l’autore, è molto severo e pulito nei lineamenti, lei lo guarda sempre, è come se vedesse suo marito, Meneghin, invece che il mobile.

La sua infanzia è stata tragica, nata in una famiglia benestante, per l’epoca, ha due sorelle molto carine, ma lei no, non è bella, così la sua mamma non la voleva. Certo non è da biasimare oggi, con le conoscenze della medicina si è riuscito a capire che la povera donna era malata, ma allora no, non si poteva sapere, nessuno capiva perché quella bambina non era voluta.

Mi ripete sempre la stessa frase:

“quando mi avvicinavo alla mia mamma, lei mi mandava via dicendo che ero brutta, che non ero sua figlia, quando ti ho dato alla balia sei stata sostituita, mi diceva, chissà ora dov’è mia figlia!”

Per lavorare no, per il lavoro era buona, non c’era pietà per lei.

I suoi occhi si inumidiscono, è qui sdraiata su questo letto, vecchia e malata, ha passato una vita da sposata, con il suo uomo, sposato per amore, e il suo figlio voluto e desiderato dal primo istante, eppure la sua mente torna sempre alla sua infanzia. E’ come una ferita che si è riaperta, è stata chiusa per molti anni, ormai nella debolezza dell’età, esce con tutta la sua prepotenza.

Nanola, ovvero come rovinare un nome bellissimo: Caterina! I dialetti italiani: Catainola si trasforma in Nanola!

Il volto si fa serio, non è più con me, mi parla ma in realtà è a se stessa che parla:

“Le mie sorelle… furbe! Si sono approfittate di me, appena morta la mia mamma e rendendosi conto che il papà mi voleva riabilitare, hanno buttato benzina sul fuoco. Non ne avevano mai abbastanza, per loro umiliarmi era un divertimento, la più vecchia, Rosina gestiva tutto, si era preparata un corredo da regina, la più piccola ne era ammagliata, faceva tutto quello che le ordinava. Tutti i giorni, per me c’era solo il duro lavoro dei campi, dal tramonto all’alba, per cena un pochino di minestra da consumare per terra, in una ciotola dove solo io mangiavo, mi dicevano che puzzavo, che non ero degna di stare vicina a loro. Io vedevo che mio papà soffriva, ma non potevo farci niente: avevo paura di ribellarmi, e se mi avessero cacciato di casa?”

Si ricorda che sono con lei nella stanza, si volta e mi guarda, mi chiede se m’annoio.

Sinceramente non mi sono mai annoiata con lei, ormai, dopo la sua malattia, è diventata una piacevole abitudine passare il primo pomeriggio in sua compagnia.

Quello che mi emoziona sempre è il suo attaccamento alla vita, nonostante la sua infanzia, nonostante la sua presente malattia, nonostante tutto.

D’un tratto una folata d’aria invade la stanza portando con sé un intenso profumo di rose, annusiamo quel meraviglioso aroma: “senti, mi dice, sono le rose del giardino, non le ho mai viste ma la loro essenza è molto gradevole, chissà come saranno belle se sono così profumate!”

Chiudo gli occhi e cerco di vedere le rose, sono tutte rosse, alcune molto aperte pronte per accogliere gli insetti, pronte per la vita.

Sono così presa dalle mie visioni che per un attimo mi dimentico di Nanola, vengo scossa dal suo lamento, ha bisogno del mio aiuto. Ecco l’unico momento in cui si sente veramente triste: quando ha bisogno di chiedere aiuto per qualsiasi cosa, anche la più banale come quella di andare in bagno. L’accompagno e intento penso a come è crudele la vita, ma questa donna non ha subito già abbastanza umiliazioni? Certe volte penso che il destino si accanisca contro certe persone.

E’ di nuovo nel suo letto, le vado a preparare una spremuta di arancio, ormai questo frutto non ha più succo, siamo alla fine di maggio, con molta fatica riesco a ricavare mezzo bicchiere di spremuta da cinque arance, non è per niente conveniente, ma come faccio a dirle che non è più la stagione? Le offro questo poco liquido con un cucchiaino di zucchero, lo assapora lentamente, lo gusta con molto piacere, mi dice: “sono stanca, adesso, vorrei dormire un pochino.”

