La poltrona da barbiere

Puntualissima, come difficilmente lo sono le donne, lei arrivò nella piazzola del ristorante. Era una donna particolare, minuta ed esile come una ragazzina, scanzonata nell’abbigliamento e nel portamento, non era particolarmente bella ma aveva un certo non so che, forse il sorriso o lo sguardo, gli occhi vispi sempre persi chissà dietro a cosa.
Lui la stava aspettando e, a differenza di lei, era un uomo statuario dalla muscolatura ben ferma e soda, lo sguardo malizioso e la testa completamente rasata, liscia e lucida sotto il sole maggio.
Appena la vide le corse incontro, la salutò calorosamente e le passò una mano fra i capelli accarezzandoli quasi con adorazione, lei sorrise e si diressero all’interno del ristorante per consumare finalmente quel pranzo che si erano promessi da mesi.
Si sedettero ad un tavolino d’angolo, lei aveva la finestra alle spalle ed il sole giocava con i suoi lunghi capelli dai riflessi ramati, il suo sorriso era caldo e dolce i suoi occhi sereni anche se a tratti sembrano assenti come ad inseguire pensieri intimi e privati.
“Hai dei capelli stupendi, morbidi e caldi così baciati dal sole, profumano di fresco”
Lei lo guardava un po’ frastornata, si sentiva imbarazzata e incuriosita da quel ragazzone ben piazzato e con quello sguardo che sprizzava simpatia.
Era abbastanza navigata e normalmente sapeva cosa voleva un uomo da lei ma Stefano, sembrava aver sempre ignorato le comuni attrattive di una donna il suo sguardo non si distoglieva un attimo dai suoi capelli.
Pranzarono parlando del più e del meno, Stefano oltre ad incarnare il suo prototipo di bellezza maschile era divertente e stimolante ed era riuscito a farle abbassare la guardia, tanto sembrava per niente interessato alla parte inferiore del suo corpo, quello sotto la sua testa.
Ad un tratto lui le disse
“Che programmi hai per dopo?”
“A dire il vero nessun programma specifico, pensavo di godermi un po’ di mare e di sole mi piace giocare con i miei pensieri”
“Se vuoi ti faccio vedere una cosa, sai a casa ho una poltrona da barbiere, una di quelle dell’inizio secolo, quelle mastodontiche con il poggiatesta te le ricordi?”
“Si che le ricordo, ricordo ancora mio nonno che aveva uno di quei rasoi con il manico d’osso e lo affilava ad una striscia di cuoio, aveva una cassetta in legno con tutto l’occorrente, chissà che fine ha fatto”
E fu così che fra rasoi e poltrone, si ritrovarono alla porta di casa. Stefano aprì e nell’eccitazione di poter condividere quel suo ritrovamento le fece strada all’interno dell’abitazione.
Arrivarono in un grande salone e al centro, troneggiava il magnifico reperto, una di quelle vecchie poltrone da barbiere in pelle chiara in perfetto stato di conservazione, accanto alla poltrona un tavolino con le gambe di legno ed il piano in marmo e sopra, rasoi di ogni tipo e dimensione, tutti perfettamente affilati e funzionanti e tutto quanto poteva servire ad una perfetta rasatura.
Lei si avvicinò alla poltrona e guardandola esclamò
“Davvero uno splendido esemplare, era un pezzo che non ne vedevo di così ben tenute”
Stefano guardava la sua poltrona con un misto di compiacimento felicità ed eccitazione, ad un tratto come preso da un lampo improvviso le si avvicinò le prese le mani e la guardò negli occhi
“Dimmi che non hai paura”
Lei si sentì un pugno allo stomaco e pensò a quei rasoi sul tavolo, un senso di pericolo l’assalì e la paura per un attimo le paralizzò il pensiero. Deglutì cercando di razionalizzare, pensò ai cani che riescono a percepire la paura di chi gli sta di fronte, si ricordò allora lo scontro con il dobermann che dopo averla puntata prese la rincorsa e le saltò addosso e, si impose freddezza.
Ritornata in possesso di alcune capacità mentali cercò di calcolare le possibilità di uscire da quella situazione ma, oggettivamente non riusciva a vederne. Il pensiero di essere di fronte ad uno psicopatico le suggerì di assecondarlo sperando intimamente che le cose non fossero come poteva supporre.
Non ci credeva molto ma rispose con il tono più calmo possibile
“No, non ho paura perché dovrei averne?”
“Non devi averne non ti farò alcun male, sono bravo con i rasoi, fidati”
Si sentì gelare e aveva tanta voglia di scappare ma Stefano la guardava estasiato seguiva un suo filo logico, un disegno tutto suo. La sua mente era impenetrabile e i suoi gesti sicuri ed allo stesso tempo delicati, lui non aveva timore né dubbio alcuno sulla sua complicità.
Le lasciò le mani e con molta calma le sbottonò la camicetta e piano piano la fece scivolare sulle spalle fino a toglierla completamente e con cura la ripose sulla spalliera di una sedia.
