La prima volta

Giulia si svegliò con un sorriso sulle labbra. Sapeva benissimo che giorno era. Si stiracchiò pigramente fra le lenzuola, combattuta se alzarsi subito o richiudere gli occhi ancora per qualche minuto. Guardò fuori: era ancora buio. Ora o mai più – si disse. Scostò le lenzuola e scese dal letto; poi, nel silenzio più assoluto, accese una candela e iniziò a prepararsi.

*

Il comandante era in piedi da almeno un’ora: non riusciva a dormire e perciò si era messo a studiare una cartina e, nel farlo, si era accigliato sempre di più. Non sarebbe stato facile – pensò. Si sfregò gli occhi, sentendo improvvisamente tutto il peso della situazione: le poche ore di sonno, la marcia durissima che ogni giorno dovevano affrontare, la responsabilità di una spedizione così importante sulle spalle di un giovane uomo come lui. In quell’istante un soldato entrò nella tenda:

“Ave, comandante”

“Salute a te, Marco. Dimmi pure” guardò il soldato che gli stava di fronte. Era un ragazzo molto giovane, forse non aveva nemmeno 18 anni – non aveva ancora una barba degna di essere chiamata tale, e appariva stanco, e provato. Era l’ultimo che aveva fatto la guardia; il turno peggiore, ovviamente, era toccato al più giovane.

“Mancano 2 ore alla prima, signore. Antonino, sul cambio, mi ha detto che aveva richiesto di essere avvisato a quest’ora”

“Ti ringrazio. Sto per uscire, Marco. Dovrei essere di ritorno per la seconda al massimo, ma se non fossi ancora qui, ho già dato disposizioni affinché procediate. Adesso vai pure a riposarti un paio d’ore: alla prima voglio che si suoni la sveglia e iniziate a smontare il campo. Puoi andare, soldato”. Il giovane chinò rispettosamente il capo ed uscì. Il comandante rimase solo: tutto ad un tratto la tensione sembrò sciogliersi. Doveva aspettare un’ora, soltanto un’ora. Druso sorrise.

*

Giulia adorava andare a cavallo: metà degli animali nelle scuderie erano suoi e lei ne andava molto fiera. Sapeva di essere un’eccezione anche in questo: non era usuale vedere una donna andare a cavallo, anzi era un fatto più unico che raro. Ma quando era piccola, sua madre, nelle lunghe notti d’inverno, mentre tesseva di fronte al fuoco, la faceva sedere vicino a sé, e con voce nostalgica e profonda le raccontava le gesta degli antichi eroi, di Ulisse ed Achille ed Enea, il pio Enea, e Lavinia, la donna che sposò e che amava, anche se essa non riuscì mai a offuscare del tutto il ricordo della bella e triste Didone, regina di Cartagine. Tuttavia, il personaggio che più affascinava Giulia, era Camilla, la bella vergine combattente, morta per la futura gloria di Roma. Anche per questo motivo, al momento di scegliere la divinità cui votarsi, Giulia non aveva avuto esitazioni: la sua dea sarebbe stata Minerva: bella, intelligente e battagliera. A 8/9 anni aveva creduto anche di poter restare vergine per sempre,
come lei, ma non aveva messo in conto gli obblighi imperiali, né il fatto che un giorno si sarebbe innamorata. E fu per quello che in una mattina non ancora sorta, uscì furtivamente dalla propria dimora e, montata in sella al suo cavallo, si lanciò nel freddo.
Giunsero nel luogo convenuto l’una poco dopo l’altro. Druso era già arrivato; aveva lasciato il proprio baio libero di pascolare in giro e si era seduto ai piedi di una vecchia quercia, avvolgendosi nel mantello per cercare un po’ di riparo dall’aria pungente del primo mattino. Appoggiò stancamente il capo al tronco dell’albero, lasciando che la mente vagasse verso pensieri poco impegnativi e chiuse gli occhi, scivolando nel sonno. Quando li riaprì, stava già albeggiando.
“Buongiorno, mio bel cavaliere. Dal fatto che tu stessi dormendo devo dedurre che non hai affatto voglia di vedermi e che mi sono fatta una cavalcata nel freddo del mattino per niente?” a parlare era stata la giovane donna seduta di fronte a Druso: aveva i capelli raccolti, le guance arrossate per il freddo e il vento, seminascosta da un mantello molto più grande e da un cappuccio che non riusciva a celare del tutto la bellezza dei suoi occhi.

“Scusami – mormorò il giovane – sono davvero stremato. La spedizione si sta rivelando più difficoltosa del previsto e questi rientri sono sempre più lunghi e difficili da nascondere”

“Cioé?” Giulia si accigliò;

“Cioè non so per quanto ancora riuscirò a inventarmi scuse per tornare qua. E poi, si è mai visto un comandante di spedizione che torna indietro per ricevere gli ordini? Di solito glieli recapitano”. Silenzio. Druso scrutò la ragazza: “sei arrabbiata con me?” e così dicendo l’attirò a sé, abbassando il cappuccio e cercando la sua bocca. Giulia si volse di lato, irritata.