Resto qui, vicino a lei, la guardo, il suo volto piano piano si distende, ritrova i suoi lineamenti, è di nuovo serena. Il sonno la riporta sicuramente indietro nel tempo.

Mi faccio trascinare anche io dalla malinconia, d’un tratto la rivedo, era l’anno precedente, la prima volta che la vidi. Era il giorno del matrimonio. Mi rivedo: una ragazzina timida, impacciata, e grossolana. A disagio dentro il vestito da sposa, una massa di tulle bianco, mi sentivo come “un dentice in profumeria” come disse una volta il grande De Andrè quando gli chiesero come si trovava al festival di Sanremo.

L’uomo della mia vita era lì e lo conoscevo appena, veramente non conoscevo neanche la sua famiglia, mi prese l’angoscia. Forse Nanola notò in quel frangente il mio disagio e mi venne incontro, mi abbracciò forte e mi baciò sulla guancia, accompagnò le sue effusioni con queste parole: “Ora sei la moglie di mio nipote, così anche tu ora sei mia nipote, ti voglio molto bene e sono sicura che con noi ti troverai benissimo, sai noi non siamo di quelli che lavorano – tipo matti-”.

Non avevo capito, allora cosa significasse quel -tipo matti-, ma lo capii presto, quando tornata dal viaggio di nozze vidi, per la prima volta, per me, i floricoltori all’opera.

Alcuni erano veramente MATTI!

Lavoravano senza tregua da una luce all’altra, senza la minima organizzazione, senza programmare, senza ricerche di mercato, piantavano un numero spropositato di piante di garofani, molte di più di quelle che potevano curare. E la cosa peggiore era che ogni coltivatore era RE assoluto nella propria tenuta.

Evitavano di scambiarsi informazioni utili circa la lotta ai parassiti, quando arrivava un nuovo prodotto lo nascondevano, alcuni facevano il trattamento di notte per non farsi vedere.

Ricordo di un floricoltore che aveva dei mezzadri (persone che coltivavano il terreno senza pagare affitto ma dividendo il guadagno con il padrone), portavano loro le dosi già fatte di insetticida in bottiglie di vetro, in questo modo nessuno poteva capire quale prodotto stava irrorando sulle piante.

Eravamo nel 1975, la floricoltura era ancora la risorsa primaria, anche se nell’aria si avvertiva già il cambiamento.

Le persone di campagna vivevano in simbiosi con il lavoro, vivevano per il lavoro. Un’intera generazione che non ha fatto altro, la loro unica speranza era una vita migliore per i figli, bastava solo quello per avere tanta forza.

Si volta, Nanola verso di me, mi vede e ride! Sai, ho dormito un pochino.

Le chiedo: “perché ridi?”.

“Pensavo, mi dice, a quei mezzadri abbruzesi, quelli che coltivavano al Donego (nome dell’appezzamento), poverini, lavoravano come bestie, mangiavano poco e male, io li avvertivo, se non mangiate non potete lavorare, ma loro niente, dovevano mandare tutti i soldi in Abruzzo, avevano le mogli e i figli da mantenere, povera gente!”

“E allora… cosa c’è da ridere?”

“Aspetta, mi dice, dopo un anno intere di lavoro, finalmente è venuta la S. Pasqua, i meridionali la sentono più del Natale, si sono tenuti qualche soldo per festeggiare. Si sono lavati, sono scesi in paese e si sono comperati un capretto, uno intero! Felici lo hanno macellato con le loro mani, lo hanno cotto a puntino, il profumo si sentiva da lontano, si sono tirati su le maniche e… lo hanno divorato…”

“Non ci trovo niente di ridicolo, in questa storia, mi dispiace…”

“Aspetta, mi fa segno Nanola con le mani, aspetta non è finita qui! Con la pancia piena, ormai abituata a tanto digiuno, si stendevano al fresco sazi e contenti. Ma avevano digiunato troppo, tutta quella carne… ormai lo stomaco aveva dimenticato, non sapeva come fare per digerire e così iniziavano a stare male, sempre di più, fino a essere costretti a rimettere tutto! Povera gente!

