Luci d’inverno – Frammenti

1.
Negli ultimi tempi, Michele avvertiva sovente la sensazione netta e limpida che qualcosa era in corso, qualcosa si muoveva nell’aria tersa di quello scorcio d’inverno, rendendola a tratti aspra e soffocante. E Michele conosceva bene quelle sensazioni.
Benché avesse poco più di vent’anni, poteva contare sull’esperienza peculiare di chi a lungo e profondamente viveva gli attimi che, sommandosi in una serie infinita ed effimera, componevano le ore più intense. Il nodo più oscuro era costituito dall’incrocio di quelle percezioni, fantastiche ed ansiogene al contempo, con impressioni di sofferente lontananza: Lisa si mostrava spesso evanescente e schiva. Eppure, il senso della non-estraneità di lei era vivo in Michele, quasi sanguinante, ad onta di incertezze arcane che serravano il senno in una morsa di dolore luminoso. Infine, la coscienza di sé, l’intimità segreta delle proprie emozioni, dettava cautela alla mente di Michele: vivere le emozioni per ciò che sono, senza invocare null’altro, poteva risultare devastante per un io non avvezzo a questa concezione. E Lisa possedeva precisamente questo tipo di personalità: freddo e deciso rigore, calcolato distacco dalle “cose di cuore”, senso dell’indipendenza elevato a manifesto del proprio modo di essere.
Questo intrico abbacinante, prodotto con la materia tipica dei sogni che liberi osano mostrarsi, insieme alla stoffa tessuta con dubbi angoscianti e caliginosi, aveva mutato una parte della vita di Michele in una sorta di onirico lirismo.

2.
Scorrendo a ritroso le pagine del passato, Michele non poteva fare a meno di notare che, in effetti,  aveva cagionato più di un disastro, e qualcuno anche notevole. Certo, poteva dire a se stesso che solo gli uomini immobili e chiusi non sbagliano, solo chi non osa guardare attraverso le porte socchiuse del mondo onirico non si perde mai. Tutti costoro non combinavano disastri e potevano affermare di condurre una vita ligia e senza peccato. Perché, allora, rischiare nuove catastrofi?
Vedeva, però, anche i volti gioiosi ed estasiati delle persone che avevano condiviso quel magico scambio, che avevano avuto il coraggio di se stessi ed erano state ricambiate con momenti di incanto interiore, persone capaci di trasmettere l’entusiasmo dell’esistenza e di regalare effluvi di gaiezza. Non valeva la pena, forse, aver speso parte della vita anche solo per costoro?
Ma non erano alibi che Michele cercava. La risposta a tali molesti interrogativi non andava cercata nella mediazione della giustifica: Michele odiava giustificarsi. Giustificare cosa, poi? Il trasporto che nutriva nei confronti della vita piena, consapevole, ebbra? L’indifferenza che regnava sovrana sul mondo non era forse già abbastanza ampia e profonda, per nuotare sempre e comunque nelle acque stagnanti e corrotte della neutralità? Perché ignorare anche le rare persone in grado di sconvolgere finalmente la piatta dolenza riposta nei corsi quieti delle ore quotidiane? Perché sottrarsi alla vita? Michele aveva negato se stesso fin troppe volte, in nome di una supposta morale universale che dovrebbe spingere al bene comune, lasciando così che le emozioni si affievolissero lentamente e la ragione del giudizio trionfasse, affidando tutto ai binari rassicuranti e sommessi del comune vivere.
Michele non voleva perpetuare ancora quello scempio. Non avrebbe più barattato la gioia esuberante, seppure transitoria, con nessuna confortante ed immota sicurezza. Aveva scelto consapevolmente di seguire la dinamica gioia vitale, e chi avesse sentito con ugual tensione avrebbe potuto incamminarsi per gli alti ed impervi sentieri che gradualmente ascendono alle chiare e vellutate vette dei sogni diurni.  Che gli altri scegliessero pure di restare ai piedi dei monti e continuassero l’immane spreco: Michele non avrebbe partecipato ancora al costante e spietato sfacelo dello spirito.
E, ognuno, doveva prendere su di sé la parte del fardello che gli spettava, e scegliere, senza affidarsi ad altri. Gli esseri umani, in fondo, sono esseri pensanti.

