Quel benedetto mal di testa

Sono nata il 19 marzo 1948 è ho mancato di undici giorni la Festa della Donna.
Mio padre ne rimase doppiamente deluso.
In primo luogo perché non ero un maschio.
Ero, infatti, una primogenita maschio mancato e la cosa lo lasciò così amareggiato che me la fece pagare negli anni che seguirono, anche se lui negava, quando, ormai adulta, ridendo gli rinfacciavo di avermi allevato come se fossi un maschio, pretendendo da me studio, serietà, sportività e praticità.
Queste ultime virtù erano forse più consone ad un ragazzino che ad un bambina come me, studiosa sì, ma chiusa in un mondo di fantasia, tranquilla e desiderosa come molte bimbe di quel tempo di fare la ballerina o la mamma o l’infermiera. Io, per giunta, avevo un gran desiderio segreto: avrei voluto scoprire il modo per diventare fatina con tanto di bacchetta magica e ciò la dice lunga su tutto.
L’essere poi rimasta nella pancia della mamma per undici giorni di troppo tolse al papà e a tutta la famiglia l’occasione di vivere qualche minuto di notorietà.
Non fu possibile, infatti, annunciare attraverso la rubrica “Realtà Romanzesca” della Domenica del Corriere che per tre generazioni, tre nascite e in linea diretta si erano verificate nello stesso giorno e nella stessa famiglia. La mamma e suo padre erano nati l’8 marzo. Io avrei potuto essere la terza.
Ahimè, la mia mancanza di puntualità, caratteristica tipicamente femminile della mia personalità e del mio carattere, aveva danneggiato l’amor proprio di tutti.
Ed eravamo solo agli inizi…
Non è che mi trovai a nascere in una famiglia strana, ma erano gli anni del dopoguerra, tutto era difficile, sebbene  tutto sembrasse possibile.
In quel 1948 mio padre, che era nato nel 1915, aveva trentatré anni, dieci anni di guerra sulle spalle ed era vivo, così come era tornato vivo dal campo di concentramento suo fratello.
Con la mamma si era sposato l’anno prima. Conducevano una vita modesta e papà studiava di sera per completare quegli studi che per la guerra aveva interrotto.
Desiderava un lavoro migliore e un avvenire sicuro per noi. Erano gli anni della ricostruzione, perciò nessuno in famiglia dubitava che questo suo desiderio fosse realizzabile.
Papà mi voleva bene e anche se fu sempre un po’ burbero con me, ma questo era dovuto al suo carattere  schivo e pensoso, mi ricordo che con molta pazienza e per quanto pensava che potessi capire, fin da piccola mi raccontava quella che era stata la sua vita.
Mi parlava della sua infanzia da orfano, delle città in cui era vissuto con la nonna e i suoi fratelli dopo il 1930, quando il maggiore degli zii, poco più che ventenne, era stato segnalato come socialista e del conseguente desiderio della nonna di proteggere i figli più piccoli. Avevano, perciò, lasciato il paesino dove erano nati, tutti i loro affetti  e le loro cose, trasferendosi in grandi città dove nessuno li conosceva.
Ricordo che le storie che mi raccontava, a parte quelle della primissima infanzia come Tredicino, la Casetta di Cioccolato, il Gatto con gli Stivali, Cappuccetto Rosso, erano episodi di vita vera, la sua, che mi narrava come se fossero favole, ma con l’intento che facessero parte di me, della mia memoria, della nostra memoria di famiglia e che non fossero dimenticati.
Quando mi stancavo nelle passeggiate che facevamo la domenica pomeriggio verso i Giardini Pubblici, mi parlava di quelle sue due  “passeggiatone” che aveva dovuto fare lui e che gli era sembrato che non finissero mai.
Era ancora  soldato e un bel giorno gli avevano detto che la guerra era finita o forse no, e di come era contento, perché era l’8 settembre e avrebbe potuto tornare a casa e festeggiare dopo tanto tempo l’onomastico della sua mamma, che si chiamava Anna Maria, insieme con lei.
Ma le cose non erano poi andate così.
Aveva camminato per giorni e giorni da La Spezia verso sud, verso casa sua, che era lontana, lontanissima.
