Galaverna

La neve iniziò a cadere verso le sei e mezza del mattino e il chiarore delle prime ore della giornata s’insinuò tra gli spiragli delle persiane nelle menti dei bimbi che da lì a poco l’avrebbero utilizzata come il principale strumento di gioco. Lo stesso chiarore richiamò gli adulti che, cullati dai suoni pieni di feltro, riluttanti scesero affrettati ai doveri del dì che si presentava. La debole luce del paralume proveniente dalla camera dei bimbi sfioriva ormai con il proseguire dei minuti, mentre la lama socchiusa della porta del bagno avvertiva l’inizio delle operazioni abituali di ogni giornata. Il buongiorno di lei fu comunque dolce al termine di un’altra notte senza calore sotto le coperte, lui rispose con un bacio indolore e s’infilò sotto la doccia bollente. Il primo tonfo dei bambini che scendevano dal letto annunciò la sveglia dell’intero castello. Le voci troncarono la notte e tutto ebbe inizio. La colazione fu veloce per tutti, lei salutò frettolosamente e li lasciò soli. Condì il suo cibo con la dose di tranquillanti prescritta. Poi lavò e vestì i bimbi, e mentre lo faceva pensava che nulla poteva essere perso in un legame dove la quiete del primo mattino poteva essere interrotta solamente dai rumori della casa. C’era tutto per quel legame: casa, moglie figli e silenzio. Troppo silenzio forse per quella giornata, troppo per ogni cosa, ma il tutto era comunque onestamente molto piacevole. Accompagnò la macchina fuori dal garage e fece salire i bambini prevedibilmente euforici dall’esito favorevole del meteo. Il cd suonava una musica per loro conosciuta, e lentamente li accompagnò a scuola. Li salutò entrambi, maschio e femmina. La femmina sulla bocca, come nei telefilm americani, il maschio con una carezza sulla mano, come si usa con chi si ama. L’inizio del lavoro di lui era programmato per le nove ma irrimediabilmente le condizioni del tempo lasciavano presagire un candore strenuo per l’intero giorno ed un irrimediabile ritardo alla scrivania. Non appena depositati i bimbi egli cambiò il cd con musica adeguata alla tormenta di neve. Era magnifico. Musica al massimo volume piena di muscolare energia elettronica ad accompagnarlo in una coda speranzosamente chilometrica. Nel serpente di auto ormai da parecchi minuti, ad un certo punto buttò l’occhio verso una vicina ripa di un antico terrazzo fluviale dove gruppi di ragazzi, a scuole più o meno certamente chiuse, si divertivano a scendere con cofani ribaltati di vecchie macchine rubate al più vicino sfasciacarrozze. Non li invidiava affatto. La fuori c’era un freddo tremendo e la macchina era un buon rifugio, accogliente e confortevole. Ma invidiava la loro adolescenza, piena di pericoli affrontati inconsapevolmente come i sentimenti degli adulti quando smettono di fingersi tali. Decise così che dopo il lavoro avrebbe preso i bimbi e, col bob si sarebbe divertito a scendere anch’egli una qualche ripa poco scoscesa, ma con una pendenze abbastanza soddisfacenti per le esigenze nostalgiche di un uomo di mezz’età memore dei filari dei pioppi, che nella sua adolescenza abbondavano alla base degli argini. Il tempo del lavoro passò velocemente, il turno era unico fino alla tre, e si precipitò a prendere i bimbi alla scuola. Il luogo prescelto era la scarpata prospiciente una serie di case costruite negli anni settanta in un paese non troppo lontano da dove vivevano. Le due case di testa avevano, ogni volta che nevicava, lo spettacolo impareggiabile della golena imbiancata a perdita d’occhio. In una di queste viveva una sua vecchia amica. Si sentivano di rado ma quando riuscivano a raggiungersi, in qualsiasi modo, era come tornar giovani in culla piena di speranza. Lei viveva ancora nella casa in cui stava da ragazza, pur avendo da anni un compagno amorevole che avrebbe potuto darle tutto. Fece la proposta ai bambini e salirono subito in auto. Arrivati a destinazione, scesero dalla macchina, presero il bob e cominciarono la piccola serie di discese. Ad un certo punto, un vento gelido arrivò dalla golena e d’istinto l’uomo girò il volto verso la sommità della scarpata. Continuava a nevicare, ma la figura che intravide era la medesima che per anni continuò ad accompagnarlo nei suoi sogni. La salutò, salì la scarpata, la baciò sulla guancia e immergendosi nei suoi occhi scuri le chiese se voleva giocare con loro. Ella sorrise, le sorrisero gli occhi e le rughe della prima mezza età e con sorpresa di lui rispose di sì. Il tempo di mettere i vestiti adeguati e sarebbero stati tutti insieme. Il pomeriggio fu memorabile. I ragazzi si divertirono enormemente e l’uomo per quelle poche ore ebbe il suo piccolo sogno sulla terra. I ragazzi tramutarono in pupazzi lo stato informe prestato dagli spazzaneve ai cumuli di neve, e amputarono qualche pianta già morta per render vivi gli arti degli omini di neve creati. Non era altro che vita che tentava di dar vita. La discesa era sagomata dai continui ripassi quando tutti si accorsero che ormai il sole cominciava a declinare oltre le punte dei pioppi ed era venuto il momento di staccarsi. Si salutarono, lui provò a baciarla sulla bocca, come fanno gli americani, lei si scostò e allora si limitò una ad una carezza sulla mano, come si usa con chi si ama. Salutandola un’altra volta mise in moto la macchina verso casa. Una volta a casa la cena fu accompagnata da un piacevole silenzio, i ragazzi erano stanchi e presto sarebbero saliti in camera. Due parole con la moglie sulla giornata e poi le disse che quella sera sarebbe uscito a bere qualcosa. Lei, non avendo ovviamente nulla da obiettare, chiese senza reale interesse se poteva sapere delle sue intenzioni. Le disse semplicemente che voleva ascoltare buona musica guidando nella sera, fermarsi in qualsiasi bar a prendere un caffè ed una birra e poi tornare. Lo faceva spesso. Si preparò con finta calma, accese la macchina e la portò in luogo vicino al posto in cui aveva appena passato il pomeriggio. Era una sentiero di campagna dove accanto scorreva una piccola roggia. Spense il motore, non prima di aver abbassato tutti i finestrini e si spogliò completamente nudo. Accese una sigaretta, da un vano posto sotto il sedile estrasse tutta la scorta di ansiolitici che aveva sempre a disposizione e, ad uno ad uno, li bevve tutti. Era felice, il suo sogno si era legato come una madre ai suoi figli per poche ore. E per quelle poche ore furono lui il padre e lei la madre. Nient’altro. Attese il torpore, guardò la neve e la campagna, non c’era freddo, c’era solo l’uomo coi suoi fantasmi, che finalmente, prendendo forma per la prima volta lo salutarono, e la roggia che fluiva in un mondo pieno di gioia dove avrebbe immerso i piedi insieme alla sua amata. E così si addormentò. Tutto era bianco. E l’incanto della golena imbiancata fu eterno nell’ultimo sguardo posato su di essa.

 

Un pensiero su “Galaverna”

  1. Un bel racconto.
    Una bella prosa, gelata e ricamata come un cristallo di neve visto con la lente d’ingrandimento.
    Mi è piaciuto.
    anna

    5 stelle

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