Per la prima volta da che si erano visti nella piazzola del ristorante lui sembrò rendersi conto anche del resto. Stefano la guardava attentamente, scrutava ogni piccola parte del suo corpo come ad imprimere le forme, a percepirne la consistenza ed il tono. Tornò verso di lei le tolse la gonna che ripose sulla sedia, la guardò a lungo poi andò verso un armadio e prese un asciugamano bianco e morbido, se lo avvicinò al volto per assaporarne il profumo e lo distese sulla poltrona da barbiere.
Lei lo seguiva con lo sguardo, immobile come una statua. La sua pelle si era fatta fredda sotto il peso della tensione, lui se ne accorse, le andò vicino le sorrise, tolse gli ultimi indumenti che le erano rimasti addosso e contemplata l’intera opera, la prese in braccio e la depose sul candido asciugamano.
Fece girare la poltrona in modo che il sole le battesse sul corpo e la potesse riscaldare, si chinò ai suoi piedi ne sollevò uno e accarezzò la gamba con un tocco molto lieve. Appoggiò il piede su una sgabello perché potesse stare sollevato e tenesse diritta la gamba. Prese una ciotola capiente da sopra il tavolo ed un pennello leggermente inumidito e cominciò, con movimenti precisi del polso a farlo roteare fino ad ottenere una schiuma densa e morbida che distribuì sulla gamba tesa.
Lei intimamente contava i minuti, non sapeva se ogni minuto trascorso la allontanava o l’avvicinava da un epilogo del tutto imprevisto e non programmato. La tensione era forte e la sua mente cercava di dare un senso a quello che provava, a quel misterioso e sottile piacere che a momenti l’assaliva arrossandole le guance. Tutto era così strano, lontano e sospeso come non le appartenesse, come se fosse entrata nel sogno di un altro. Non sapeva dove quel gioco poteva portarla ma non riusciva ad abbandonarsi completamente ai sensi che spesso entravano in conflitto con la mente vigile ed attenta, un miscuglio di sensazioni che la tenevano in costante stato di allerta.
Stefano era tranquillo e molto serio nell’opera che si approssimava a fare e se non fosse stato per quella luce particolare degli occhi, avrebbe detto che era un vero barbiere. Lei lo seguiva in silenzio e anche lui non parlava, tanto era assorto in quello che faceva. Forse lo stress o forse un po’ rassicurata decise di chiudere gli occhi, voleva capire ciò che succedeva dentro, aveva bisogno di captare le sue emozioni di analizzare e controllarle.
Adesso seguiva i movimenti di Stefano con il tatto e con l’udito e cercava di materializzare le immagini dietro le palpebre, sentì il sapone sulla pelle, una sensazione di fresco e morbido e, d’un tratto uno swish la bloccò.
Non osò aprire gli occhi, il rumore del rasoio contro il marmo, altra tecnica di affilatura per migliorarne il taglio, le risuonò nelle orecchie.
Il suo corpo era teso come una corda di violino e la sua mente cercava affannosamente le sensazioni del taglio o il calore del sangue, ma non sentì alcun che, solo la pelle che respirava perché liberata dalla schiuma ed una sensazione di fresco che le arrivò al cervello.
Stefano prese una catino con dell’acqua e con una spugna tolse i residui del sapone, frizionò delicatamente la gamba e dopo averla tamponata con un altro asciugamano la massaggiò con un unguento che sapeva di menta ed eucalipto e si occupò dell’altra gamba.
Un profumo di zagara e agrumi le penetrò le narici e andò ad allocarsi diritta nel cervello e le sue isole, riemersero prepotenti. Frammenti di un vissuto che credeva rimosso riprendevano vita, e il ricordo si faceva denso e corposo. Si sentì più rilassata, forse gli odori di quel pomeriggio di maggio, forse i ricordi; tutto si consumava in religioso silenzio se non per il rumore fatto dal movimento del polso, quando il rasoio passava sulla pelle.
Stefano aveva un tocco leggerissimo, riusciva a toccarla senza neppure sfiorarla, ne percepiva il tatto quando passava sulla sua pelle, ne sentiva lo sguardo caldo e passionale, in quella stanza tutto era profondo, veniva da un imo sconosciuto dove lo spazio e il tempo erano inesistenti.
Con movimenti esperti e misurati Stefano la rasò completamente, ripulì e massaggiò centimetro per centimetro il suo corpo. Con quel tatto leggero e impercettibile, era riuscito a farle allentare la tensione, quasi a rilassarsi completamente.
Si fermò a contemplare l’opera visibilmente soddisfatto del suo lavoro e lei pensando che il gioco fosse finito, si sentì profondamente sollevata.
