Il tempo passa… e Carlo resta fermo

Mio padre era nato nel 1915.
Se fosse vivo, avrebbe 93 anni.
Un sacco di anni, per uno nato allora… un po’ di anni, per chi nasce adesso ed ha una ben più lunga aspettativa di vita.
Morì relativamente giovane, a 67 anni, in pace con Dio e con se stesso, perché diceva di sentirsi felice per aver vissuto in periodi duri ed essere sopravvissuto, per aver partecipato ad avvenimenti di cui era stato protagonista, anche se lo avevano segnato e nel corso degli anni, ne avevano minato la salute e lo avevano, quindi, consegnato presto al mondo dei più da cui forse mi guarda, se non ha altro da fare.
Era un uomo pacifico, attivo e nell’educazione che mi ha impartito, mi ha trasmesso il senso e il rispetto del “tempo”.
Mi raccomandava sempre di darmi da fare, di non indugiare, di pensare che ogni persona è unica e che se ognuno di noi non fa ciò che deve, nessun altro lo farà al posto suo.
Vedeva il tempo come un bene prezioso da non sciupare e sprecare, da rispettare … come l’acqua, l’aria, la natura, la vita.
Un’ansia, forse, la sua che gli era nata da piccolino.
Raccontava di una lettura sul suo libro delle elementari intitolata “Il tempo passa… e Carlo resta fermo”.
L’idea dell’immobilità del protagonista, contrapposta al fluire del tempo, gli aveva dato il senso del suo agire, dell’importanza delle scelte, dell’impegno personale, del sapersi confrontare con la realtà e il periodo in cui si era trovato a vivere.
Anche per me è stato così.
Non sono mai riuscita a “perdere” tempo.
Ho amato ed amo il tempo libero proprio perché il mio tempo abituale era ed è sempre impegnato.
Avrei potuto starmene in panciolle per molta parte della mia vita, ma l’idea di quel tal Carlo che non reagiva, non s’impegnava, non riteneva giusto donare un po’ della sua “ricchezza – tempo” agli altri, mi ha sempre ossessionata.
E’ come se mio padre mi avesse voluto educare alla responsabilità dell’agire e alla possibilità di farlo.
Come se ciò fosse una scelta importante ed unica, come unico era ed è ogni Carlo che siamo ed incontriamo.
Ognuno di noi può fare o non fare.
… ma il non fare equivale a tollerare, sopportare, piegare il ginocchio ed accettare.

 

5 pensieri su “Il tempo passa… e Carlo resta fermo”

  1. Il tempo, grande protagonista della nostra vita.
    Il tempo: guaritore, galantuomo, ladro e ingannatore, ma comunque lo si voglia definire va rispettato e vissuto.
    Condivido la tua riflessione, personalmente sono una che addirittura cerca di anticipare l’azione, perché domani il tempo potrebbe venire a mancare…, il non fare equivale all’apatia, che non é vita.
    Grazie per per le tue interessanti riflessioni.
    sandra

  2. Bei ricordi, e bell’insegnamento. Molto spesso ultimamente penso di essere come il “Carlo” di cui si parla nel racconto. Mi sento a metà tra l’indifferenza a reagire mentre il tempo passa e la rabbia perchè il tempo che scorre non è mai abbastanza per compiere qualcosa. Però non è pigrizia.
    L’ultima frase in chiusura… vabbè inutile continuare, se n’è parlato abbastanza!
    Molto bello!!!
    Con affetto
    Carlo, cioè Raf

  3. Io ho un grande problema con il tempo, una fobia… come se non mi bastasse mai, mi prende l´ansia. Arrivo sempre in anticipo agli appuntamenti, guardo di continuo l´orologio, se mancano cinque minuti, per me sono giá in ritardo. Il solo parlarne mi mette agitazione.
    Solo quando scrivo mi sento libera da questa frenesia di non avere abbastanza tempo.
    Mi hai fatto confessare una cosa che pochi sanno.
    Con affetto
    Tilly

  4. Un bel messaggio Anna, che invita a riflettere sul modo in cui ognuno di noi impiega o non impiega il proprio tempo, ma soprattutto sullo stimolo ad impegnarsi in qualcosa che forse oggi, a differenza che in passato, viene a mancare. Dovremmo ricordarci più spesso che nella vita occorre agire, essere operosi, attivi e non semplici spettatori, magari anche disinteressati, di quello che accade attorno a noi. Lasciarsi vincere dall’indolenza, accettando che siano sempre gli altri ad esporsi e a decidere, anche per noi, significa riporre nel cassetto la dignità che invece dovrebbe essere vessillo del vivere quotidiano.

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