Quando in serata si sono ripresi piangevano, pensando a quel capretto pregustato per tanto tempo e sprecato così. Poi nei giorni seguenti ci ridevano su, ma una cosa l’hanno imparata: non si può lavorare e mettere via tutti i soldi, poi sono tornati in Abruzzo, non li abbiamo più visti, povera gente, povera gente…”

“E quegli altri poi, ti ho già raccontato mi pare, sai quei mezzadri, diffidenti, ma era l’ignoranza a farli così… avevamo portato la nicotina per trattare i garofani, avevamo portato un misurino, non sapevano leggere, poverini, così avevamo fatto un segno con il pennarello dicendo loro che quella era la dose per 100 litri e di rispettarla. Sai, il padrone passa sempre per taccagno, così hanno pensato anche loro e invece dei 250 grammi che era la dose giusta nella vaschetta finirono tutti i 1000 grammi, 1 litro!!! Finirono all’ospedale! Da quella volta lì, quando c’era da trattare le piante stavamo insieme.”

Guardo questa donna, quanti patimenti, quante sofferenze e adesso anche la malattia, ora non le mancherebbero né soldi né tranquillità…

Le porto la cena, la solita minestrina, la guarda senza troppo interesse, le spunta una lacrima, una piccola lacrima scende giù dai suoi occhi chiari, sul volto segnato da troppi anni.

Non le chiedo nulla, so già a cosa sta pensando, nella sua vita poche volte ha mangiato a tavola.

Infatti, senza guardarmi, come se adesso fosse sola nella stanza, comincia a parlare, anzi a pensare a alta voce:

“Da bambina, mangiavo per terra, in una ciotola di legno, il mio posto era nell’angolo della cucina. Da sposata mangiavamo in campagna, adesso mangio a letto…”

Cerco di consolarla dicendole che sì è vero che la sua famiglia non l’ha voluta, ma poi suo marito e il suo unico figlio l’adoravano… fa un sospiro, mi guarda dritto negli occhi e mi confessa di sentirsi come una casa senza fondamenta.

“Una casa senza fondamenta! Questa è l’eredità che la sua famiglia le ha lasciato, puoi navigare nell’oro ma se ti mancano le basi sarai sempre mezza persona.”

Chissà se i suoi si rendevano conto del male che le hanno fatto.

Finita la cena mi chiede di restare ancora un pochino con lei.

“Sai voglio raccontarti dell’eredità”

Ma conosco già questa storia, ma come faccio a dirle che non mi va di sentirla?

Si accomoda il cuscino, si sistema il lenzuolo e inizia il racconto…

Sento la sua voce come se provenisse da lontano, lei parla e io vedo una donna, una giovane donna, sposata da pochi anni, con il suo uomo e il suo unico figlio al capezzale del papà, quest’uomo non si sa se per debolezza o per amore oltre ogni limite per la sua donna, aveva sempre assecondato il maltrattamento di Nanola. Ora sul punto di morte aveva un ripensamento.

Chiamò il notaio e fece cambiare il testamento. Voleva far parte dei suoi averi anche la sua figlia maltrattata, forse per farsi riabilitare almeno da morto. Il notaio arrivò subito, scrisse le ultime volontà, nel precedente documento a Nanola veniva lasciato solo la legittima ( un tempo esisteva questa legge, non si poteva diseredare completamente un figlio, una piccola parte gli spettava comunque per diritto). Dunque si scrisse che i possedimenti andavano ora divisi in parti uguali tra le tre sorelle. Il notaio fece il suo dovere, il papà firmò il testamento, ma insieme fecero un tremendo errore: non bruciarono il vecchio documento.

L’uomo spirò in pace, convinto di aver fatto la cosa a giusta e di essersi meritato un pezzetto di paradiso: se bastasse così poco!

Nella notte si lavò e si vestì il defunto, l’unica che piangeva era Nanola, notò un certo movimento, ma lei era buona e in quel momento non pensò male.

Si fecero i funerali, si salutarono i parenti e finalmente andarono tutti dal notaio…ma il testamento in questione era quello vecchio, del nuovo nessuna traccia come se avessero sognato.

