Fuga

Fuggire dal nero occhio, stipato il crudele sintomo di terminal pazzia
vaga nell’infinitesime dei rivoli curvanti al livello del suolo
ponendosi all’istante, dove prima l’empio corridoio offriva speranza di fuga;
penetra nelle carmi la punta crudele, un pungolo affilato di lima
strazia intestini tranciati dall’arroganza del provocato dolo
e lenta la pelle d’ebano inverdisce e purulenta s’ammorba tutta.

Pupilla profonda che mai lascia di puntare la sua vittoria
scricchiolando tesse il focolare d’ira e inedia che la crebbe
e le colonne raggiungono terra, in polvere, sospirate di mite resistenza
quando macabro figlio d’odio scivola sull’arto convulso come foglia
e tale fornace d’olezzo l’unghia annette al rosato, il germe
pronto, fornicante, divora, invertebrato senza dono, ora resta.

Gracchia, povero debole esposto a corruzione dei giorni
tonfi di campane spezzate raccolgono suoi chiusi sospiri
solo, il superstite dell’interna devozione rinnegata a un diavolo
già inchinato, non soccorrono le immagini solari degli abbandonati porti
restati senza vivifica illusione come dolorosi canuti svampiti:
raggiunse terra senza aver mai afferrato, in vita, un nascosto ruolo.

3 pensieri su “Fuga”

  1. Caro Matteo, come te amo la poesia e mi permetto di dare un giudizio del tutto personale, sulla tua composizione: la prima domanda che sorge spontanea è: cos’è la poesia?. Ti chiedo questo perchè poesia è sì libera espressione e la più alta forma di espressione del pensiero e riflessione umana. Ma poesia, deve’essere anche comunicazione. Se non ti metti nei panni del lettore che andrà a leggere ciò che sgorga dal tuo animo (e perciò importantissimo), andrà perso non solo l’intento (se esistente) di porgere una tua visione dela vita e con essa la morte. Ma ciò che più dispiace, andrà perduto l’intero contenuto. La metrica della tua poesia è abbastanza regolare e ciò dona una certa musicalità all’insieme, anche se spesso frammentaria, a ‘riprese’. Ciò che sfugge del tutto è il messaggio, ciò che tu vuoi esprimere. Non basta usare termini ‘difficili’ e metterli assieme affinchè un componimento possa esser definito poesia. Nei tuoi versi c’è solo un lontanissimo barlume di luce, una debolissima possibilità che il tuo sentire ‘giunga’ al lettore. Ciò è il più grave malanno della poesia, il distaccarsi sovente con parole messe assieme, in modo sconclusionato. Non prendere atto del mio giudizio poichè è ‘solo un giudizio’ che per altri mille può essere inesatto, errato. Hai l’animo del poeta, ma devi far chiarezza ed attenzione per ciò che porgi agli altri.

    Un salutone, Paolo.

  2. Le parole sono giuste. Giuste perché il segno non si può cogliere in trasparenza, quando è sostanza e non fenomeno. Può solo essere suggerito e le parole dei versi lo fanno. Lo fanno calati nell’esperire di ognuno: la stessa cosa non è uguale per tutti. La ridondanza fonetica è già un’eco. In questo caso eco ancestrale di un richiamo che trasmuta in “fuga”.

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