Quando il cervello si prende una vacanza

Oggi, alle ore 14.35 ho avuto il piacere di beccare una multa di 36 euro per divieto di sosta, qui, davanti a casa mia, perché sono arrivata con cinque minuti di ritardo a spostare la macchina, come nella famosa canzone.
In quarantadue anni, da che ho la patente, non credo di aver mai avuto una multa per divieto di sosta imputabile alla mia persona. Destinate a me moltissime, perché figli e marito guidano mezzi di mia proprietà. Ma in quanto autista, donna al volante, no, perché sono una precisina, che preferisce pagare il parrucchiere o il golfino nuovo, non le multe.
E’ una questione di idee e di scelte tra i vizi che mi posso concedere.
Una questione di cervello.
Tant’è che, ad esempio, l’unica volta che ho perso punti sulla patente – due – è stato per cederli ad uno dei miei familiari (neanche sotto tortura ne rivelerò il nome) che stava guidando sull’autostrada deserta a 145Km orari e sosteneva animatamente, a posteriori, di essere stato multato per colpa mia, perché senza alcuna ombra di dubbio, tra me, stavo “gufando contro” e quindi avevo portato sfortuna.
Non mi misi a questionare allora e non credo di dover aggiungere discolpe su una questione che si commenta da sé. 
Mi ricordo, però, tre contravvenzioni nella mia carriera di automobilista e responsabile della cosa appieno: ahimè, tutte per eccesso di velocità!
Due volte, per un ammontare di duecentocinquantamila lire ciascuna, verso la fine degli anni ottanta e a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, poiché “andavo” a 65 km all’ora, stando ferma in coda ad un semaforo rosso, con tanto di luci dei freni accese, mentre i vigili di Grezzago (MI) stavano sperimentando quelle macchinette rilevatrici della velocità successivamente dichiarate fuori legge, ma perfettamente in grado di rimpinguare la casse dei Comuni dell’hinterland milanese che in quegli anni, come ora, piangevano miseria e per una lira in più gli Amministratori sarebbero andati a piedi in Cina.
Le fotografie testimoniavano, ma non ci fu nulla da fare.
Una specie di tassa di passaggio del ponte di medievale memoria, visto che in prossimità del vecchio ponte era avvenuto il fattaccio.
Confesso che mi vendicai: molti ragazzini di Grezzago erano miei allievi, ad alcuni davo uno “strappo” in macchina, finite le lezioni. Raccontai la faccenda nei consigli di classe, qualche genitore si infuriò e qualcun altro ritenne opportuno non ricorrere più per fare cassa a quei sistemi odiosi ed incerti su quella strada che tutti percorrevamo alla stessa ora per tornare a casa.
Una decina di anni fa, poi, nella prima di quelle ondate di restrizioni che hanno caratterizzato la recente storia della spada di Damocle ormai infilzata nella testa degli automobilisti italiani, credo di aver conquistato un primato da Guinness: multa per essere passata, imbottigliata tra due camion, alla barriera nord dell’autostrada Milano – Venezia alla supersonica velocità di ben 39 km orari sulla corsia del telepass.
Stendendo una pila di materassi pietosi, da principessa sul pisello di fiabesca memoria, su quello che era, è e sarà la Milano – Venezia, in generale, e il tratto Cormano – Barriera Nord, in particolare,
non ho mai capito se in me veniva sbeffeggiata la lumaca o punito Nuvolari.
Anche quello, visto il giorno, l’ora e la fotografia, doveva essere un esperimento, per di più ferragostano ed essendo impegnata alla guida, attenta a non farmi tamponare, sono assolutamente sicura che non stavo “gufando”.
Ho pagato e ho mentalmente mandato a quel paese il “Sistema” che permetteva simili piacevolezze.
Tanto per il passato.
Ma oggi mi sento avvilita.
Non è una questione di 36 euro, equivalenti all’incirca a taglio, messainpiega, cappuccino con brioche e quotidiano, l’equivalente di un vizio di quelli che mi concedo, ma, come disse Altri, “il modo ancor m’offende”!
Ecco perché.