Aveva avuto spesso molta paura, aveva dormito in luoghi di fortuna, perfino sotto un ponte ed era stato svegliato dal rumore di tanti altri uomini che passavano proprio su quello stesso ponte e che tornavano anche loro a casa, ma andavano in senso contrario.
Era stato zitto, zitto, nessuno si era accorto di lui e così aveva potuto proseguire, finchè non aveva trovato amici che gli avevano fatto compagnia per un lungo periodo, fino a quando non avevano  poi trovato tante, tantissime persone che erano partite da un luogo lontano, l’America, dove viveva la zia Grazia, la sorella della nonna Anna Maria, quella che da anni abitava a Boston, e le cose erano cambiate.
Da quanto io, bambina, ne capivo, la seconda passeggiata, quella che lui chiamava “la risalita” era stata più semplice  a casa ci era tornato, finalmente, poi aveva incontrato la mamma ed ero nata io.
Ed ero stata fortunata, diceva papà, perché ero nata nell’anno della Costituzione.
Avevo mancato la Festa della Donna, ma non mi ero persa la Costituzione.
Ero piccolina e non  mi era facile comporre tutti i pezzi di quel puzzle di vita e molte cose non riuscivo a capirle proprio.
Cos’era la guerra?
Papà diceva che era un litigio grosso grosso, in cui chi litigava non poteva più rimettersi d’accordo.
Anch’io ogni tanto litigavo con la mia amica Angela, quando giocavamo insieme.
L’idea che poi non potessimo più fare pace mi disarmava.
Sarà stato da allora che ho interiorizzato l’idea che era meglio cercare il buono negli altri, piuttosto che i difetti.
Sono diventata diplomatica e tollerante senza volerlo e saperlo.
L’idea di dormire sotto un ponte non mi piaceva e non mi è mai piaciuta.
Al campeggio preferisco l’albergo, ma le passeggiate, tutte, e non solo quelle fatte camminando, quelle del cuore e della mente, intendo, che portano all’incontro e alla condivisione, hanno poi finito per essere per me una notevole attrazione: è sempre possibile conoscere amici che ti accompagnano nel percorso e con cui condividere fatica, discorsi, progetti, idee…
E la Costituzione, poi, cos’era?
Perché l’essere nata nel 1948 mi riscattava dall’aver mancato l’8 di marzo, il giorno in cui si ricordava, l’ho scoperto in seguito, la fierezza di altre donne, che prima erano state bambine come me e poi mogli e madri ed esempi di come si deve essere e comportarsi?
Per comprendere veramente cosa fosse successo al mio papà e alla mia famiglia prima che nascessi,  inquadrando quegli avvenimenti storicamente, ho aspettato anni.
I programmi scolastici glissavano sugli avvenimenti del Novecento.
Ricordo che alla fine della terza media,- la scuola media di una volta, quella difficile e tanto biasimata, quella col latino e tutto il resto, la condotta, l’aver studiato, l’educazione, il rispetto e via dicendo-, nelle ultime settimane di scuola la nostra insegnante, completata la prima guerra mondiale, dichiarò finito il programma.
Alzai la mano timidamente e chiesi come poteva essere finita la storia.
E quello che veniva dopo? E tutto il dolore che c’era stato dopo? E tutto ciò che raccontavano il papà e lo zio della loro giovinezza passata con un fucile in mano?  E quel 1948 in cui ero nata io e che a casa mia era la data di un avvenimento molto importante?
La mia insegnante sorrise e disse che lei stessa aveva vissuto gli anni della guerra intensamente e pericolosamente, molti suoi amici e compagni di università erano morti, ma i libri non ne parlavano ancora, perché gli animi dei sopravvissuti non erano ancora abbastanza sereni per raccontare le vicende e voltare pagina.
Crescendo avrei capito.
Ho impiegato tutto il liceo a capire.
E’ stato un lavorio difficile, lento, faticoso.
Non è stata solo una questione di sintassi latina e greca, di verbi imparati a memoria, di seni e coseni, di Critica della ragion pura, di destra e sinistra hegeliana, ma è stato comprendere il fondamento del principio di causa-effetto e della correlazione degli aspetti collaterali di ogni avvenimento che riguarda l’uomo, la sua vita e la sua storia.
