Storie a margine

“Treno intercity proveniente da Zurigo delle 19 e 45, in arrivo sul binario 12 con 20 minuti di ritardo”
Quella voce metallica, monotonica, ci risvegliò di soprassalto come se, all’improvviso, fossimo tutti richiamati da un allarme antiaereo, repentino ma atteso.
Icio, Jackie ed io sobbalzammo all’unisolo come, solo, quando giunge la tua ora e ti chiama a fare i conti. Jackie parve perdere bava dalla bocca e la smorfia che gli si stampò sul viso non era certo adatta a tutte le età. Icio partì in automatico verso il binario 12 ed io appresso con il chiaro intento di non giungere secondo. Il treno da Zurigo non si era ancora arrestato che la buffa somma delle nostre tre ombre, morti e risorti per l’occasione, già aleggiava come quella degli avvoltoi sulla vittima pronta a diventar carcassa da profanare. Scesero volti e corpi stanchi, spesso ignari gli uni degli altri, di cui non ci accorgemmo nemmeno. Tutti noi aspettavamo l’unico essere di cui potevamo sentire l’odore od interpretare la postura anche a distanza. E, come sempre, il nostro eroe fu l’ultimo ad abbandonare il convoglio, scendendo con andatura incerta ma, a suo modo, dignitosa, e rilasciando alla mèta la sua capigliatura rasta senza memoria di barbiere. Franzy, lui, ci vide corrergli incontro ma, calato nella parte del salvatore atteso, fece finta di non vederci fino a quando non fu al centro del nostro sbiascicare. “Cazzo Franzy, ce l’hai fatta!”, lo rimproverò Icio. Lui si fermò tronfio, poggiò la borsa reduce di mille spostamenti sul suolo unto della stazione, prese fiato guardandoci con aria sorniona e recitò: “L’attesa esiste perchè ci possa far godere dell’incontro…”. Certo di aver proferito una frase da “ricordare”, non sindacò sul “vaffanculo!!” che Jackie ed io partorimmo dal profondo in perfetto sincronismo.
Recuperò la preziosa borsa, ci guardò per marcare una distanza e ci invitò a seguirlo. Noi lo facemmo in silenzio. Non ci furono parole sprecate nel tragitto percorso al freddo del 128 di Icio. Tutti noi, Franzy escluso, avevamo poco da dire ma un’idea ben chiara stampata addosso. Era giunta l’ora e cazzo, era ora!
Salimmo le scale a tre a tre e chiusa la porta alle spalle, ci ritrovammo tutti seduti intorno al tavolo della cucina che era anche il salotto, la camera da letto… eravamo dentro il culo del mondo ma noi, in quel buco ci abitavamo e questo è quanto. Dall’ultimo piano di quella casa di ringhiera, Milano sembrava immensa e conciliante. Lo era per noi che di questa città apprezzavamo la solitudine infinita che sapeva regalarci a piene mani.
Franzy non sosteneva parole o concetti, era lui il suo faro e noi ci affidavamo a quella luce. Seduto su ciò che rimaneva del nostro divano cominciò ad infilar le mani nella piccola borsetta di pelle con lentezza studiata, con pause d’attore consumato nelle quali ci percorreva gli occhi con la faccia divertita.
Sapevamo tutti che quello era l’anticipo da versare, il doveroso riconoscimento che dovevamo tributargli. Pavide scimmiette metropolitane trattenemmo il fiato e la lingua pur d’avere il premio che avevamo già ingurgitato insieme alla saliva.
Cosa avremmo fatto per tanto poco? Cosa ci rimaneva da rivendere per cancellare provvisoriamente quel mondo che ci eravamo costruiti? Finalmente quella sospensione temporale che ci sembrò non finire mai, si trasformò in adrenalinico sollievo.
Franzy si decise e sventolò nell’aria il vessillo del comando. Cinque, dico, cinque grammi di pura brown sugar a spargere il cielo di desistenza alla vita, a ricordarci di quanto fossimo piccoli sotto quel cielo. Quel che seguì attiene alla meccanica, alla chimica applicata e così và raccontata, senza possibile poetica se non per la sfacciata propensione al martirio che ci ostinavamo a professare convinti di esserne immuni. Fummo tutti egualmente soli intorno al nostro rottamaio, tutti abbracciati alla stessa solitudine che ci aveva riunito. Di tutto questo Milano non si accorse. Così come le madri troppo apprensive rimangono sgomenti di fronte all’abbandono di un figlio, Milano si coprì gli occhi per non vedere.

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