3.
Il volto di Lisa appariva lineare e semplice, con una regolarità dei tratti quasi soave. Gli occhi, di un colore verde scuro penetrante, vestivano l’espressività tipica delle persone non banali, di chi ha qualcosa da dire e comunicare del proprio intimo a chi sia capace di comprendere. Un velo di malinconico tormento a volte copriva quello sguardo, a testimoniare che Lisa non ignorava la sofferenza dello spirito, bensì ne aveva sperimentato la scottante afflizione. Michele poteva perdersi facilmente in quello sguardo suadente, bastava guardarli quegli occhi per dare vita ad un ovattato viaggio tra colline inamidate da cipressi maestosi ed austeri adagiati ai fianchi di sinuose strade immerse nella luce rarefatta di un crepuscolo d’inverno.
Il corpo di Lisa, quantunque ai limiti di quella perfezione tanto vagheggiata da standard pubblicitari e modaioli, non era in cima ai pensieri di Michele. Lui cercava altro. E nessun corpo, per quanto superbo, poteva saziare quella fame di vita fine ed intensa che andava sorseggiata lentamente per ogni istante concesso, e che lui aveva innalzato a stendardo del proprio io. Al contrario, l’armonia di un viso riflessa da occhi profondi e gai, accompagnata da una mente delicata e brillante, poteva far divampare ancora la fiaccola ardente della vita.
Anche solo guardando Michele, un occhio attento avrebbe potuto comprendere quale fosse l’idea di benessere che lo guidava. Una chioma fluente sovrastava un viso non pienamente armonico ma allietato da occhi acuti e neri, con labbra carnose a sottolineare la coscienza del presente, unico  necessario motore per l’abbandono della disperazione del passato, per l’oblio dell’oscuro e precario futuro. Ecco Michele: la vita immersa nell’oggi, tesa ad assaporare e gustare in pienezza ogni momento che riusciva a rubare al tempo che, indifferente ed impietoso, continuava la sua corsa sfrenata lungo i binari infiniti dello spazio: vivere pienamente e liberamente i propri giorni nel presente, affermare il “qui ed ora” per non soffrire la sete del desiderio inespresso ed inconfessato.
Lisa non possedeva tale pienezza ebbra. Tutta tesa a programmare la sua vita nei dettagli, finiva spesso per allontanarsi da ciò che gli scorreva intorno. In lei il presente non era quotidiano, costituiva piuttosto una percezione vaga ed eterea del divenire e, forse per questo, era intimamente affascinata dallo stile di vita di Michele.
Questa concezione della vita così radicalmente opposta li aveva spinti a cercarsi. Studenti universitari, facoltà diverse, avevano preso l’abitudine di incontrarsi all’arrivo in stazione, dapprima casualmente, poi con insistenza sempre più ostinata e consapevole.
Una gelida mattina di gennaio, percorrendo la stanca via che conduceva alle savie stanze della conoscenza superiore, discorrendo di alti concetti razionali, urtarono improvvisamente contro la semplicità intrinseca di una riflessione naturale, ovvero il “bisogno dell’altro”. Lisa sosteneva con veemenza il valore dell’indipendenza, al di là di ogni sentimento, al di sopra di qualsivoglia emozione, per cui giammai bisognava “aver bisogno di qualcuno”, quale che fosse il rilievo accordato all’altro. Michele, all’opposto, asseriva esattamente il contrario, ossia che manifestare il bisogno della vicinanza dell’altro era il segno distintivo della vita che scorre e che, non temuta bensì agognata,  rende palese la nostra umanità.
Entrarono in aula con quel pensiero, arroccati ognuno sulle proprie posizioni. Non era facile cambiare le opinioni di quei due esseri, leali nella disputa quanto ferrei nelle idee.

