Valentina ha il sole in faccia

Valentina ha il sole in faccia anche quando fuori piove e non può farci niente. Sembra che la sua tristezza sublimi felicità, rifletta calore e gli uomini e le donne la invidiano così, come d’inverno s’agogna la primavera.
Valentina non capisce, lei crede di seminar dolore per la strada, ne ha talmente tanto dentro che le sembra di lasciarlo cadere al suo passare. La vedo uscire ad occhi bassi la mattina presto, mentre si vede trasportare dal suo letto a quell’ufficio che credeva potesse esser la sua tana, il suo riscatto e che, invece, è diventato un altro luogo da cui fuggire. Vive come può, nell’appartamento di periferia dove non alza mai le persiane per far entrare il sole e dove, invece, i suoi vicini debbono guardare con gli occhi a fessura per difendersi da tanta luce. Non sa spiegarsi il perchè. Come può trasformare la sua tristezza in speranza non lo sa, ha rinunciato a saperlo. Un orario normale, un tragitto silenzioso sulla sessantatrè che prende all’uscita del metrò. Quando si trasferì al Quartiere Olmi aveva tre anni e quel posto ai margini, sembrava potesse diventare il centro di un mondo che non è mai stato. Le distanze che non mettevano paura -anzi- si sono estese oltre la sua piccola anima e non son bastati gli amori, tanti e disordinati, a toglierle di dosso quell’odore di inutilità che l’accompagna da troppo tempo ormai. Valentina non ha più una storia e, forse, non l’ha mai avuta. Ha amato tanto. Ha creduto di farlo ma non ne valeva mai la pena. Quel suo culo rotondo ed il suo seno pungente erano una calamita per gli uomini e lei lo sapeva. Oh se lo sapeva. Ha raccolto tutto ciò che poteva raccogliere, con avidità, come un collezionista pensa di dover fare ma poi, presa da un altro desiderio, passava la vita a svuotare il cuore come l’armadio. Fare spazio per qualcosa che riempisse quello spazio.
Quell’armadio che rimaneva vuoto nonostante ogni sforzo, nonostante ogni moina e compromesso.
Aveva 25 anni ma molti di più nell’anima perchè quella, l’anima, ha il difetto di invecchiare a dispetto della pelle tonica, delle gambe turgide e della capacità di procreare.
L’ascensore l’accompagnava ogni giorno lungo quel tragitto prestabilito da cui non poteva prescindere e l’odore del consueto sovrastava il suo delicato deodorante. Non c’era niente da fare, il sapore di quella routine era più forte di ogni istinto di liberazione, di ogni ipotesi di cambiamento. Valentina conobbe il suo futuro in una pausa di circostanza: tornata dal lavoro, in coda alla cassa nove del supermercato sotto casa. Era intenta a decifrare il codice a barre di un prodotto “equo e solidale” quando, come il sentore di un temporale che non vedi ancora, ma sai per certo che sta per giungere, si sentì appiccicata al corpo lo sguardo di un qualcuno in fila alla cassa vicina. Fintamente distratta alzò la testa e si girò di scatto. Filippo, solo come può essere un uomo solo, abbassò precipitosamente gli occhi, appoggiando lo sguardo sul cesto della spesa che trascinava con i piedi nella fila di massaie in coda. Era talmente normale da averlo stampato addosso, e di quella normalità aveva fatto ragione fin da piccolo, fin da quando aveva scoperto che, essere “normale”, equivaleva ad esser trasparente. Trent’anni o poco più, portati male come la sua postura che sembrava tirarlo da una parte all’altra della vita, nel tentativo di rimanere in equilibrio, precario, ma pur sempre equilibrio. Valentina tornò a contare le linee del codice a barre e non sentì più quello sguardo che la percorse per pochi attimi, ma quegli occhi le rimasero attaccati addosso fino all’uscita del supermercato e ne fù quasi lieta perchè le fecero compagnia senza chieder nulla, nient’altro e le loro vite continuarono ad ignorarsi vicendevolmente, così come accade ogni giorno. Ogni giorno.
Rientrando a casa, poggiò le borse della spesa sul tavolo della cucina, si levò il giubbotto di jeans e lo appese all’attaccapanni a muro nel piccolo ingresso del suo appartamento “due camere e cucina abitabile”. Era fin troppo dispersivo quel “40 metriquadri con servizi”, da quando i suoi erano tornati nel piccolo paese della bassa da dove, trent’anni prima, erano partiti per la metropoli.
