L’importanza del nome giusto

Sarò sincera: faccio parte della schiera di coloro che danno volentieri una sbirciatina all’oroscopo.
Anche se non ci credo, anche se sono la prima a riderne, dopo il giornale radio del mattino i cui speakers con accanimento si dilungano su catastrofi umane, esistenziali, politiche e finanziarie, ascolto con piacere la voce calda e gentile di donna che cattura la mia attenzione pronosticando sulle vicende del giorno.
Io sono un pesce, di quelli che abboccano, sto in fondo alla lista dei segni zodiacali, seguo pazientemente tutte le previsioni e le associo ai volti di parenti ed amici mentre mi faccio una mezza idea della giornata che mi aspetta.
Ieri, lunedì, era prevista per i Pesci una giornata laboriosa e una serata divertente.
Tutto qui.
In effetti alzata, lavata, restaurata e colazionata, la laboriosità si è subito fatta avanti, perché la nostra tata è ammalata ed io ho trascorso la mattinata stirando una quantità indicibile di camicie da uomo e magliette colorate.
Eh… beh…, io sono una madre felice di figli maschi che mi amano e mi rispettano. Non una vera mamma italiana, di quelle da pasta al forno, lasagne e arrosti fumanti, ma nel mio piccolo mi difendo, a casa mia nessuno è mai morto di fame e nessuno si è mai lamentato della monotonia del cibo.
Ci tengo all’ordine ed in una cosa mi distinguo: sono bravissima nello stirare.
Non so perché, ma quest’ultima è un’attività che mi piace, mi rilassa, mi fa pensare ad altro e mentre la radio gorgheggia o la tv pontifica, le mie braccia lavorano e la mia mente vaga…
Penso ai racconti che scriverò ed è lì, mentre combatto con una manica o un taschino, che nasce l’idea primigenia che coltivo, coccolo, sviluppo e costruisco per intero, fino ad avere tutta la vicenda in testa, pronta per essere scritta.
Ieri, così, mentre laboriosamente stiravo considerando l’azzeccata previsione dell’oroscopo per la prima parte della  giornata e mi chiedevo quale avvenimento divertente mi stesse aspettando per coronare piacevolmente la serata, riflettevo di come non ci fosse nulla in programma, tranne “Zelig” e i suoi comici esilaranti.
L’attualità della realtà era evidente: stirare, preparare il pranzo, non perdere la centomillesima puntata di “Beautiful” – su cui mia madre novantenne spesso mi interroga come faceva a scuola la mia insegnante di latino e greco sui destini di Cleopatra e i meandri delle parentele della  famiglia di Cesare Ottaviano Augusto -, sonnecchiare un po’ in poltrona occhieggiando a tratti uno di quei programmi televisivi pomeridiani e zappingando tra richieste di giustizia, caccia grossa ad improbabili fidanzati, racconti prezzolati di vita con i fatti propri in bella vista e narrati ad una nazione ansiosa di dimenticare al più presto tali avvenimenti squisitamente personali verso cui prova la più totale indifferenza.
Nessun divertimento in vista.
Ma poco prima delle cinque, mio marito che si distingue talvolta per la sua più assoluta insensibilità nei confronti del mio quotidiano e irrinunciabile rito del tè, se ne scende da quello che io chiamo il suo posto di comando e cioè il suo studio all’ultimo piano della casa in cui viviamo, annunciando con fare solenne che DEVE andare ad ordinare gli occhiali nuovi, perché quello è il momento buono, poi sarà impegnato per il resto della settimana e non avrà più un attimo di respiro.
ORA O MAI PIU’: DIO LO VUOLE!
…e, se Dio lo vuole, non mi resta che bere velocemente il mio tè, farmi bella (anche se sono già normalmente  bella di mio… che diamine tiriamoci su!) e dichiararmi, pronta per viaggiare al suo fianco, appollaiata, come il Barone di Munchausen sulla sua palla da cannone, su quella  scheggina di macchinina che posseggo e che Lui guida come un’astronave negli spazi infiniti in un pomeriggio caotico di sciopero generale dei mezzi di trasporto.
Ci va bene.
Il traffico delle cinque e mezza è intenso, ma scorrevole e senza intoppi.