4.
Colmato il calice della pazienza, Michele decise di giungere finalmente ad una apertura che non fosse ambigua. Un giorno di marzo, ravvivato da precoci raggi primaverili, risoluto, propose a Lisa di lasciar perdere l’università per un giorno e bighellonare per la città lasciandosi guidare solo dall’istinto. Lisa, attenta ad ogni proprio dovere, universitario o casalingo che fosse, restia ad ogni bagliore non pianificato, accettò quasi malvolentieri la proposta di Michele, già presagendo il senso di colpa che inevitabilmente accompagnava le rare trasgressioni che riusciva a concedersi.
Imboccato il lungo viale che conduceva alle facoltà, non si fermarono alla solita fermata dell’autobus, proseguendo fino al lungomare. Michele respirava profondamente, quasi a volere stampare nella mente ogni passo, ogni muto istante trascorso in compagnia di Lisa, perplessa per l’insolita piega che quella mattina aveva imboccato. Sbuffi di vento scarmigliavano le chiome dei ragazzi, come a rimarcare il carattere etereo di quei momenti, mentre fragoroso il mare cullava gradevolmente pensieri ansiosi.
Scelto un piccolo ed accogliente locale nel borgo dei pescatori, che ancora sopravviveva nella cocciuta frenesia cittadina, sedettero nell’angolo deserto della vetrata affacciata sul mare, da cui si poteva ammirare l’incantato luccichio dei raggi solari che riverberavano sulle acque appena mosse del porticciolo. Michele aveva l’animo gonfio di ansia e inquietudine, desideroso di metter fine a quel tormento trascinatosi per lunghe settimane.
“Cosa pensi di tutto questo?” chiese Michele cercando gli occhi di Lisa attraverso i capelli che ne adombravano lo sguardo.
E Lisa, aggiustando con una mano i capelli melliflui: “Non so come dire. Sto bene nella tua vicinanza, ma c’è anche qualcosa costruita d’ansia e di timore.”
“Forse è perché non riesci ad isolare quest’istante nella tua mente, e ti preoccupi già ora di quello che domani potrebbe accadere. Così perdi anche buona parte dell’emozione che senti in questo momento. Forse sei convinta che le cose andranno male, e quindi ritieni pericoloso vivere qualcosa che potrebbe finire presto. Però perdi di vista la cosa essenziale: un mese o vent’anni di gioia non differiscono in nulla se non in un’ostinata ed inconscia pretesa di ingabbiare il tempo in una cella priva di sbarre, rinchiudendovi anche il presente, e così sprecandolo per sempre” aggiunse Michele.
“E se finisse anche prima di cominciare?” chiese con tono mite Lisa.
“Potrebbe andar bene lo stesso: ciò che importa è che tu senta così. E poi, comunque, mi avresti regalato l’immagine di un bel sogno d’inverno che, per un uomo come me, conta più di tante cose concrete tanto di moda in questi tempi di evanescenza dell’anima”.

5.
Mollemente appoggiati sulla staccionata che dava sul mare, Michele e Lisa per la prima volta unirono le loro labbra, senza che nulla presagisse quella svolta tanto agognata e temuta ad un tempo. Quel contatto umido e seducente aprì porte a loro oscure. Le passate esperienze non riuscivano di alcuna utilità per la comprensione di quello stato emotivo che Michele faticava già solo a percepire con pienezza. Lisa, pur nella splendida consapevolezza del suo corpo, sembrava sospesa tra incredulità e benessere.
Michele sentiva aumentare i battiti, come la trama di un basso potente ed elastico che sorregge il tappeto ritmico di un capolavoro zeppeliniano.
Il rigore indolente appariva come uno sbiadito ricordo: Lisa aveva in sé il dono ammaliante del calore trasmesso senza affettazione, con una spontaneità dei gesti che finalmente rubava la scena al calcolato distacco, mostrandola  priva di maschere, in tutta la sua scintillante disinvoltura.
“Toccarti è come dipingere un sogno sulla carta traslucida delle emozioni” le sussurrò Michele mentre carezzava il viso di Lisa debolmente accostato al suo petto.
“Ho passato la notte a scrivere. Sono esausto, ma gaio. Il  mio io è venuto alla luce, manifestandosi senza timore del giudizio, finalmente scevro dell’oscenità del pudore. Forse un giorno ti dirò come è nato questo scritto, da quali vene è fluito l’inchiostro che compone queste parole. Quando sarai pronta per vivere te stessa senza remore, un giorno in cui scoprirai quali abissi e vette cela il tuo spirito, un giorno in cui ti parlerò di quale potenza è nascosta in te, proprio in te che mostri con tanta fierezza la perfezione della tua fisicità, laddove valori ben più fervidi sono insiti nelle profondità della tua anima. Ti canterò della tua sublime delicatezza e ti insegnerò a guidare la forza del tuo sguardo, quando troverò il coraggio di porti davanti a te stessa e di esprimerti l’immenso benessere che mi procura la tua vicinanza, quando saprai cosa vuol dire calarsi nell’intimità di un’emozione unica e mai ripetibile, seppure fugace ed evanescente … e vivere per essa.”

6.
Il pazzo uomo luna si risvegliò di soprassalto al fischio di un treno di passaggio. La sala d’attesa era ormai deserta per l’ora tarda. Il sogno notturno era spezzato per sempre, lasciando nella sua anima una scia di seducente calore. Con un sorriso che rispecchiava la grazia del suo spirito, si incamminò lungo la banchina ove sostava il treno in partenza per una nuova città, diversa nell’architettura rispetto alla vecchia che lasciava, ma del tutto simile per l’intimo percepire delle genti. Seduto al finestrino, ammirando le luci che fuggivano nella notte, prese di nuovo a sognare, questa volta, però, restando ben desto, di modo che nessun rumore molesto potesse portargli via ciò che di più caro avvertiva nel profondo.

 

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