Quo usque tandem, Catilina, abutere patientia nostra?

“Quo usque tandem, Catilina, abutere patientia nostra?”

Fino a che punto, Catilina, dovremo sopportarti?
Così gridava Cicerone nel senato romano, dando sfogo a tutta la sua veemenza e al risentimento nei confronti di Lucio Sergio Catilina, il bello e dannato di quel tempo che, fregandosene dei suoi nobili natali, del senso dello Stato e della gloria di Roma, cercava di tirare l’acqua sicuramente al suo mulino, forse a quello del popolo, ma, di fatto, congiurava e per il proprio interesse cercava di mandare a gambe all’aria tutto ciò per cui i Romani avevano combattuto fino ad allora per circa settecento bellicosissimi anni di storia patria.
Certo, Roma perseguiva una politica propria, era imperialista, conquistava, imponeva, ma se non ci fossero stati i Romani, se non fosse nato il loro senso di universalità, zapperemmo ancora un campicello, forse incatenati sotto il giogo di qualcun altro, perché, come sappiamo, il tempo nella storia ha un respiro lunghissimo e  due/tremila anni storicamente equivalgono ad un aprire e chiudere di porta.
Sappiamo anche, quasi tutti, come andò a finire: Catilina ci rimise le penne e tutto continuò secondo copione.
“Quasi” tutti lo sappiamo.
Molto, della storia, di Roma e non solo di quella, è stata cancellata dalla possibile memoria degli italiani, figli di un’epoca che, volendo appunto essere vicina al popolo, li ha condannati all’ignoranza di fatti ed insegnamenti, regalando, per compensazione, insane televisività, convincendoli che il nuovo avanza e tutto ciò che è passato è pattume da discarica.
Fino a che punto, Catilina, tanti quanti siete, abuserete della nostra pazienza?.
Già… fino a che punto?
Fino a che punto sopporteremo i nuovi Catilina che avanzano?
E non rifiuteremo?
Ci condanneremo alla maleducazione?
All’egoismo? Al sopruso? Alla deroga? Alla noia? All’ovvio? Al degrado? All’imbroglio? Al vuoto?
Al niente?
Non c’è nessun rimedio?
Quel volgo disperso che era uscito “dagli atrii fumosi, dai fori cadenti” di manzoniana memoria, ha deciso di ritornare agli stessi luoghi, inebriato da ben altro genere di fumi?
Comincio a capire Cassandra e non l’invidio per nulla.
Proni, ci adattiamo a subire.
Rassegnàti.
Qualche capopopolo fessacchiotto, ogni giorno, si alza e dice la sua: appellandosi a ricette astruse, ci invita ad essere tolleranti, a non giudicare, ritorcendoci contro una massima che ha ben altro senso morale e ben altro significato intrinseco.
Fa ridere che generalmente sono proprio costoro che, ignorandone e disprezzandone o addirittura abiurandone il vero contesto, ne fanno un uso scempiato e spropositato.
Tolleranza uguale sopportazione.
Dovremmo sopportare gli imbecilli, i prepotenti, i sopraffattori, i delinquenti e chi protegge tutti costoro con un comportamento vigliacco e suadente, perché, in nome della faccenda becera che siamo tutti quasi-uguali e pseudo-fratelli, il primo Caligola che vuole imporci il suo cavallo come senatore deve essere fraternamente accettato nella sua “novità” e per i suoi comportamenti “nuovi”.
Ma chi l’ha detto?
In nome di cosa?
Per piacere, riprendiamoci il buon senso comune, il rispetto di noi stessi e dell’intelligenza collettiva e popolare.
Alziamoci e diciamo a voce alta e a chiare lettere che la verità non è democratica.
La verità è verità.
Punto e basta.
Non è che mettendoci tutti d’accordo che la Terra è un cubo e votando la cosa all’unanimità, una sfera un po’ oblunga verso i poli possa cambiare forma fisica.
Dovremmo almeno pensare che tutte le sfere sono cubi e tutti i cubi sfere, cambiare il nome alle cose, fare una rivoluzione.
Siamo disposti a combattere per una simile scemenza?
Basta, Catilina! Quanti voi siate…
Non abusate della nostra pazienza.
Ne abbiamo fatto il pieno.
Vogliamo poche cose chiare, da adesso in avanti.
Che le stupidate abbiano il loro nome: stupidate.
Che ciò che è bello, valido, universalmente buono e vero sia riconosciuto per ciò che è.
Non atteggiatevi a nuovi tiranni.
Non ne possiamo più.
Quando comincia, come per il vero Catilina, la vostra fuga?

 

12 pensieri su “Quo usque tandem, Catilina, abutere patientia nostra?”

  1. Un bel passaggio di storia e come sempre, torno a ripetere, che dal passato non abbiamo appreso niente. Il Mondo si ripete, la verità é sempre vagante o chiamata con altri nomi.
    Una cosa é certa:-non ne possiamo più di discorsi- Facciamo buon uso dell’intelligenza sia nell’esternare che nell’agire. Tutto ha un limite.
    Complimenti per il pezzo.
    Sandra

  2. Ciao, tutto giusto quello che dici Anna, storia, letteratura e pazienza, ma cosa c’entra con la poesia?

  3. Quello che Cicerone diceva a Catilina, è altrettanto attuale nel nostro tempo e nella nostra (?) Nazione. Soltanto una differenza: allora si trattava di una persona (Catilina) oggi, è tutta la casta autocratico- politico-parassitaria la destinataria di quello che Cicerone, diceva ‘ qualche annetto fa’…

    Saluti

  4. Infatti questa non é poesia. E’ un pezzo del caffé letterario; un’ottima riflessione prendendo spunto dal passato, che ci invita a riflettere sul presente del nostro Paese. In fondo, in tempi molto diversi, con personaggi e scenari di oggi, la Gente ancora fa fatica a cambiare.
    Sandra

  5. E’ poco corretto Sandra rispondere al posto di un’altra. A meno che tu non abbi una delega firmata con numero e data di carta d’identità…

  6. Che cosa é poco corretto Sal? Esprimere la propria opinione? Io leggo, scrivo e dico la mia.
    Tu chiedevi dov’era la poesia ed io che leggo e seguo rispondo che qui, in questo pezzo di riflessione legata alla storia antica, non vi si trova la poesia ma la riflessione della scrittrice.
    Forse bisognerebbe stabilire il significato della parola “scorretto”.
    Sandra

  7. ciao, Sal,
    Buon Natale anche a te!
    che piacere leggerti dopo tanto tempo!
    allora ci sei!
    vivo, vegeto e combattivo.
    ti dirò che credevo fossi emigrato su altri lidi….
    gran piacere, quindi, risentirti.
    anch’io sto bene, grazie.
    ringrazio Sandra per aver detto la sua, come ha fatto Ireneo (ciao, Ireneo, nuovo tra noi? benvenuto!) e soprattutto ringrazio te per aver posto un quesito e cioè :dov’è la poesia?
    la poesia, forse, sta nel fatto che comunque siamo qui, vivi e in grado di disquisire di simili sottigliezze.
    per il resto, forse, la prosa è scritta abbastanza decorosamente da risultare un bel pezzo.
    o forse no e allora gli amici lettori-scrittori mi suggeriscano come meglio espimermi.
    (a tal proposito, io apprezzo sempre gli interventi di Icehotheart che è molto educato e sempre alla ricerca del meglio).
    quindi, forse, la poesia sta nel fatto che anche quando si scrive un pezzo in prosa, la ricerca espressiva deve tentere al massimo.
    anche la prosa può essere poetica.
    per il resto, il brano è un testo da caffè letterario e la discussione dovrebbe, possibilmente pacatamente, vertere sul tema: siamo tutti contenti di sopportare chi se ne approfitta della capacità di sopportazione collettiva?
    quando la tolleranza diventa rinuncia?
    quali sono le conseguenze del demandare ad altri, rinunciando al diritto-dovere civico della partecipazione?
    l’analisi è corretta?
    si?
    no?
    quale dovrebbe essere la sintesi?
    spero di essere riuscita a spiegare la mia idea.
    anna

  8. ciao Anna
    lezioni di storia a tipi come me fanno bene, sarà motivo di ricerca per ispirarmi.
    Non smettete mai di regalarmi la vostra cultura, quando imparerò cercherò di lasciarla in eredità come state facendo voi.
    Buon Natale

  9. La storia qui narrata è quella del vincitore Cicerone; quindi di parte.
    Se fosse stato Catilina a vincere avremmo una storia assai diversa.
    Ricordo il punto più importante della posizione di Catilina: redistribuire i redditi e i poteri… io so da che parte sarei stato.

  10. @ Fabio Nastri:
    La storia è sempre scritta dai vincitori, sotto ogni cielo e, soprattutto, sotto ogni ideologia!
    Il punto è che al di là del ruolo politico che ricoprivano Cicerone (cavaliere e homo novus) e Catilina (della famiglia dei Sergi, nobile, giovane e spendaccione) anche nel Senato di Roma (Catilina non desiderava una ridistribuzione ad usum populi, ma piuttosto pro domo sua – parafrasando Cicerone – visto che aveva patente di nobilità repubblicana, ma non sostanze), ciò che rimane nel ricordo collettivo è proprio “l’abuso” della “capacità di sopportazione” degli altri lamentata da Cicerone.
    Questo testo, scritto parecchio tempo fa, aveva un destinatario preciso e per traslato, poi, altre piccole e grandi sopraffazioni.
    L’individuo in questione, vestito da grande e illustre pensatore, che si è finto anche amico, che si è fatto correggere i suoi testi da metà di mille persone, poi, “liberamente”, ovvero invocando la sua libertà personale, svillaneggiava tutti apertamente e anche con mail individuali.
    Pare che non frequenti più il sito.
    Ogni pazienza, per assioma, ha un limite.
    E ci sono limiti che non si travalicano.
    Perchè la libertà di pensiero è di tutti, non solo dei cafoni e maleducati.
    Se ti interessa saperlo, secondo me, i perdenti hanno sempre un gran fascino.
    Mi sono anch’io sempre chiesta come sarebbe andata se avesse vinto Catilina.
    Ma la storia è elenco di fatti e Catilina ha perso.
    Mi ha molto affascinato sempre quel quadro in Senato, il nostro Senato, che lo raffigura isolato, emarginato, solo.
    A volte (e questo è il messaggio, se vogliamo cercare un messaggio) gli uomini dovrebbero ricordarsi che il più alto esercizio politico è la mediazione, la costruzione, la ricerca di ciò che accomuna, non di ciò che divide.
    Ma per pensare questo modo bisogna avere alle spalle un grande insegnamento di esempio civico, profonde convinzioni democratiche, grande rispetto dell’avversario politico (che è avversario e non nemico) e maturità non disgiunta da intelligenza personale.
    Purtroppo la democrazia è la forma di governo che ci dà esattamente ciò che ci meritiamo.
    E la pazienza collettiva, se abusata, talvolta va a ramengo.
    Grazie, Fabio, per avermi letta e per avermi offerto la possibilità di chiarire questa mia idea.
    Anna Maria Folchini Stabile.

  11. Il quadro a cui faccio riferimento è il dipinto di C. Maccari nel Palazzo del Senato a Roma
    (Con google lo trovi facilmente)

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