Raggiungiamo il negozio di ottica situato a venti chilometri da casa nostra e che ci è stato raccomandato come UNICO e PERFETTO, dall’amico oculista, ma che ovviamente come ogni lunedì pomeriggio, e irrimediabilmente CHIUSO.
Che fare?
Il mio Autista si indigna, com’è stato possibile non pensare a telefonare prima di muoverci da casa , come mai non mi sono ricordata di ricordargli di ricordarsene?
Batte male.
L’Astronauta non intende riguadagnare casa e box, contento di avere già evitato una volta code e intoppi di traffico, perché, nonostante i presagi infausti, quello è il pomeriggio in cui ha deciso di cambiare gli occhiali
ORA O MAI PIU’: DIO LO VUOLE!
… e, se Dio lo vuole, ci rimettiamo in macchina, mentre suggerisco di telefonare ai nostri amici Laura e Paolo che essendo, come noi e la nostra famiglia, portatori di occhiali essi pure e tutta la loro famiglia, ascendenti, discendenti e collaterali compresi, avranno senz’altro un ottico di fiducia, magari vicino a casa e, perché no?, forse bravo e capace come il villanzone che si è permesso di godere della sua giornata di riposo, mentre il nuovo Cliente avrebbe voluto trovarlo al pezzo, devoto al lavoro, in riverente e tacita attesa.
La mia proposta è accettata.
Una serie di chiamate si inseguono nell’etere: Lui guida, io chiamo Paolo, Paolo chiama Laura, Paolo chiama Lui che non risponde, perché non ricorda dove ha infilato il cellulare, deve guidare  e nonostante i mille contorcimenti non riesce a ripescarlo dalla tasca interna della giacca o dei pantaloni, bloccato com’è dalla cintura di sicurezza.
Sto per chiamare Paolo che mi precede: parliamo, ci consultiamo, valutiamo e decidiamo di andare tutti insieme dal Mirco che è bravissimo, gentilissimo, sa il suo mestiere ed essendo tutti tra amici, ci farà anche un prezzo di favore.
Ma ad un tratto all’aspirante Cliente con “ci” maiuscola viene un dubbio: non sarà quel Mirco lo stesso individuo che gli aveva sbagliato gli occhiali qualche anno prima?
Come si chiamava?
Dai, Anna…- Anna sono io – …Marco, Mario, Mirco…
Possibile che non ti ricordi?
Non ricordo.
Paolo garantisce che questo Mirco non è quell’altro Marco con cui anch’egli ha litigato più o meno selvaggiamente: un incapace, presuntuoso, inaffidabile.
La facciamo breve, ci fidiamo di Paolo che  promette di chiamare il negozio e di annunciare il nostro arrivo.
Io ho afferrato di chi stiamo parlando: uno è un bruttino insignificante, l’altro un bell’uomo dal sorriso accattivante, meglio il secondo, perché, come è generalmente risaputo, anche in fatto d’occhiali, l’occhio vuole la sua parte e il bello attira…
Ci diamo appuntamento in piazza, Paolo ci aspetta e insieme ci affrettiamo verso il negozio di Mirco, situato all’interno dell’isola pedonale.
Quando arriviamo è irrimediabilmente chiuso.
COME MAI?
Paolo, nel rammarico generale, controlla sul suo cellulare le chiamate effettuate.
Nella confusione e nella fretta ha telefonato all’antipaticissimo Marco e si spiega così la sorpresa di quell’altro nell’udire la sua voce e le generalità dell’interlocutore: “Carissimo! Sono Paolo, sto venendo da te col mio amico Alberto. Abbiamo bisogno di te… aspettaci, non chiudere, mi raccomando….”
Alle otto meno un quarto siamo seduti ad un tavolo del bar di fronte al negozio di quel tal  Marco e lo vediamo, passeggiare avanti e indietro nel suo negozio come un leone in gabbia, in attesa di clienti che non arriveranno mai.
Alle otto lo vediamo uscire e calare la saracinesca mentre noi sorseggiamo l’aperitivo.
Sappiamo perché da domani lo sguardo storto che ci rivolgeva Marco incontrandoci, diventerà un chiaro e inequivocabile non saluto.
Salutiamo Paolo ridendo e ci diamo appuntamento per l’indomani mattina alle nove, da Mirco, perché, dovesse cascare il mondo, gli occhiali devono essere cambiati e dovesse cascare il mondo, domani è martedì e ogni martedì Mirco apre alle nove in punto  e come tutti gli ottici tiene chiuso irrimediabilmente il lunedì.
Ma perché mai, quell’altro, Marco, aveva il negozio aperto?