Oggi alle nove avevo appuntamento dal nuovo parrucchiere consigliatomi dalla mia amica Laura per una di quelle sedute un po’ lunghette che riescono a mettermi di buonumore e mi “ringiovaniscono” di dieci anni.
La cosa è stata impegnativa, ma alle undici e tre quarti ero veramente carina e mi sentivo leggera come una nuvoletta e pienamente soddisfatta.
Sono subito passata dalla mia amica  per mostrarle il risultato e, vista l’ora, sono corsa nell’agenzia di viaggi che qui in paese organizza gli spostamenti degli abitanti del luogo e dei dintorni.
Dovevo prenotare il volo e acquistare il biglietto aereo per mio marito che come gli antichi Provinciali si reca periodicamente nell’Ombelico del Mondo per prendere parte ad una di quelle Commissioni che decidono come spendere i soldi dello Stato, cioè miei, suoi, tuoi, nostri.
Visti i chiari di luna che tutti conosciamo in fatto di trasporti aerei e finanze statali, ho discusso con la Gentilissima Interlocutrice sull’opportunità di usare una di quelle compagnie lowcost che anche i ricchissimi usano quando non è per loro utilizzabile il loro mezzo personale.
Piacevolissima la scoperta: il costo si dimezza.
Mi sono sentita un’ottima Cittadina, perché, se è vero che il consorte è spesato, per lui e per quelli come lui, le spese sono a carico del Contribuente.
Ragione per cui se il Commissario spende meno, il Contribuente deve rimborsare meno.
Lapalissiano. 
Ho acquistato il volo lowcost.
Sono tornata a casa felice e guidavo ad un palmo da terra, la nuvoletta di prima stava assumendo un colore rosa tramonto… ma, essendo stata tutto il mattino fuori casa, sentivo la necessità di una visitina urgente a quel luogo che gli americani pudicamente chiamano “restroom”.
Ormai erano le 13, il lungolago deserto, la necessità impellente e per non perdermi nello scendere dalla macchina, aprire il cancello, spalancarlo, risalire in macchina, fare manovra, scendere, aprire il portone del box, risalire, rifare manovra, chiudere il cancello, chiudere il box, depositare il cappotto, salire le scale e sentirmi finalmente a posto, come Cappuccetto Rosso ho preso la scorciatoia.
Ho parcheggiato nello spazio definito dalle maledette strisce blu, confidando nel fatto che fino alle 14.30 la sosta è gratuita e sono velocemente corsa in casa.
Già che c’ero ho pensato di mangiare un boccone altrettanto velocemente, in piedi, vicina al lavandino, per fare prestissimo e perché non ci vedevo più dalla fame. Poi mi sono infilata il cappotto, i guanti e ho avvoltolato la sciarpa attorno al collo, ho afferrato le chiavi, pronta per uscire.
Ma è suonato il telefono, tre volte, tre telefonate irrinunciabili.
Una, poi, era del Commissario pendolare di casa mia a cui fieramente ho sventolato il risparmio sociale. Il Desso, scoperto che deve andare peregrinando e lowcosteggiando da un terminal all’altro di Malpensa, perché parte da uno e ritorna dall’altro; considerando che avrebbe dovuto recarvisi in macchina, pagando il posteggio a spese proprie (a proposito, lo sapete che se il Commissario da casa va con la sua auto in aeroporto e parcheggia, la cosa è a carico personale e se invece chiama un taxi e ci si fa portare – andata e ritorno per due volte del mezzo, praticamente 4 corse di taxi – la cosa è rimborsabile? Come dire: meglio farsi rimborsare quattro, invece di due!), il Commissario, dicevamo, valuta con me la comodità di farsi almeno accompagnare e recuperare in aeroporto dalla moglie, senza trascinarsi da un terminal all’altro, pensando tristemente e un po’ torvamente al Contribuente (categoria in cui mi ci metto anch’io!) che ha risparmiato.
Così, col cappotto addosso, dopo aver controllato anche la mail di lavoro che mi ha inviato uno degli amici che aveva appena telefonato e chiedeva risposta immediata, finalmente, accaldata e da mezz’ora incappottata, esco per mettere in box l’auto che avevo lasciato per strada.