E la storia è diventata la mia passione.
Ho capito che non potevo capire chi ero se non avessi saputo ciò che veniva prima di me e quali possibili scelte mi si offrivano.
Ho compreso l’importanza delle scelte personali e individuali e come, però, queste non fossero isolate nel tempo e nello spazio, ma legassero tutti gli uomini insieme nel tempo e nello spazio stessi, perché un limite netto nella storia degli uomini non può mai essere tracciato.
Si può vivere al di qua o al di là del confine, ma non è possibile non incontrarsi, ignorarsi, escludersi, perché siamo tutti legati da quel filo sottile che ci fa esseri umani e quanto per un’ ora, un mese, un anno funge da barriera, in un attimo non è più tale e quel limite cade, non è più ostacolo e non ha più ragione di esserlo. 
Ho un ricordo piacevole dei tempi del liceo, tranne quello della quarta ginnasio che purtroppo ho dovuto ripetere, un dispiacere enorme per me e per i miei genitori, superato a fatica e giustificato a posteriori solo dal fatto che mi ero ritrovata ad essere testimone di un evento più grande di me e di cui non avrei neppure immaginato la portata.
Eravamo agli inizi degli anni Sessanta e stavano cominciando quei sobbollimenti studenteschi che avrebbero portato alle vicende del Sessantotto e quindi a tutti gli eventi tragici culminati poi negli anni del terrorismo, ma io non lo sapevo, nessuno lo sapeva ancora.
L’anno scolastico era cominciato da poco e facevo fatica ad abituarmi a tutte le novità che il frequentare un liceo comportava: maschi e femmine tutti insieme, corteggiamenti nei corridoi e spudorata competizione in classe per conquistare la simpatia e l’attenzione dell’insegnante di lettere, una signora di mezz’età che si fregiava del titolo di figlia- di- pensatore-schierato- dalla-parte- giusta-nei- tempi- passati- ma- non- troppo.
In quei giorni in Spagna ci fu l’ultima condanna a morte col supplizio della  garrota, una cosa che mi indigna e mi angoscia ancora al solo pensare.
Gli studenti più avanti negli anni organizzarono uno sciopero con manifestazione e grande corteo per le vie della città trascinandosi  appresso noi quartini e quintini, ovvero gli allievi del ginnasio.
Avevo quattordici anni, non quelli di adesso, quelli di allora, quelli di una ragazzina che la famiglia aveva protetto ed educato alla riservatezza, all’educazione e all’obbedienza.
Io non ero smaliziata, non avevo ancora maturato una coscienza politica, non andavo in giro per la città da sola, se non per arrivare fino a scuola e comunque sempre in compagnia della mia compagna di banco, Valentina, che conoscevo e frequentavo fin dai tempi delle elementari. Avrei potuto girare per le strade della città, senza il permesso della mamma, anzicchè andare a scuola?
Mai più.
Me ne tornai a casa.
Scelta sbagliata.
Il giorno dopo a scuola ci fu la conta dei presenti e degli assenti alla manifestazione.
Per quanto studiassi, da quel giorno in poi non bastava mai, sempre scarsina in greco e latino, rimandata e poi bocciata.
Cambiata la scuola, cambiati gli insegnanti, sono diventata un’allieva normale, da normale media del sette.
E’ stato così che ho cominciato l’università nel novembre del 1968, quando tutto il mondo era in subbuglio, tutto cambiava e anch’io guardavo al mondo con occhi nuovi e diversi.
La nostra generazione in quegli anni Sessanta aveva scavato un fossato profondo tra noi e i nostri genitori, un abisso tra noi e tutte le generazioni precedenti.
La musica, l’arte, il modo di vestire, i pensieri e i comportamenti erano mutati.
Parlare di impegno era una cosa normale, all’ordine del giorno.
Qualcuno progettava cambiamenti, qualche altro rivoluzioni.
O di qua o di là, non c’erano vie d’uscita.
Anch’io andavo costruendo per me stessa un modo di vivere mio, avevo una frenesia di fare e far bene e volevo tutto e subito.
Volevo laurearmi presto, lavorare, guadagnare,essere indipendente, pensare al mio futuro e a me stessa.
