Leather Factory

– Ho firmato il mio terzo contratto di lavoro presso la Goldstuff & Co. circa due mesi fa. Dopo più di due anni di puro servilismo e litri di sudore, avevo ottenuto un glorioso “tempo indeterminato”.
Mi ricordo che all’istante provai un misto di frustrazione, giubilo, orgoglio, e un crescente stimolo intestinale. Mentre scendevo le scale di marmo in direzione del bagno, pensando al diritto appena acquisito ad assentarmi per qualche minuto dal lavoro senza dover dare spiegazioni a nessuno, lo incrociai che saliva.
Era la seconda o terza volta che lo vedevo: giovane, robusto, sguardo di ghiaccio e fortemente scorbutico. Indossava come sempre un vestito scuro elegante, scarpe lucide, e una camicia sbottonata sul collo dove si intravedeva una massiccia collana d’oro. Lo salutai con un ingenuo e timido gesto mentre proseguivo la discesa e, come avrei potuto immaginare, non ricevetti risposta.
Mi fissò per un tempo un po’ più lungo di un attimo e io, turbato, abbassai lo sguardo.
Non avevo capito ancora quale posizione ricoprisse nell’azienda, ma avevo intuito che comunque era molto vicino ai vertici.
Il mio ruolo era invece quello di commesso quarto livello, con la clausola contrattuale di maneggio denaro, il che mi poteva permettere di vendere, oltre che promuovere, il prodotto che mostravo alla clientela. Il mio reparto, situato al terzo piano di un edificio stile vittoriano in pieno centro città, esibiva e vendeva qualsiasi oggetto in pelle si potesse immaginare.
Appena si arriva al piano, sia con gli ascensori che dalle scale, tre archi in pietra che richiamano il classicismo greco ti accolgono nel mondo di Leather Factory, il nome specifico del mio reparto.
Un mondo di mobilia raffinata, manichini High-tech, e numerose piante tropicali e non.
Comunque, tornando a noi, ricordo bene che dopo quel brevissimo incontro, il mio desiderio di festeggiare il contratto appena stipulato sopra alla tazza del bagno, svanì in un istante. –
– Ecco, bene, non si dilunghi nei dettagli, cerchi di raccontare solo le cose più rilevanti. –
– Sì, certo, era molto probabile che questa persona si stesse dirigendo negli uffici della direzione all’ultimo piano, gli stessi che avevo appena lasciato.
La prima collega a cui detti la notizia dell’assunzione è stata Gabriella, un signora sposata e con due figli che ricopre il ruolo di vice-responsabile. Erano diversi anni che lavorava nell’azienda e, senza infamia e senza lode, svolgeva la sua mansione in modo più che sufficiente. Dopo averle narrato il colloquio appena avvenuto tra me e due capi, le chiesi se conosceva quel losco individuo che tutte le volte che incontravo mi lasciava leggermente inquieto.
La sua reazione però non chiarì il mio dubbio, anzi la offuscò ancora di più. Non solo lei non sapeva chi fosse ma riferì che, interrogati anni prima i colleghi anziani e la stessa responsabile del reparto, non aveva avuto risposta. Erano di conseguenza nate alcune leggende che lo presentavano come un dirigente dell’azienda madre venuto a far visita, oppure perchè caro amico del direttore.
A me è sembrato un semplice agente del Kgb. –
– Sì, va bene… vada avanti. –
– Voglio dire che sembrava di origine russa, capelli biondi, occhi chiari. Insomma tanto per chiarirci, l’azienda per la quale lavoravo è immensa, ha negozi in tutte le grandi città del mondo e non mi sarei stupito affatto se mi avessero presentato costui come un collega di quello di Mosca.
Circa due settimane dopo, in virtù dei nuovi diritti raggiunti con il contratto a tempo indeterminato, e preoccupato per i continui soprusi che l’azienda perpetrava nei confronti dei suoi dipendenti, decisi di candidarmi come rappresentante sindacale. La prima conseguenza di questa mia scelta non fu tanto gratificante e, anche se riuscii ad avere la nomina, la partecipazione alla prima assemblea fu così scarsa che ebbi notevoli ripensamenti. –
– Dunque lei è comunista? –
– No, non proprio, mi sono iscritto al sindacato più grande, senza alcuna motivazione politica. Eravamo costretti a lavorare con turni massacranti fino a tarda sera, i colleghi con contratto a scadenza venivano addirittura umiliati in pubblico se facevano qualcosa di sbagliato. La facciata dell’azienda è pulita, il cliente è convinto di trovarsi in un mondo magico dove viene accolto da commessi sempre sorridenti che hanno cura di lui, ma dietro tutto questo c’è qualcosa di molto simile all’inferno. Questa è l’unica motivazione che mi ha spinto a candidarmi.
