Il dono più caro

Mi chiesi quel giorno cosa avrei voluto ricevere in regalo per Natale. Ormai si avvicina la festa paradossalmente più calda dell’anno. Mi domandai anche cosa avrei dovuto far trovare sotto l’albero alle persone più care. Poi, accantonati i pensieri, decisi di uscire e di fare un giro per le strade a respirare aria di avvento, di frenesia, di acquisti inutili. Arrivai sulla principale via di negozi, un viale illuminato, tutto addobbato di ghirlande e di rosso. Forse invoglia a spender di più. Il tempo però poco invogliava a camminare a piedi. Infatti leggere goccioline cadenti da un cielo grigio perla scivolavano lievi sulle vetrine sfavillanti e il gioco di luci si faceva ancora più bello. Le guardai tutte, le vetrine, tutto ciò che era esposto, ogni particolare, ogni dettaglio anche se a fatica. La gente era più pazza di me. Ti strattonava, si sparlava a vicenda, commentava e poi fuggiva. A guardarci dall’alto son sicuro apparivamo come file disordinate di migliaia di formiche. È l’inverno che ci rende così superficiali, sono le feste che ci fanno egoisti. Quel giorno non cercavo regali, chissà che cercavo. Cercavo forse amicizia, forse affetto, forse cercavo solo un po’ d’aria e forse probabilmente non cercavo nulla. Continuai comunque quella strana passeggiata e poi assieme alle luci, alle voci, ai colori e al freddo di una mattina di quasi inverno mi accorsi di una melodia. Una triste melodia che camminando si faceva più intensa. Si fermava a volte e quando non la udivo più sentivo il rumore di monete cadere, di spiccioli lanciati indifferentemente che si urtavano tra loro e poi riprendeva il suono. Era una vecchia fisarmonica a suonare, appoggiata sulle gambe di un uomo seduto ai piedi di un grande portone. Era un uomo che suonando confondeva parole dette fuggendo, urla di bambini e il rumore costante di un costante via vai. Una sinfonia era che amalgama il perverso vizio di spendere sempre di più, quelle di essere perfetti in ogni cosa, quella di mascherarsi dietro un vestito che vale di più di chi lo indossa. La musica era il sottofondo di quanti, vestiti di rosso con lunghe barbe bianche, persuadevano chiunque, intrattenevano i piccoli e intascavano il dovuto.

Quell’uomo là a terra intascava desolazione e indifferenza. Suonava lo strazio e il freddo che raccoglieva per le strade, usava la sua fisarmonica con la rassegnazione di chi vive una vita ai margini di un marciapiede e delle feste certamente non ne conosceva il significato.

Gli passai accanto e cercavo il suo sguardo che veloce scrutava e implorava ogni uomo ed ogni donna che passava davanti ai suoi piedi. Mi abbassai e lasciai cadere nella sua tazza davanti al suo vecchio strumento due monete che batterono con le poche altre che c’erano e con la pioggia che ormai riempiva metà contenitore. Lui fermò la melodia e mi ringraziò augurandomi buon Natale. Io gli chiesi subito cosa avrebbe fatto lui a Natale e ascoltai la sua risposta rialzandomi. Mi disse che Natale era ogni giorno, ogni volta che suonava, ogni volta che ogni persona passa davanti a lui sia che lo degni di uno sguardo sia che passi dritto ignorandolo. Per lui era Natale ogni volta che cadeva un gettone nella sua tazza, ogni volta che viene scacciato perché disturba, ogni volta che vede un bambino uscire felice dalla bottega con il suo giocattolo in mano.

“E a Natale me ne starò accanto al fuoco, accarezzando i randagi che mi fanno compagnia aspettando il giorno in cui riapriranno i negozi, risuonerò questa musica per la mia gente di ogni dove. Loro, e così anche tu, siete il mio dono. Voi fate Natale per me ogni giorno”.

 

6 pensieri su “Il dono più caro”

  1. splendido musicista, detentore di una vita scevra da obblighi e con il coraggio di viverla. M.

  2. Che bello scritto, devi avere molta umanità e umiltà, per scrivere così. Complimenti e buon Natale. Ciao da Betta

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