Inutile dire che il povero notaio resto molto male, si rammaricò di essere stato tanto superficiale da lasciare tutte le copie nelle mani delle due sorelle, proprio nelle loro che avevano tutto da perdere e niente da guadagnare.

Non ho mai capito fino a quale punto il notaio fosse stato in buona fede. Non ci giurerei che fosse stato una svista da parte sua… ma io non sono buona come era Nanola!

Nonostante questa cattiveria ricevuta, non ha mai odiato nessuno, tanto meno le sue sorelle, in tutta la sua vita. Vita che è stata dedicata alla sua nuova famiglia senza riserve.

Ormai ha finito il suo racconto, mentre io sono ancora con gli occhi pieni di immagini, sento una voce che mi chiama:

“Adesso sono stanca, mi dice quella voce, voglio dormire”.

La guardo e le sue guance sono rigate, due lacrimoni le scendono giù senza ritegno, mi sta raccontando di episodi avvenuti almeno 50 anni fa, eppure sono ancora così aperte le sue ferite?

Sembra che per non odiare nessuno si sia auto lesionata, tutto il suo dolore rimasto dentro per tanti anni ha scavato, scavato sempre di più fino a creare un solco nella sua anima…

le do la buonanotte, aggiusto le sue coperte, le do un bacio sulla guancia e spengo la luce…

povera donna!

Mentre esco dalla stanza ripenso a quando mi raccontava delle sue prodezze in campagna:

quando lavorava alla Martina (appezzamento di terreno in collina, formato da 5 fasce, terra da garofani, di lassù si domina il paese e il campanile), sentiva suonare le 11.00 così com’era lasciava il lavoro e prima della replica (un tempo le campane, quando suonavano le ore le ripetevano dopo 5 minuti) ero già sulla via Aurelia, andavo dalla bottega comperavo quel poco per il pranzo e a mezzogiorno era tutto cotto e in tavola. Adesso è in questo letto di dolore, non si può muovere da sola… la tristezza mi prende, mi ripeto che non è giunto, non è giusto, ha già sofferto molto perché ancora?

Attraverso i suoi racconti ha conosciuto la campagna, ma a quei tempi ero incinta, non potevo lavorare, anche se i racconti erano un pochino tragici, il lavoro effettivo è sempre peggio.

Pochi mesi dopo, quando è nato il mio bambino, sono stata arruolata anche io nei campi, che lavoro massacrante!

Non c’è più, Nanola non c’è più qui con noi!!!

Eccomi nei campi. D’estate con il caldo che ti asciuga. Il freddo che ti blocca…

Ma non è come mi raccontava Nanola.

Adesso qui i contadini non cantano più. Mi raccontava che anche quando il lavoro era massacrante trovavano sempre la forza di intonare un canto, un po’ come in America, come i negri nelle coltivazioni del cotone. Si cantava per esorcizzare la fatica, la fame, il caldo e il freddo!

Avrei voluto sentirli! Dicevano che qualcuno iniziava una canzone, poi gli altri gli andavano dietro, certo c’era silenzio, senza traffico ci poteva essere dialogo tra le fasce. Alcune donne erano molto apprezzate per la loro voce, anche quando non ci pensavano erano incitate al canto. Tutto cominciò a scemare con le transistor, quelle radioline microscopiche giapponeni, divoratrici di batterie.

Non si era più protagonisti nel canto ma succubi di quello che veniva propinato da “Radiomontecarlo” la mitica voce della Luisella Berrino aveva preso il posto delle contadine. Ma quando arrivai io nei campi era stata superata anche la radiolina, troppe spese per le batterie… e intanto ci eravamo dimenticati di cantare, era cresciuto il traffico e non ci si capiva neanche quando parlavamo, un’epoca era finita: stranamente l’abbandono del canto ha coinciso con il declino delle coltivazioni. Lentamente ma inesorabilmente i campi andavano perdendosi, i muri crollavano e tutto il lavoro e il sudore di almeno tre generazioni andava perdendosi quasi senza lasciare traccia.

E’ giusto che il mondo vada avanti, ma nelle fasce che cantavano e sopra i muri a secco doveva esserci il nuovo, nuovo che non è arrivato e tutto adesso è solo ricordo!

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