“Sai, Druso, non credo di avere tanta voglia di baciarti: arrivo, e stai dormendo. Ti svegli, e la prima cosa che mi dici è che non sai se riuscirai più a inventarti scuse per continuare a vedermi; non ti è nemmeno passato per la mente che anche io potrei avere gli stessi problemi. Vista la situazione potremmo anche troncarla qui”. Gli occhi che stavano fissando Druso erano due laghi di pianto, ma freddi come laghi ghiacciati. Poi contrariamente a quanto appena detto, gli cinse il collo con le braccia, si avvicinò a lui e mormorò:

“Oppure – Druso sentì il suo fiato caldo soffiargli nell’orecchio e ne rimase turbato, con la sensazione che stesse per succedere qualcosa – potresti provare a prendermi!” e con una risata cristallina si alzò di scatto, iniziando a correre, lasciando che il cappuccio le ricadesse sulla schiena, che i capelli venissero accarezzati dal vento senza pudore. Druso sorrise, scuotendo la testa: era completamente pazza. La guardò danzare sull’erba nel sole nascente, lasciandola andare avanti per un po’, concedendole quel piccolo vantaggio che avrebbe reso più gustosa la caccia. Si alzò in piedi, continuando a sorridere; poi scattò in avanti, spingendo sui quadricipiti, come avrebbe fatto per affrontare un nemico in battaglia. In pochi istanti l’aveva raggiunta. Giulia sentì il passo leggero alle sue spalle, si girò ridendo e vedendolo così vicino, lanciò un gridolino eccitato; accellerò, cercando di scartarlo. Si nascose dietro un albero, ma Druso era già davanti a lei. Si guardò intorno e l’unico riparo che vide fu una specie di capanna che pareva abbandonata. Cercò di raggiungerla, ma Druso fu più veloce di lei: l’acchiappò per il mantello, tirandola verso di sé, ma Giulia se lo lasciò sfilare e vittoriosa, si portò davanti alla porta della capanna. Tentava di aprirla, ma non ci riusciva – o forse non voleva riuscirci. Nell’euforia della corsa, i capelli le si erano sciolti quasi tutti sul viso arrossato, le labbra inumidite e rosse, gli occhi luccicanti per l’eccitazione. Fu così che Druso se la trovò davanti e fissandola per un attimo, si vide naufragare nel verde del suo sguardo, sentendosi morire. Tutta l’eccitazione di quela caccia sembrava essersi cristallizzata nell’aria intorno a loro due. Le sfiorò il viso, senza parole. Giulia respirava piano, guardando quel giovane uomo che le stava davanti, vedendo le sue mani muoversi per riordinarle i capelli, sentendolo respirare a sua volta. Sembrava che la sua mente si fosse svuotata, incapace di pensare. E tuttavia, sentiva, percepiva nell’aria che qualcosa stava per succedere. Druso si avvicinò, delicatamente, e lei si lasciò baciare. Cercò, con gli occhi chiusi, a tentoni, la maniglia della porta cui si era appoggiata. Bastò che spingesse leggermente e questa si aprì, facendoli quasi cadere all’interno. Si sorrisero. Entrarono dentro, nella penombra di un’umida capanna che conteneva un tavolo, tre sedie, i resti di un focolare e un pagliericcio. Druso si tolse il mantello e lo stese sulla poca paglia che restava di un vecchio giaciglio. Rimase interdetto un istante: sapeva cosa stava per succedere, o meglio, quello che avrebbe voluto che succedesse. Alzò gli occhi, e la vide. Bella come nessun altra, pareva soffusa di una luce divina: aveva, nel muoversi, la medesima grazia che Venere stessa avrebbe avuto nel denudarsi prima di un bagno. Si spogliò anche Druso, si avvicinarono, finché si trovarono davanti. Giulia lasciò cadere la veste, restando nuda. Si accarezzarono reciprocamente, con leggerezza, con riverenza, quasi. Baciandosi, esplorando ognuno il corpo dell’altro, assaggiandosi. Come un eroe e la sua dea. Finché furono sdraiati e Druso entrò dentro di lei, affamato di lei, ma piano, per non farle male. E la amò con intensità con dolcezza con ardore con passione. Giulia lo amò allo stesso modo e seppero che erano ormai una cosa sola. Uniti per la vita e divisi dalla stessa.

 

2 pensieri su “La prima volta”

  1. Un bel racconto d’altri tempi, così mi é sembrato, così l’ho letto, così mi é piaciuto. Non so, ma ho sempre avuto la netta sensazione, che le cose “da scoprire” sono sempre le più affascinanti.
    Sandra

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