Erano le tre del mattino

Erano le tre del mattino. Il 13 dicembre di un anno di questo secolo. Santa Lucia.
E fu giusto che a quell’ora di quel giorno una persona del nostro piccolo mondo si svegliò.
Le tre del mattino è l’ora giusta per fare qualsiasi cosa se non fosse cosa normale dormire. Il silenzio totale era disturbato solamente dal respiro degli abitanti della casa e dal vento che con poca forza soffiava muovendo un abete accanto ad essa. In lontananza i rumori dell’autostrada portavano l’eco della distruzione umana sui nostri poco amati luoghi e con esso il frastuono del finto benessere di ogni giorno.
Franco scese gli scalini fin al piano di sotto e, a tastoni, cercò l’interruttore della luce. Lui, che solitamente dormiva sotto l’effetto di tranquillanti, quella notte si irritò al pensiero di quanto più spesso fossero sempre meno efficaci. Aprì il frigo, una lattina di birra e accese la tv dopo essersi seduto sul divano. Spense la luce, sintonizzò una Tv a pagamento e seduto attese nervoso il ritorno del sonno. Rifletté per un attimo su quanto fosse  normale spendere con abnorme facilità per tutto quanto ci possa restituire un poco di normalità. Fu in quel momento però che ebbe la perfetta sensazione che nei volumi che abitualmente abitavano il suo spazio quotidiano qualcosa di sostanzialmente percettibile era cambiato. La scelta era suo malgrado molto semplice: o qualcuno aveva spostato qualcosa senza avvisarlo o qualcuno si era spostato silenziosamente nella stanza. La paura salì all’istante e l’adrenalina lo svegliò del tutto. Capì che qualcuno era lì con lui. In quel momento. Nella stessa stanza. Alle tre del mattino del 13 dicembre. In preda al panico, non era ancora riuscito ad inquadrare chi si muoveva nel locale quando il suo naso afferrò nell’aria qualcosa di chimico, un odore vagamente ospedaliero, vacuo. Capì che il resto della famiglia era stato narcotizzato e lui, per motivi probabilmente legati alla sua dipendenza psicofarmacologica, era stato probabilmente esentato da tale privilegio. L’entità era vicina, troppo vicina, e sapeva di non avere scampo. E, infatti, all’improvviso fu buio.
Il risveglio fu lento, sentiva un sapore dolciastro in bocca e il volume delle voci attorno a lui cominciò a salire a poco a poco. Riuscì a capire di essere in macchina, ma sentiva le voci come al di là di una sottile parete e il rumore delle gomme sull’asfalto terribilmente vicino. Bagagliaio di automobile. Era legato, in posizione rannicchiata, ma spazio ce n’era. Station wagon. Il vociare dei compagni di viaggio era tranquillo, quasi dolce. Italiani. Nord. Più qualcos’altro. C’era musica, piuttosto alta e a dir la verità, niente affatto disprezzabile, roba nuova, podcasting scaricato da radio del nord america. Era anch’egli un appassionato. Ma c’era buio, maledettamente buio. E doveva cominciare a pensare solo ad una cosa. Vivere. Il baule dell’automobile, perlustrandolo a  tastoni con le mani a pinguino,  oltre da sè medesimo era riempito da: scatola crick, scatola lampade, rete di contenimento presente in quasi tutte le sw, triangolo, due vani portaoggetti laterali vuoti, una sorta di borsone/valigia che conteneva evidentemente gli attrezzi del mestiere dei passeggeri autorizzati. Finchè le mani tastarono, con sorpresa, l’innesto metallico di una cintura di sicurezza. I sedili posteriori erano divisibili e l’ innesto di una delle cinture posteriori era rimasto fra i sedili cadendo nel baule. Era poco lucido, molto frastornato e terribilmente determinato. Quel bastardo di innesto, che per ora esisteva solo allo scopo di  comprimergli il coccige, sarebbe stata