Stefano depose gli attrezzi sul tavolo si lavò le mani e si avvicinò lentamente. La prese sotto le ascelle e la sollevò quel tanto che bastava a farle appoggiare il collo sul poggiatesta. Cominciò a pettinarla, a sollevare ciocche di capelli, prima con le mani quasi a tastarne la consistenza poi, sostituì alle mani due paia di forbici affilatissime e leggere e con un gioco di polso preciso cominciò a tagliarle i capelli.
Lo zac-zac veloce e preciso delle forbici, il rumore ovattato dei capelli che cadevano al suolo, le riportarono alla mente “Eduard mani di forbici”. Una nuova scarica di tensione, stupore ed una sorta di primordiale eccitazione, si impossessò di lei. Si appiattì sulla poltrona e quel rumore le bucava le orecchie, sentiva il taglio vicinissimo alla testa.
Ad un tratto fu silenzio, le forbici avevano smesso di lavorare, un attimo di incredibile silenzio, tutto era immobile ma sapeva che non tutto era finito, lo sentiva dentro, quel silenzio era troppo carico, denso e contemplativo e quando il movimento del polso attirò la sua attenzione, la sua testa era già coperta di schiuma e ancora lo swich del rasoio e il passaggio rapido leggero e liberatorio.
Non osava crederci, non voleva crederci! Non riusciva ad immaginare la sua testa completamente rasata, priva dei suoi capelli. Fermare lo scempio? Improponibile. Attendeva la fine di un gioco non suo che aveva saputo donarle momenti intensi e sperava che quegli strumenti avessero l’unico scopo per cui erano nati.
Ora tutto era finito.
Il suo corpo era stato purificato, la sua pelle era liscia, morbida e profumata come non mai.
Stefano ammirava estasiato la sua opera, sentì il suo sguardo ardente e finalmente profferì parola
“Semplicemente perfetta!”
Finalmente Giulia si decise ad aprire gli occhi ed incrociò lo sguardo di Stefano, c’era una luce di compiacimento, ma non era dovuta solo all’ottimo risultato ottenuto, c’era dell’altro in fondo a quello sguardo. Sentì una sensazione di inquietudine mista a molte altre ancora, paura, purificazione, freschezza ed un calore che saliva da dentro, terribilmente viscerale come un urlo che sbatte impazzito e non trova via d’uscita.
Stefano la guardava con quel suo sguardo caldo e appassionato e il suo tatto adesso era più deciso, l’accarezzava come a voler imprimere nelle mani il ricordo del suo corpo.
“Sei bella, lo sai vero? Sarebbe facile ora possederti. Ho vissuto sulla tua pelle tutte le tue emozioni, le ho lette nei brividi, nell’immobilità, nel gelo e nel caldo interiore. Adesso che la paura è quasi scomparsa potrei prenderti, amarti e dar sfogo a questa dolorosa eccitazione che mi prende lo stomaco. Si potrei farlo, potrei amarti qui, su questa poltrona dove si consumano le mie fantasie. Forse non fuggiresti, ma non ti doneresti a me, sarebbe un amare a metà, so che non mi appartieni, me lo hai detto da subito con quel tuo sguardo perso dietro alla tua anima, hai tirato su un muro d’acciaio di cui solo uno possiede la chiave d’accesso e, non sono io. Ti ho detto che non ti avrei fatto alcun male, non lo farò ma non posso negare che mi fa male adesso. Adesso che vorrei stringerti a me, assaporare la tua pelle e godere delle vibrazioni che emetti, possederti sarebbe l’unico epilogo che riesco ad immaginare, ma… vattene, fallo adesso, subito, prima che la ragione si accasci sotto il peso di una cruenta battaglia con la voglia che ho ti te. Vattene e non tornare più indietro, non darmi un’altra possibilità la prossima, non ti lascerei andar via.”
Stefano uscì dalla stanza e Giulia si rivestì come un automa, non c’era fretta nei movimenti, il corpo era quasi inesistente, solo le emozioni e le parole avevano corpo.
Se ne andò in silenzio, salì in auto e si diresse verso il mare, le parole di Stefano bruciavano terribilmente, aveva bisogno di purificazione, di decodificare le sue emozioni, di dare un senso a quella sua dannata appartenenza.
Salì sulla scogliera, da lassù lo spettacolo era magnifico, l’acqua limpida e trasparente e il suono ritmato e rassicurante.
Si tolse gli abiti, i suoi pensieri trovarono finalmente pace ed il silenzio adesso era proprio silenzio.
…e non placa il mare
l’arsura e le sete che ho di te
vorrei – ora –
affogare
in questi occhi tuoi
colmi di noi

Irene_enerI

8 pensieri su “La poltrona da barbiere”

  1. Mi viene la cacarella! C’è dietro un significato esoterico, sennò non capisco cosa diavolo mi significa.
    Non andrò più dal barbiere.
    Cinci

  2. In effetti il senso di questo racconto tende a sfumare ma è una cosa impercettibile vista la precisione con cui sono descritti le sensazioni dei personaggi

  3. Davvero fantastico. Sembrava di essere io al suo posto, sei bravissima complimenti.

  4. A me è piaciuto molto perché è il mio sogno ancora irrealizzato!! Complimenti!!

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