La seconda conseguenza fu ancor meno gratificante della prima. Una sera, finito il mio turno di lavoro, trovai le ruote del motorino completamente squarciate, era evidente che l’artefice di questa azione volesse farmi capire qualcosa. I copertoni delle gomme erano stati tagliati in tutta la loro circonferenza. Ovviamente non pensai alla complicità della Goldstuff & Co. in principio, ma a qualche teppista che probabilmente si era vendicato della malasorte che il destino gli aveva inflitto. Poi osservando gli altri motorini affiancati al mio, che godevano di ottima salute, mi chiesi se invece ci fosse sotto qualcos’altro.
Non detti seguito a questo episodio più di tanto, feci una denuncia contro ignoti e lasciai cadere la cosa. L’indomani però, come spinto da una forza estranea che placava inesorabilmente tutti i miei timori reverenziali nei confronti di chi occupava nell’azienda una posizione di comando, chiesi e ottenni, un colloquio con uno dei tanti direttori.
Le richieste erano chiare: dovevano farla finita con tutte quelle ore di straordinario mai pagate imposte ai dipendenti senza la loro espressa volontà, e, ciliegina sulla torta, avrebbero dovuto permettere di usufruire del bagno ai dipendenti senza che venisse fatta esplicita richiesta, senza dover attendere un nulla osta da parte dei superiori, a volte atteso anche per due ore.
Dopo aver espresso con decisione anche se troppo velocemente quali fossero i diritti dei lavoratori, guardai meglio chi avevo di fronte. Il direttore, di non so che cosa, se ne stava seduto in ozio con le gambe accavallate, e i gomiti eretti sui braccioli della poltrona congiunti dalle mani, con la stessa faccia e la stessa posizione di quando ero entrato, non si era mosso di un centimetro. Dopo che ebbi finito rimase in silenzio per alcuni secondi fissandomi. Poi mi disse che avevo preso una decisione più grande di me candidandomi a rappresentante sindacale e sostenne che la maggior parte dei dipendenti non era affatto d’accordo con queste mie arroganti richieste, in tal caso avrei dovuto dimostrarglielo con un elenco di nomi e cognomi. –
– Lei continua a divagare inutilmente, venga al punto per favore. –
– Fu dopo quel colloquio che le cose iniziarono a girare storto.
La sera uscito dall’edificio vittoriano con alcuni colleghi, si avvicinò Alberto il magazziniere, che venuto a conoscenza delle richieste che avevo fatto per loro nei piani alti, chiese di parlarmi senza dare nell’occhio. Fu il momento più sconcertante della mia vita. Poi dopo ne seguirono altri. Mi disse che prima di me il ruolo di rappresentante sindacale era stato ricoperto da due ragazzi giovani e intraprendenti, come lui pensava io fossi, che erano scomparsi poco dopo aver accettato l’incarico. Dopo la sparizione del primo, si manifestò in azienda una preoccupazione collettiva, che però in breve tempo si dissolse. Quando scomparve il secondo rappresentante sindacale, a circa un anno di distanza, la preoccupazione da transitoria che era stata, si tramutò in sgomento. Mi rivelò infatti Alberto, che quasi tutti i dipendenti più anziani, perciò la minoranza, sostenevano che la responsabilità di queste due strane sparizioni era dell’azienda.
Dopo averlo ascoltato, assai turbato mi ero diretto alla fermata dell’autobus.
Mi ero acceso una sigaretta per placare l’ansia per una situazione che si stava rivelando troppo grave per poterla gestire. Appena lasciai entrare nei polmoni un soffio di nicotina e nella mente l’idea che forse si trattava di una psicosi collettiva, vidi di nuovo il tizio in fondo alla strada intento a scrutarmi.
Pochi secondi dopo la situazione mi era sfuggita di mano.
Aspirai un ultimo tiro dalla sigaretta e mi diressi spedito verso quell’uomo. A circa un paio di metri cominciai a parlare, gli chiesi chi fosse e se mi stava spiando. Lui fece solo un piccolo sorriso, poi sentii un forte dolore alla testa e non ricordo nient’altro.
Il colpo sferrato con qualcosa di duro non fu lui a darlo, mi arrivò da dietro, probabilmente un complice.
Mi ripresi che stavo disteso dentro un furgone in movimento, era buio pesto, una fascia appiccicosa mi copriva la bocca e avevo le mani e i piedi legati. Mi lasciai prendere dal panico, ma subito dopo capii che ero solo in quel vano buio, e mi calmai cercando di riflettere sulla condizione in cui mi trovavo.