la sua salvezza. Riuscì ad afferrare  la “T” di ferro dell’innesto con le mani dietro la schiena e cominciò ad allentare la presa della fune sui polsi. Non ci volle molto e le mani furono completamente libere. Sopra di lui c’era solamente il telo di plastica nera che copre il baule delle sw. la musica era sempre altissima. Non l’avrebbero sentito. Dalla scatola del crick estrasse il cacciavite  a passo largo di dotazione e cominciò a segare la fune. Ci mise  una buona mezzora. Troppo tempo. Guardò l’orologio. Erano passati 130 minuti da quando l’avevano rapito. 130 minuti in meno di vita. Troppi. Da qual momento fu consapevole che per vivere li avrebbe uccisi. Tutti. Il vociare dei passeggeri, corroborato da spiriti alcolici e sintetici era aumentato ancora di volume. Sempre col cacciavite tagliò il telo di plastica nero. Si rintanò di nuovo sotto e cerco il crick, lo trovò e lo afferrò. Lentamente uscii dal taglio praticato nel telo e sprofondò il cacciavite nell’ipotalamo del passeggero di destra. Quello di sinistra, ormai stordito dalla festicciola in macchina, non fece in tempo a girarsi che fu colpito in rapida successione prima dal crick e poi dal cacciavite  in piena fronte. Il Guidatore girò la testa all’indietro, la macchina sbandò, appoggiò le gomme sul fossetto a lato della banchina, fece testatacoda e si ribaltò più volte. Lo sballottamento del suo corpo fu contenuto dal baule. Poi, tutto, ad un certo punto, si fermò. Silenzio. C’era solo silenzio. Capì che l’automobile era in posizione di marcia ed uscì dal baule aperto dall’urto. Il silenzio era appena disturbato dal Guidatore che respirava a stento con il viso appoggiato di lato sull’airbag ormai sgonfio. Andò sul retro della macchina, frugò nel borso degli “attrezzi”. Prese un paio di guanti e un revolver col silenziatore già innestato. Puntò la pistola all’occhio del guidatore e sparò. Cominciò a guardarsi attorno per assicurarsi che non l’avesse visto nessuno, alzo ulteriormente lo sguardo e vide che a distanza di circa 500 m c’era una porcilaia. Guardò l’orologio. Erano passati 158 minuti dal suo rapimento. Erano quasi le sei del mattino. E doveva ancora preparare Santa Lucia. Aveva riconosciuto il luogo in cui si trovava. In tre quarti d’ora di cammino sarebbe stato a casa. In tempo utile. Prese ad uno ad uno i corpi, li trascinò fino alla porcilaia e li gettò dentro. Poco dopo i grugniti dei maiali furono festosi nel primo pasto della giornata. Tornò alla macchina, prese la fune con sè, e tutto quanto altro avrebbe potuto ricondurre gli investigatori da lui. Gettò la pistola tra le saracinesche di due rogge confluenti. La fune l’avrebbe bruciata nel camino. Il crick e il resto finirono il giorno dopo in un fiume poco lontano.
Cominciò a correre verso casa erano quasi le sette, il mattino era ancora buio, e confidò nell’effetto dei narcotici per preparare Santa Lucia. Finalmente rientrò. Tutto taceva ancora. Preparò con cura i giocattoli sul divano e sul tavolo, fece una doccia e s’infilo sotto le coperte. Il giorno seguente avrebbe preso ferie. Fu svegliato a mattina inoltrata dalle voci gioiose dei bimbi. Nessuno seppe mai nulla. L’inchiesta che ne seguì fece lavorare giusto qualche scribacchino locale per qualche giorno, e poi tutto tacque. E tutto fu giusto. Il segreto della notte in cui fu Dio in terra se lo sarebbe portato nella tomba.
Erano le tre del mattino. Il 14 dicembre di un anno di questo secolo. Il giorno dopo Santa Lucia.
E anche a quell’ora di quel giorno una persona del nostro piccolo mondo si svegliò. Per vivere.
Solo per vivere.

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