Studiavo come una matta e ci tenevo alla media alta.
Intendevo dimostrare a mio padre che una donna non era meno di un uomo e il momento per farlo era anche quello buono.
E ricordo quel dicembre del 1969…
Natale alle porte e la mamma felice, perché con quell’anno tante cose cambiavano anche per lei, per noi, per tutta la famiglia.
Con quel dicembre finalmente i miei genitori avrebbero pagato l’ultima rata del mutuo contratto per l’acquisto dell’appartamento dove vivevamo, quello costruito dalla cooperativa formata da Combattenti e Reduci a cui papà si era iscritto nell’immediato dopoguerra e che aveva consentito a tutti noi di vivere in un bell’edificio costruito in una zona centrale della città, moderno e confortevole.
Bene, quella casa diventava definitivamente nostra.
Il grande sacrificio iniziale che ne aveva comportato l’acquisto in quei primi grami anni Cinquanta poteva essere ormai solo un ricordo da archiviare .
I desideri della mamma si coronavano.
Papà aveva ricevuto dalla ditta per cui lavorava stipendio, gratifica e tredicesima e la mamma non stava più nella pelle.
Voleva assolutamente pagare quell’ultima rata che scadeva il 31 dicembre, togliersi il pensiero e affrontare poi con serenità il Natale.
Noi abitavamo a Milano, a pochi passi da piazzale Loreto.
Io e la mamma quel pomeriggio avremmo preso la Metropolitana e una volta scese in Duomo avremmo percorso a piedi via Arcivescovado e saremmo andate per l’ultima volta alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, pellegrinaggio che da anni facevamo due volte all’anno io e la mamma, custodendo gelosamente lei nella sua borsetta le centoventicinquemila lire della rata semestrale. Avremmo poi fatto il percorso inverso, guardando le vetrine dei negozi di corso Vittorio Emanuele addobbati per il Natale, arrivando a piedi in piazza San Babila, quindi di nuovo in Metrò e a casa.
Non è andata così.
Il mal di testa, il più stupido di tutti i malanni femminili, tipico di quella mia femminilità che per tanti anni era stata bistrattata, ha impedito che il nostro progetto si realizzasse.
Il mio feroce mal di testa di quel pomeriggio obbligò la mamma a rimandare il nostro programma.
Era il 12 dicembre 1969, il pomeriggio della strage di piazza Fontana.
Noi ci siamo salvate.
E io sono ancora viva.
Quest’anno il 19 marzo ho compiuto sessant’anni, come la mia, la nostra  Costituzione ed io che sono testimone di un’epoca, ho la stessa età di quel mondo nuovo  e di quella cosa per cui mio padre e mio zio avevano così tanto sofferto da ragazzi e che da bambina non sapevo cosa fosse.
Ma ora so.
So cosa sia e so che mi garantisce quella libertà che nella mia famiglia da sempre si ama e si rispetta. Come la vita stessa. 
 
 

 

 

 

  
 

3 pensieri su “Quel benedetto mal di testa”

  1. Carissima, un bel racconto che sa di vita, di crescita vissuta pienamente e maturata con gli anni e gli eventi che l’hanno accompagnata. Tanti ricordi che fanno compagnia nella testa e nel cuore. Aggiungo anche la “fortuna”, se così si può definire, di essere nata in seno ad una famiglia “sana” che ha saputo coltivare e testimoniare la tua crescita, da qui, il tuo vissuto e il tuo presente, certo, se poi, anche il fato, ci da una mano…, ben venga!
    Un abbraccio.
    Sandra

  2. Condivido pienamente quello che ha scritto Sandra. Mi ritornano in mente i racconti di mio nonno che è stato soldato e prigioniero durante la seconda guerra mondiale e i racconti dei miei genitori, insieme alle foto della loro gioventù e i filmini muti fatti con la vecchia cinepresa, che tutti gli anni guardiamo, condividendo un viaggio nella memoria sempre più entusiasmante.
    Un abbraccio.

  3. E’ un bel racconto vero di una persona vera.
    Una storia che pur nella sua semplicità non è affatto banale ma solida nei Principi e nei Valori.
    Grazie di averla condivisa con noi.

    piero

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