Quando il furgone si fermò due persone con il volto coperto mi trascinarono di fronte a casa mia, mi tolsero le corde con cui ero legato lasciandomi solamente la bocca tappata. Non reagii subito, ma appena solo mi tolsi quella specie di nastro adesivo che mi impediva di respirare e corsi dietro al furgone che era ripartito, riuscii però solo a sferrare un calcio sullo sportello posteriore. La targa che sono riuscito a prendere è quella che vi ho dato. –
– Mi sa che non l’ha letta bene, non risultano in circolazione furgoni con quel numero. –
– Ecco, stavo in pensiero. Comunque ancora non capisco il senso di quel breve rapimento, forse si trattava di un avvertimento della loro spregiudicata malvagità.
Non nego che quella esperienza mi ha spaventato non poco. Passai alcuni giorni a chiedermi se dimettermi, andare alla polizia, o affrontare il problema di persona, e mentre ci pensavo, cercavo indizi e prove sulla loro colpevolezza.
La settimana che seguì passò tranquilla, ad eccezione del week end quando venni a sapere di una stravagante richiesta fatta al direttore capo da parte di un facoltoso cliente. Riguardava due colleghe del reparto profumeria. La richiesta per quanto ne so io, era stata accompagnata da una discreta somma di denaro e la promessa in seguito di importanti contratti. Le ragazze mi dissero che quella sera avrebbero dovuto recarsi nelle villa del cliente, dove in abiti succinti avrebbero dovuto fargli conoscere sul loro corpo nudo il profumo che il ricco pervertito aveva comprato. Un eventuale diniego avrebbe compromesso fortemente il loro lavoro in azienda.
Finalmente decisi quale strada prendere: affrontare il problema di persona.
Cercai immediatamente all’ultimo piano il direttore capo, ma poiché non c’era mi accontentai del suo vice. Gli raccontai tutto con molta calma velata e, vista la sua inesistente reazione, gli spiegai quale grave rischio avrebbe corso l’azienda se la vicenda fosse finita sui giornali, oltre che ad una certa sentenza di condanna da parte del tribunale. E nel caso le famiglie delle due malcapitate avessero chiesto dei danni, si sarebbe aggiunta per loro una perdita finanziaria non indifferente.
Ovviamente non ci fu nessuna reazione, se non quella di sdrammatizzare la faccenda. In seguito seppi che le due colleghe ricattate, alla villa ci andarono eccome, pare si siano pure divertite.
Accadde infine l’altro giorno, come voi sapete, che, mentre usufruivo del bagno durante la mia pausa, mi imbattei in quello strano energumeno silenzioso. Mi stavo lavando le mani e lo vidi riflesso nello specchio, impettito davanti alla porta. Era vestito allo stesso modo di sempre: stessa camicia e stessa catena al collo, sembrava un collare dorato, forse era semplicemente un cane da guardia. Chissà cosa mi ero immaginato. Prima di parlargli mi asciugai con dovuta lentezza respirando profondamente. Gli chiesi poi se gli avessero ordinato di rapirmi di nuovo, ma neanche ebbi il tempo di finire la frase che si avventò su di me.
Non ho grandi capacità di combattimento, ma sarà stata la rabbia o la notevole voglia di riscatto che mi fece schivare il suo attacco e contraccambiare con un paio di colpi al volto. L’energumeno si è piegato su se stesso ed è finito a terra strillando come un matto. –
– Le pare, da queste foto, che siano stati i suoi due colpi al volto a ridurlo in queste condizioni? –
– No, non mi pare. Probabilmente tutte quelle ferite se l’è procurate in altro modo. –
– No. Dalle nostre analisi risultano causate dalla vostra colluttazione, non ci sono dubbi. Lei è in arresto per tentato omicidio. –
– Non è possibile, ma stiamo scherzando, non sono stato io a ridurlo così, mi hanno incastrato. –
– La trovo singolare questa sua espressione, avevano detto la stessa cosa anche i suoi due amichetti del sindacato che alcuni anni fa abbiamo arrestato per il medesimo reato. –
Un momento, chiedete alle due colleghe che hanno subito il ricatto! Io ho fatto solo il mio dovere! E’ una ingiustizia! –
– Mi dispiace ma non mi risulta ci siano pervenute segnalazioni a riguardo. Portatelo via per favore. –

 

6 pensieri su “Leather Factory”

  1. Attenzione alla pirite, brilla come l’oro…., ma non é oro.
    Dietro una bella facciata…., brutte cose.
    Complimenti per il racconto.
    Sandra

  2. Complimenti per il bel racconto, è proprio vero, non è tutto oro quello che luccica… Ciao da Betta

  3. Mi è piaciuto molto questo riferimento alla “pelle”,
    da vendere cara sempre e comunque.
    anna

  4. Dietro c’è una passione per i capi in pelle? Per la lotta sindacale? Senso di soffocamento da lavoro fisso?
    Spunti interessanti! Complimenti

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