 

10 pensieri su “L’importanza del nome giusto”

  1. Piacevole, scorrevole e divertente unito ad una fettina di imbranamento totale che fa parte di quel pizzico di sale che mette allegria nelle giornate uggiose, piovose e senza mezzi pubblici, giornate in cui il traffico paralizza il nostro habitat e il nervosismo ci rende brutti e poco tolleranti, un cucchiaino di umorismo é come prendere in prestito il sole.
    Ciao.
    Sandra

  2. un racconto molto piacevole alla lettura che mi ha molto divertito 🙂 un abbraccio

  3. Ti prego! Ho una montagna di vestiti da stirare, passi un attimo? Te li presto volentieri per pensare. Le mie idee nascono lavando i piatti, mio marito mi guarda mentre fisso il vuoto con una tazzina in mano e l´acqua che scorre, e riesce solo a scuotere la testa rassegnato. Un racconto divertente, condito da “imbranataggine” collettiva.
    Brava (come sempre)
    Tilly

  4. Un racconto delizioso Anna, che si legge d’un fiato e lascia un sorriso di divertita complicità. Scopro con piacere e apprezzo la tua autoironia.
    Un caro saluto
    Katia

  5. Il bello della quotidianità. Wow. Non sarai una mamma lasagne e pasta al forno, ma è di queste cose che il tuo scritto profuma. Brava.

  6. Vi ringrazio tutti per leggermi sempre e per saper sorridere con me della straordinaria “avventurosità” della vita quotidiana.
    Non si dice che la vita è una giungla?
    …e nella giungla non ci sono solo le tigri, ma anche i macachi…
    a volte siamo tigri e a volte macachi.
    L’equilibrio tra i momenti ci rende uomini…
    un sorriso
    anna

  7. Ho letto adesso il tuo racconto, l’ho trovato piacevole e divertente. A casa mia non si dimentica la giornata di chiusura dell’ottico ma le chiavi di casa ho quelle dell’automobile. Giriamo per casa come dei pazzi per trovarle e le troviamo dopo un po’ in posti dove prima abbiamo cercato e ricercato senza nessun risultato. Complimenti e ciao.

  8. è stato davvero carino e piacevole grazie di averci concesso questa opera rilassante e divertente (anche se non penso lo sia stata per Marco eheh) 🙂

  9. Dovrebbe essere umoristico ma io questo umorismo non lo vedo!! Però carino davvero!! 🙂

  10. Grazie a tutti coloro che hanno letto ancora nel tempo questo racconto e una risposta a Sarah che si è divertita nella lettura, ma non lo giudica “umoristico”.
    Hai sollevato un velo pesante e scusami l’ossimoro.
    Bisogna intendersi per cosa significa “umoristico”.
    L’umorismo è la scelta di raccontare un avvenimento, una storia, in modo tale che chi legga le avventure o le disavventure del protagonista, possa intravvedere un non senso o un doppio senso con l’identificazione nella vicenda descritta.
    L’umorismo fa sorridere, anche ridere, senza ricondursi, però, alla comicità grassa o sguaiata.
    Il racconto umoristico conserva uno stile di narrazione che non eccede nel tono; lascia intendere e immaginare.
    Io non sono capace, per natura mia personale, di eccedere nella rappresentazione della realtà.
    Amo il tono medio della narrazione, ma so sorridere e ridere delle varie situazioni, anche le più impensabili.
    Lascio al lettore il gusto di trarre le sue conclusioni, dopo essersi immedesimato nella scena.
    Ci sono artisti maestri perfino nell’umorismo nero.
    Pensa poi a tutte le commedie degli equivoci di cui i famosi cinepanettoni sono figli scollacciati con il ricorso continuo alla parolaccia che “sola” “deve” suscitare ad ogni costo la risata.
    Perchè, poi, si rida o meglio “si faccia ridere” attraverso questa, e perchè questa sia definita “comicità”, forse lo capiresti se pensassi a come la “commedia” tragga le sue origini dalle atellane e dai fescennini e come la cultura resti patrimonio etnico, anche senza rendersene conto e pur col passare del tempo.
    Ciao.
    anna

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