Dopo la pensione avevano pensato di risolvere il problema abitativo dell’unica figlia, lasciandole quel parallelepipedo in edilizia popolare, costruito agli inizi degli anni sessanta. Valentina aveva provato a renderlo suo, niente di particolare, qualche stampa dei suoi pittori preferiti, cianfrusaglie raccolte nei mercatini, piccoli ricordi dei suoi pochi viaggi. Tutto inutile. Non erano gli oggetti a rendere quella casa tale, erano gli odori, i colori che si hanno solo nell’adolescenza e che si ricordano quando se ne sente la mancanza. A volte, improvvisamente, bastava una luce, un odore particolare a richiamarle attimi di un passato in cui tutto sembrava destinato al meglio. Valentina era la brava ragazza del terzo piano, quella col talento che avrebbe fatto strada da sola senza l’aiuto di nessuno. Dio solo sa quanto bisogno di aiuto aveva, quanta dannata solitudine Valentina si trascinava addosso ma, lei, non poteva liberarsi della maschera che le avevano appiccicato addosso, era l’orgoglio dei suoi genitori, dei suoi vicini di casa, del piccolo mondo quale era il Quartiere Olmi. Valentina! Quanti programmi! Quanto sacro fuoco ad ardere nel suo piccolo grande cuore e nel suo sesso così increscioso da ricordare! Lei, così bella, persa a spiare un vicino che non voleva vederla. Persa nelle sue piccole poesie, intenta a spendere la sua giovane vita perchè non ci fosse resto, spiccioli da conservare. Doveva spendere tutto perchè non poteva pensare al suo futuro come un salvadanaio, come qualcosa da preservare. Ora, sembrava le mancasse il fiato ogni volta che si attardava su un futuro
impensabile. Dolce Valentina, lei che per i tutti aveva il futuro in pugno, un avvenire pieno d’occasioni. Ma quali?
Il lavoro sicuro, una famiglia certa… Ho visto per l’ultima volta Valentina ieri. Erano le 7 e 45. Ci siamo incontrati come ogni giorno sul pianerottolo che condividiamo. Io per portare a spasso Lucky, il mio labrador assatanato, lei per un’altra giornata di lavoro. Mi ha guardato dalle fessure dietro cui nasconde gli occhi, con quel misto di tristezza e di malizia rimasta; memoria di quando la sua attività primaria era far impazzire i suoi coetanei. Lo faceva tutte le volte che c’incontravamo, ma ogni giorno sempre più stancamente. Ogni giorno di più. Io, invece, ieri, per la prima volta, mi sono accorto di quello sguardo di traverso. Anch’io ho visto per un attimo quel fascio di luce fine ed intenso attraversarmi la fronte. Illuminare quel pianerottolo ancora in penombra il 21 aprile del 1984, al terzo piano del 19 di Via dei Larici. Quartiere Olmi. Zona 18. Milano. Plumbeo il cielo; assonnato il “ciao” che ci siamo scambiati. Valentina entra in ascensore, io calo le scale tirato da Lucky. No! ieri mattina ricordo di essere rimasto lì sorpreso dalla scoperta di quello sguardo; stupito dal lampo improvviso. Ho socchiuso gli occhi ed inspirato profondamente il suo deodorante. Un profumo di talco lieve ma persistente. Mi è sempre piaciuto. Poi un trambusto, gemiti soffocati, qualcosa che sbatte… silenzio. Scendo le scale con Lucky che alza le orecchie, s’arresta all’improvviso, poi scatta facendomi quasi perdere l’equilibrio. Faccio i tre piani volando, attaccato al guinzaglio di Lucky che si è lanciato verso l’uscita. Lucky si blocca di scatto, punta le zampe per frenare la sua corsa, io impreco poi vedo loro due: Valentina seduta nell’ascensore, gli occhi socchiusi ed uno strano sorriso. Vedo il sangue, vedo le sue gambe che bloccano l’uscita. Vedo anche quel ragazzo strano che fissa il vuoto; anche adesso pare trasparente, come se la lama con cui ha voluto far sua per sempre Valentina fosse già passata nel suo corpo; In quel fermo immagine, che ancora mi annebbia la vista, son costretto a stringer gli occhi a fessura per quella luce troppo intensa, quel sole che non tramonta nemmeno nella fissità della morte. Valentina ha il sole in faccia…

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