La lettera

Si era già a novembre; quella maledetta trincea stava uccidendo più soldati di quanti n’accoppavano gli austriaci. Già otto volte avevano provato a sfondare ma niente, di lì non si passava. Il vitto scarso e gli abiti leggeri ne facevano ammalare tanti. Chi non moriva di polmonite, si consumava con la dissenteria. A forza di stare bassi, sotto il profilo di trincea, s’erano presi tutti quanti il mal d’ossa.

<< Posta! Posta! >> urlava a squarciagola il Caporale Giannelli, percorrendo gattoni la trincea e declamando i nomi dei destinatari.

<< Ehi crucco! Questa è tua! Mi pare che abbia viaggiato un bel po’. >>

Ian tese la mano intirizzita per accogliere la missiva. Da tanto non faceva più caso all’appellativo dei commilitoni; in fondo, crucco lo era davvero.

Ruppe con i denti la busta e si raggomitolò, spalle al fronte, per leggere alla fioca luce di una candela.

 

“Rispettosamente mi rivolgo a voi, egregio sig. Zwinger, da perfetta sconosciuta, ciò non di meno io confido che voi abbiate a memoria nel vostro cuore la mia adorata padrona, la signorina Emma Benassi, che voi conosceste nella primavera dell’anno scorso. La circostanza che m’induce a scrivervi è grave e ritengo doveroso che voi ne veniate a conoscenza tramite persona informata dei fatti che accomunano il vostro nome a quello della sventurata signorina. Ricorderete senza meno quel giorno infausto nel quale avete tentato la vostra personale vendetta ai danni del Conte Augusto Benassi; ciò che non potete sapere invece, è che il Conte fece credere alla sua povera figliola che voi eravate morto, ucciso da un colpo di rivoltella esploso dall’intendente della Villa. Ora, io immagino che voi foste a conoscenza dello stato di gravidanza nel quale ella si trovava. Il dolore che la poverina patì fu tale che la sua salute n’ebbe profonda cagione; subentrò in lei un profondo stato di melanconia che non l’abbandonò più. Poco tempo dopo quello sfortunato incidente, il Conte accusò un malanno grave che gli tolse in parte l’uso della parola, il che lo rese ancor più pravo nei confronti della vita e della signorina Emma in particolare. La signorina, tra infiniti dolori, partorì anzitempo la vostra dolce creatura ed il Conte suo padre le disse, senza giri di parole, che la piccola era nata morta a causa della natura del suo concepimento. Lo strazio la sopraffece e ad una settimana dopo il parto, la mia adorata padrona finì di soffrire, esalando con l’ultimo respiro il nome vostro e quello della vostra cara figliola: Cecilia.

Vogliate perdonarmi se ora vi darò ancor più gran dolore, dicendovi che il Conte, nella sua perfidia, mentì a tutti noi. Oppresso dai debiti, egli si tolse la vita a fine estate, finendo suicida i suoi giorni scellerati. Nel dare esecuzione alla pratica di pignoramento dei pochi beni rimasti, rinvenni un cofanetto sigillato e riposto segretamente in uno stipo dello studio. In esso erano contenute le vostre lettere, che mi hanno permesso di rintracciarvi, ed un certificato di donazione al Brefotrofio di Bologna per il mantenimento di Cecilia Benedetta Benassi, risalente il giorno successivo la nascita della piccina. Potete immaginare lo sconcerto e la pena profonda che simile ritrovamento ha suscitato in me. Pur certa di non avere alcuna speranza di farmi consegnare la piccola, mi recai al Brefotrofio e lì la trovai in fin di vita, consumata dalla difterite. Il Direttore dell’Opera Pia, mosso a compassione dopo aver letto i documenti in mio possesso, acconsentì a che la piccola riposasse in eterno accanto alla sua sventurata madre.

Ho provveduto io stessa affinché l’inumazione avesse luogo; ora entrambe le dolci creature risposano nel Cimitero della Certosa di Bologna.

Mi è gravoso arrecarvi così gran dolore in questo momento che siete al fronte e che combattete volontario per una patria non vostra. Voglia il Signore mantenervi in salute e darvi l’opportunità di ritornare incolume a pregare per colei che mai sarà vostra sposa e per la piccina che non conoscerà carezza di padre.

Serva Vostra.

Rosemary Sottemburg, istitutrice.”

 

Ian Zwinger perì sul fronte dell’Isonzo, nella notte tra il quattro ed il cinque di novembre del millenovecentosedici, insieme a molti altri commilitoni. Gli fu fatale l’imprudenza di alzarsi in piedi e sporgersi oltre il livello della trincea. Con gli occhi velati di pianto non si avvide per tempo di una granata che lo colpì in pieno. Un superstite a lui vicino disse che non si trattò di fatalità: il giovane si alzò lentamente, stringendo in pugno la lettera ricevuta poco prima e piangendo attese la morte, invocando il nome della sua amata, ponendo fine al suo atroce tormento.

 

2 pensieri su “La lettera”

  1. Una storia romantica espressa con il ritmo e il linguaggio tipico di un’epoca.
    Hai reso clima e sentimenti.
    Brava.
    anna

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