Ti somigliava

Ero partito da casa con l’intento di vivere delle emozioni, quella sera. Tuttavia, mai avrei pensato di provarne una così forte e piacevole.
In uno scantinato di un comune del vicentino si teneva il concerto di Luca Bassanese. L’ambiente, la serata, la musica, le luci, il movimento attorno… e lei. Ho posato il mio sguardo su di lei. Una volta, due volte, tre, e poi ripetutamente, con nostalgia e tenerezza. Bionda, occhi azzurri, le fossette sulle guance mentre sorrideva, le curve graziose di un’adolescente. Era la fotografia di te, qualche anno fa. Gli stessi gesti, la voglia sfrenata di divertirsi, quella giovane bellezza, gli occhi su di me.
Allora il pensiero, con rapido battito di ali, è volato a tanti anni fa. A quel periodo. A quella sera, soprattutto, quando qualcosa era cambiato tra di noi.
Quella sera si festeggiava il tuo compleanno. E con gli amici c’ero anch’io al Cuba Libre. Cosa fosse successo prima non me lo ricordo. Forse avevamo cenato tutti assieme in una pizzeria della zona. 
Ti osservavo continuamente, mentre tu ballavi e ti agitavi tutta, sopra la mia testa. Tra i fasci di luce che ti trovavi proiettati contro. Poi la canzone ideale, non aspettavo altro, non poteva andarmi meglio. “Ti voglio bene, non l’hai mica capito…” cantava Vasco. “… ti voglio bene, smetti di giocare, ti voglio bene, a un certo punto ti devi dare…”
E mentre la cantavo, guardandoti fisso negli occhi, mi hai chiesto se conoscevo quelle note, quel testo. Ti avevo risposto con un cenno di approvazione. Ma dentro di me sapevo che quella domanda significava ben altro. Significava che mi avevi notato! Ed avevi capito. L’avevi capito eccome. Tanto che, a fine serata, hai voluto che ti riaccompagnassi a casa io. Mentre gli altri tornavano a casa tutti assieme, io e te tornavamo soli. Soli!
Sotto casa tua, infreddoliti nella mia Panda, abbiamo iniziato a parlare. Mentre tu giocherellavi con il peluche che quella sera ti avevo regalato, io cercavo le parole per dirtelo ancora. Od un gesto per dimostrartelo. E nei momenti di silenzio fissavo il mare dei tuoi occhi. Così mi hai chiesto perché continuavo a farlo. Beata finzione!!! Lo sapevi benissimo perché ti fissavo, eppure mi hai fatto quella domanda! Per fortuna che me l’hai fatta. Perché se non tu me l’avessi fatta, probabilmente ti avrei infine salutata e sarei andato a casa. Imprecando a me stesso, alla mia timidezza. Al rimandare alla prossima volta quello che avrei potuto dire o fare. Al cercare di nascondere i miei sentimenti anziché esprimerli. Come già mi era successo.  
Invece no, questa volta non sarebbe andata come le altre maledettissime volte. 
“Ti guardo perché avrei voglia di farti una cosa…” sono riuscito a dire col cuore in gola.
“Ecco, adesso mi dà un pugno in faccia!” hai sorriso, sapendo già benissimo cosa invece volevo da te.
“Posso farlo?” ho chiesto timidamente ed impacciato. Ti sei stretta nelle spalle, sorridente e maliziosa.
Mi sono avvicinato lentamente a te, con la sicurezza totale che non ti saresti mossa di un millimetro. Perché mi stavi aspettando. Perché anche tu avevi voglia di me. Lo sentivo. 
Ti ho sfiorato le labbra con le mie, sentendone la delicatezza e la morbidezza. Assaggiandone piano il sapore. Quanto avevo immaginato ad occhi aperti quel momento!
Le nostre bocche si schiudevano appena ed io succhiavo con passione le tue labbra. Con gli occhi chiusi gustavo la tua umidità. I minuti se ne andavano e non occorreva parlare. Avremmo mai voluto staccare le nostre labbra per parlarci? Ci stavamo già dicendo tutto.
Nel silenzio della notte l’unico rumore era quello del nostro respiro che andava e veniva. Sentivo la tua pelle vellutata sotto le mie labbra e le dita, mentre i tuoi capelli mi solleticavano le guance e finivano ogni tanto tra le nostre lingue.
Eppure pensavo. Pensavo a tutto il tempo che ti avevo desiderata e non avevo potuto averti tra le mie braccia. Pensavo a chi ti aveva stretto a sé e a quanta invidia avevo provato. Ricordavo quando lo stringevi ed io vi guardavo con un nodo in gola sorridendo amaramente, celando la mia tristezza.
Ora, finalmente, potevo stringerti e sentirti mia, nella fredda notte di dicembre. Ma il gelo non era il solo motivo del mio tremito.
 
Ecco, con l’immagine di lei che ballava a pochi passi da me mi sei tornata in mente, confondendo te e lei in una persona sola. Ed allora mi accorgevo di quanto avevo voluto bene a quell’adolescente, cercando di mettere da parte la ragione ed affidandomi unicamente ai sentimenti.
Così, mentre la osservavo ancora col sorriso sulle labbra, ho confidato che potesse incrociare lo sguardo di quello che ero stato io. Un ragazzo timido con la speranza nel cuore di trovare il momento adatto per dimostrarle i propri sentimenti. Senza troppe parole.
Come è successo a noi. Ma, questa volta, con un lieto fine.

 

4 pensieri su “Ti somigliava”

  1. Un bel racconto, una bella storia che cammina tra presente e passato, coinvolgendo chi legge e si augura, come lo scrittore, un lieto fine.
    a

  2. Ciao, anch’io ho volato ed ho fatto un bel tuffo nel passato. Grazie di questa emozione e complimenti per la scrittura piacevole e scorrevole.
    sandra

  3. Mi è piaciuto molto questo scritto, delicato e pieno di dolcezza. Molto bravo. Ciao da Betta

  4. …davvero molto emozionante e ben scritto. Malinconico al punto giusto ed estremamente delicato nei toni.
    Bravo Andrea.
    Con stima
    Katia

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