Il nuovo che viviamo

Gira su internet una lunga tiritera di oggetti che solo una trentina di anni fa non esistevano, ma sono diventati di uso comune e non potremmo farne più a meno.
La mail mi è stata inviata da uno dei miei figli che commentava di essere egli stesso uno di quella generazione degli anni settanta che ha assistito alla metamorfosi della tecnologia passando, per esempio, dal mangiadischi (il suo era rosso e le sue canzoni preferite erano Goldrake e Capitan Harlock, incise su 45 giri che risuonavano per casa quando egli aveva più o meno quattro – cinque anni) all’i-phone che, se non hai, ti senti un poveraccio.
Sorvolando sulle lettere profumate che un tempo gli innamorati si scambiavano, sostituite dall’avviso elettronico di “posta in arrivo” che speriamo sempre priva di virus, effettivamente tutti noi assistiamo ad una rivoluzione incruenta, che va cambiando radicalmente il nostro modo di vivere. Non penso, come è ovvio, all’ormai indispensabile telefonino che perfino mia madre quasi novantenne maneggia come se non avesse fatto altro nella sua vita, lei, proprio lei, che ricorda come esperienza personale l’arrivo della luce elettrica nel paesino in cui abitava, novità questa che portò alla sostituzione dei lumi a petrolio che illuminavano le serate della sua infanzia.
Rifletto, invece, sul fatto che in un momento in cui tutti, io per prima, chiediamo più sicurezza, siamo testimoni di un’epoca in cui la parola “sicurezza” non era più e solo identificata con la Pubblica Sicurezza, ma si associò alle “cinture” di sicurezza.
Se i prudentissimi fino ad allora si erano forniti di cintura e bretelle (ma questo significava che i pantaloni erano stati fatti fare in crescita dal sarto di fiducia, perché durassero negli anni e rendessero giustizia alle stoffe con cui erano stati confezionati), i pochissimi più vissuti e privilegiati si distinguevano dalle masse parlando delle cinture che allacciavano in aereo e guai a non farlo, perché le hostess dell’Alitalia curavano i passeggeri a vista. Quelle di oggi avrebbero avuto altri fastidi e la distrazione sarebbe forse passata sotto silenzio.
Sempre a proposito di sicurezza, quando intendiamo parlare delle differenze di modo di vivere che contraddistinguono il nord dal sud dell’Italia, uno degli archetipi argomentativi è il fatto che moltissimi centauri al sud, in spregio alle normative e alla sicurezza personale, non indossano il casco.
Eppure c’è stato un tempo in cui nessun motociclista lo utilizzava e come unica difesa sicura i centauri settentrionali conoscevano per le fredde giornate invernali l’uso del quotidiano, generalmente la Gazzetta dello Sport, che, posto tra il maglione e il giubbotto, riparava i polmoni da infreddature e bronchiti.
Mi ricordo, infatti, che gli inverni milanesi della mia infanzia erano gelidi e nebbiosi, tant’è che un mio cugino, ormai ottantenne, in una di quelle nebbie si perse la fidanzata, mentre la accompagnava a casa dopo la passeggiata domenicale, rigorosamente pomeridiana, a bordo della Lambretta che guidava per una Milano ovattata e silenziosa.
In una curva allegra lungo un vialone nei pressi dei Navigli, la ragazza che sedeva all’amazzone se ne partì per la tangente e battendo l’osso sacro restò lì, affogando il suo urlo nell’oscurità silenziosa.
Mio cugino, tutto sferragliante, non si accorse di nulla fino a che non fu sotto casa di lei, quando, fermato il mezzo e pronto a puntare il cavalletto, si rese conto di essere solo.
Disperato, rifece la strada e la trovò dove era caduta, piangente, dolorante e per fortuna salva, perché nella nebbia nessuno l’avrebbe intravista.
In verità, non è che mio cugino abbia mai brillato di luce propria quanto a prontezza e a tal proposito  mio padre, quando ripensava all’accaduto, aggiungeva sempre:
“Figurarsi, poteva capitare solo a lui, uno che in quinta ragioneria, temendo di non essere ammesso alla maturità, scappò di casa e, non sapendo dove andare, cercò di arruolarsi nei Carabinieri! Nella legione straniera doveva andare, se proprio voleva scappare! …fece bene suo padre a rimandarlo a scuola a calci nel sedere, altro che piantarla lì ad un passo dalla conclusione…”
Ma mio padre apparteneva ad un’altra generazione, era sopravvissuto ad una guerra e a tanto altro e soprattutto non aveva mai letto “Il mio Frugolino”, perciò non poteva sapere di quali gravi  turbe psicologiche si sarebbero scatenate in seguito ad un sonoro scapaccione assestato ad un ragazzino disobbediente e maleducato. Ignorava, infine, quali seri dibattiti sarebbero stati tenuti in tv per discutere su come trattare giovani delinquenti con genitori imbelli in un’epoca in cui ogni cretino si picca di discettare di psicologia.
Sembra incredibile che noi adulti di mezz’età, senza poter godere dei sicuri santi moderni e affidati, allora, soltanto all’Angelo Custode, siamo potuti nascere, crescere  e vivere.
C’è, infatti, in Italia una generazione, la mia, che è vissuta in  una terra di mezzo, a cavallo tra il rischio inevitabile e la sicurezza a tutti i costi ed è testimone di cambiamenti epocali che un poco alla volta  hanno visto la realizzazione di molte delle speranze di Jules Verne, come se progettisti e scienziati moderni nella loro infanzia ne fossero stati lettori appassionati e non avessero fatto altro, crescendo, che realizzare i sogni e le fantasie, che li accompagnavano da bambini.
Prendiamo per esempio i surgelati.
La mia generazione non li conosceva ed io stessa che mi definisco la regina della doppia vocale, della ee della oo, e cioè del freezer e del microonde, da piccola non sapevo cosa fossero.
In quanto mamma moderna e lavoratrice, poi, come molte altre mamme, ho insegnato ai miei figli a dissurgelare e a scaldare i cibi quando per lavoro non ero a casa con loro per il pranzo.
Sono addirittura cresciuta in un’epoca in cui i bastoncini di merluzzo si chiamavano baccalà fritto e, piacesse o non piacesse, dovevamo mangiarlo il venerdì, quando il venerdì era ancora di magro e non c’era alcuna possibilità di contrattare col Padreterno una preghierina in cambio di un panino col prosciutto.
Ai miei tempi Capitan Findus era soltanto un mozzo e varava barchette di carta nella vasca da bagno di casa sua.
Le famigerate “merendine”, poi, erano una fantasia: nella mia infanzia il famoso Buondìmotta era ancora un dolce di pasticceria, premio gustoso per qualche merito vero come un bel voto, una nota di apprezzamento per il comportamento corretto a scuola o  per qualche  occasione speciale.
Per la merenda di tutti i giorni c’era il pane col il burro e lo zucchero oppure con la marmellata.
Quella che io preferivo era di ciliegie, venduta in una scatola di latta con l’etichetta blu e le scritte dorate che la mia mamma comprava in una drogheria di Corso Buenos Aires, nell’isolato compreso tra la pasticceria Frontini e il negozio di telerie, le Telerie del Corso, che si affacciava su piazzale Argentina.
Era uno spuntino buonissimo e non c’era replica, cosa del resto impensabile, perché se avessi esagerato a merenda non avrei potuto apprezzare la cena.
Nonostante quel genere di merende gustose ero magrissima e non mi ricordo di aver mai visto in quegli anni coetanei grassi, ecco perché mi chiedo come siamo arrivati in questi giorni a dichiarare che l’obesità infantile è la piaga prossima ventura della società italiana.
Certo è che a scuola andavamo a piedi.
Non c’erano quegli scuola-bus che prelevano i pargoli vicino casa lasciandoli davanti alla  scuola e finite le lezioni fanno il percorso inverso.
Vediamo così bimbetti con nonni che li aspettano in macchina alle fermate dei pulmini e che, superalimentati e simili a  polli di batteria, vengono abituati a muoversi il meno possibile e senza alcun motivato perché.
Tempi nuovi, moderni, dicevamo, con importantissime invenzioni che non voglio assolutamente svilire e che hanno migliorato la vita di tutti, ma non sarebbe possibile, aldilà dei sorrisi, fare appello al buonsenso collettivo e recuperare qualche cosa della semplicità che c’era e che potrebbe essere valida ancor oggi?

 

6 pensieri su “Il nuovo che viviamo”

  1. Ciao, che bel tuffo nel passato…, il giornale al petto per chi andava in lambretta mi ha fatto ricordare mio padre, con me davanti ed i miei puntualissimi mal di gola ad ogni giro in lambretta…, la tua ironia é veramente squisita ed i tuoi messaggi sono uno stop alla riflessione.
    Il Mondo va avanti correndo, ma per evitare d’inciampare sarebbe opportuno fermarsi spontaneamente per un confronto, prima che lo STOP sia brusco e forzato.

  2. Ciao anna.
    Rileggerti é un piacere che avevo dimenticato.
    Proprio ieri, pensavo a quanto strano sia vedere mio figlio ascoltare musica con un affarino minuscolo, (MP3) e ricordare me in pullman, la mattina presto, mentre andavo a scuola con il mio wolkman, e sentire mia madre dire: “come cambiano i tempi, io la musica l´ascoltavo al juke box”.
    Il tempo ha fretta…. e noi con lui
    Un bacio grande
    Tilly

  3. eh… già!
    chi assicura che anche in ciò che è desueto non vi è fascino e saggezza?
    un gran piacere il risentirti, Tllly.
    a quando nuovamente tra di noi?
    ci manchi…
    ciao
    anna

  4. Ciao Anna, bello il tuo scritto, è sempre un piacere leggerti. Ciao da Betta

  5. una bellissima riflessione scritta bene e con ironia. Spero che ci fermiamo un attimo e che la smettiamo di andare di fretta. La semplicità delle piccole cose necessita di tempo per poterle apprezzare. Ho molto apprezzato 🙂

  6. Bello scritto Anna.
    Ciò che manca oggi è la capacità di apprezzare la semplicità delle cose.
    E poi non sempre è facile “digerire” questo tempo che corre a velocità pazzesca moltiplicando le novità della vita di tutti i giorni in maniera esponenziale.
    Io sono nato negli anni sessanta e ho vissuto in parte le situazioni che tu descrivi, altre mi hanno solo sfiorato ma di certo il ricordo della mia infanzia è un ricordo felice.
    Dovrei sicuramente riassaggiare pane, burro e marmellata…
    Un abbraccio.
    Con la stima di sempre. QS-TANZ.

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