Josè, il sudamericano che ristruttura l’immobile che dista cinquanta metri da casa mia e che non so perché vive attaccato al suo telefonino, col suo fare pacioso e gentilissimo mi sorride e mi dice:
“Ha visto, Segnora, le hanno lassiato un regalino!”.
Capisco all’istante.
Controllo l’orologio: 14.35.
Mi sorride anche il Signor Pino che scrupolosamente come ogni giorno, quando è in vacanza a quest’ora spazza il suo patio e commenta:
“Non se la prenda, sono solo trentasei euro, Sciura! Ieri, sono stato multato anch’io”.
Noto sotto il tergicristallo il foglietto giallo.
La nuvoletta rosea che mi accompagnava  fino a quel momento diventa un cumolo-nembo nero.
Cado da quel tappetino volante su cui viaggiavo da un’ora e mezzo buona.
La Contribuente, che sono io, pensa per un attimo all’America Latina e vagheggia di farsi largo nella Foresta Amazzonica a colpi di machete:
Riguardo l’orologio sconsolata e penso alla cretineria umana.
La mia per prima, che mi porta a pensare che se farò la mia parte, come la brava formichina, riuscirò a passare l’inverno senza gravare sulle spalle di nessuno. Se contrasterò le cicale imbecilli e spendaccione, tutte le formiche vivranno meglio, come dire : nel calcolo dell’entropia generale ne avrò un tornaconto positivo… Che illusa!
E penso poi al Furbone che ha pensato di tassare il parcheggio sul lungolago per tutti i giorni della settimana, anche nei freddi mesi invernali in cui non c’è se non uno sparuto traffico locale e qualche passante che frettoloso va ad imbarcarsi sul battello di linea.
Penso a Lui e al modo meschino in cui riesce a danneggiare i pochi che vivono stabilmente in questa zona del paese che si affaccia sul lungolago che in realtà è un largo viale, lungo quasi due chilometri.
Mi guardo attorno, conto, con la mia, tre auto parcheggiate per una lunghezza di circa quattrocento metri e considero che l’addetto alle multe ha senz’altro e giustamente fatto quanto gli è stato ordinato di fare dal Geniaccio che oggi con i miei trentasei euro e ieri con quelli del signor Pino, avrà a stento pagato un’ora di lavoro del poveraccio che tutti maledicono e che tutti contribuiamo a mantenere per conservare assolutamente vuoti gli spazi, senza considerare che in inverno non c’è neanche chi possa riempirli. Chi saranno nell’arco della settimana gli altri fortunati che riceveranno il regalino, come dice Josè, e pagheranno le restanti ore della sua giornata lavorativa?
Mentre rifletto sulla cosa, penso anche che il tizio è anche una persona molto diligente se alle 14.35 aveva già finito il verbale….
Oppure aveva solo l’orologio in anticipo.
Chi può saperlo…
Mentre sconsolata salgo in macchia – Josè continua a sorridermi – rifletto sul mio errore tragico:
io, che mi picco di scrivere favole, mi sono dimenticata quella di Cappuccetto Rosso.
E soprattutto mi sono dimenticata la sua morale.
Non si prende mai la scorciatoia.
Mai correre il rischio di incontrare un lupo cattivo.
…E comincio a comprendere anche perchè alla televisione sorridenti signore di mezz’età pubblicizzino il confort dei pannoloni…
Ma quest’ultimo pensiero rischia di cambiare il registro di tutta la storia.
P.S. : Dal momento che gli Sciocchi, come i Poveri (… e Cristo intendeva “di spirito”…), a detta del Vangelo, saranno sempre con noi (e non riusciamo neanche ad immaginare quali danni riescano e fare!), sono costretta a precisare che i luoghi… sono reali, i fatti …immaginari!

 

Un pensiero su “Quando il cervello si prende una vacanza”

  1. Carissima, il tuo umorismo é apprezzabile in ogni occasione, come in questo racconto di multe rubate al parrucchiere e al cappuccino. Sappi che anch’io, che non avevo mai aperto il borsellino per una multa, tornata nella mia nuova abitazione, ne beccai due in una settimana. In compenso il Comune si arricchì.
    Non é il tuo cervello ad andare in vacanza, é la troppa efficienza dei vigili, che guarda caso, quando li vorremmo non ci sono mai…
    Sandra

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *