Un mistero chiamato G.

Uno show, un’unica grande opera teatrale che si ripete da oltre 25 anni, di lezione in lezione, settimana dopo settimana. Un unico protagonista, un’unica scenografia. Alberto G., ITIS Marconi. Un personaggio, ormai un pilastro del nostro istituto. L’enigma vivente che anima la nostra scuola, che collabora alla preparazione dei nostri olimpici informatici. Un attore dai contorni indefiniti, avvolto da un impenetrabile alone misterioso. Ogni studente che passa sotto il suo corso è affascinato da quest’insegnante composto, dalla mente aperta e dalla vita impenetrabile, il professor G. è di certo l’insegnante più originale che possiamo aver mai visto nella nostra carriera studentesca. Dal 1983 il mito di G. persiste: alcuni studenti di quindici anni fa lo ricordano ancora con molta simpatia e grande stima. Non che agli alunni di quell’epoca piacesse molto l’idea di assistere ad una lezione di calcolo sul pullman diretto a Praga, ma con la sua comicità ed i suoi continui colpi di scena, G. riuscì a non far inferocire i suoi studenti con questa sua idea. Così, dopo essersi fatto passare “l’apparecchio elettronico adibito alla riproduzione amplificata della voce umana” (il microfono), tenne una lezione in autobus, con i suoi ragazzi muniti di libri, quaderni e grande attenzione. Abbiamo tentato in tutti i modi di farci rilasciare un’intervista dal personaggio in questione, ottenendo però scarsi risultati. Non si vuole scoprire, forse per non far cadere il mito che si è creato intorno al suo personaggio. Ma cosa sappiamo noi di questo professore? Probabilmente alcuni di voi lo vedranno come un genio della sua materia, altri solo come una persona simpatica e altri ancora lo vedranno rispecchiato nelle sue difficili verifiche (vale a dire: “odio profondo”). Per alcuni, invece, G. è una celebrità degna di un fans club, un attore geniale nei panni di un professore. Apparentemente semplice ma estremamente complicato, quest’uomo mixa la serietà del suo lavoro, che svolge con alta professionalità, all’umorismo di un comico di Zelig. Da ciò ne esce, ogni lezione, una puntata di show originale ed unica. Ciclista e cantante, il nostro prof cerca in tutti i modi di convertirci, tentando di farci abbandonare il pallone per la bicicletta, il rock per la lirica. Ma noi a ciò diciamo no: MAI una pedalata per una corsa in campo! Così lui che fa? “Guardi che la boccio!”. Nella sua carriera di attore, il prof G. lo ritroviamo spesso nei panni di un detective: con il suo fine fiuto e la sua particolare attenzione sa tutto di noi, della nostra vita e dei nostri amici. Un investigatore con una precisa ed immensa memoria, in grado di memorizzare per anni i volti, i caratteri e i profitti scolastici dei suoi ex ed attuali studenti. Che dire poi riguardo alla sua materia d’insegnamento? Un pozzo di scienza, ordinato e preciso. Formule su formule ci scrive alla lavagna, spronandoci a sviluppare ogni giorno di più il nostro “spirito critico”, perché “quello che ci dice lui potrebbero solo essere baggianate”. La dimostrazione di una formula bisogna sempre farla per capirla. Non a caso quando ci pone delle domande cerca di farci cadere nella sua trappola facendoci sbagliare la risposta. Lo spirito critico serve per ragionare e, dato che altrimenti non si farebbero mai abbastanza domande su una formula, sbagliando ci ritroviamo subito persi e chiediamo d’impulso il “perché”. Ecco allora che il prof si trasforma in un marionettista che ci guida silenzioso nel suo show.

Nel 1988 il nostro caro prof scrive un libro riguardo al calcolo delle probabilità, “Esercitazioni di matematica (12-13) Calcolo delle probabilità” (adottato dalle università), col quale insegna la sua complessa materia agli studenti. Alla sua entrata in classe, però, G. non ha mai con sé né agende né libri, solo dei registri e una penna. Tutto è memorizzato nella sua testa: il suo libro con definizioni e formule, i programmi, i mille soprannomi che dà agli alunni, i suoi impegni… Può apparire come una persona un po’ buffa, simpatica e semplicemente ghiotta di “Boogie” ma dietro quel suo modo di fare particolare si cela un ingegno spaventoso; è questo ciò che affascina molti studenti della nostra scuola. Su di sé si congiungono aspetti che appartengono a mondi diversi, eppure in lui vi convivono.

Tutti vogliamo saperne di più, incuriositi da questo personaggio particolarmente originale. Riusciremo mai a scoprire qualcosa sulla vita di quest’uomo? “In interiore homine habitat veritas”.

 

2 pensieri su “Un mistero chiamato G.”

  1. Bravissima.
    Hai fatto un bel ritratto del tuo personaggio ed ho letto il tuo racconto con molto interesse, traendone alcune conclusioni:
    – non è vero che l’insegnante mollaccione sia più amato di quello che sa, stabilisce limiti che rispetta e sa far rispettare, si prodiga nel trasmettere ciò che sa e pretende una resa di uguale livello;
    – non è vero che gli allievi non sanno stimare chi hanno davanti;
    – non è vero che la scuola debba essere un refugium peccatorum; non deve esserlo per nessuno, nè allievo nè insegnante;
    Anch’io ho sempre pensato che l’insegnante sia come l’attore sul palcoscenico: deve sgombrare la mente dalla sua affettività, nel momento stesso in cui entra in aula, deve saper catturare l’attenzione degli studenti e prodigarsi perchè il messaggio arrivi al destinatario.
    Ottimo il riferimento allo spirito critico.
    A cosa deve servire altrimenti la scuola?
    Forse a fare degli allievi delle enciclopedie o dei somari socializzati?
    La scuola fornisce i mezzi per arrivare alla conoscenza, avvia ed insegna il cammino e sollecita l’individuo a perseguire la sua meta.
    Un testo maturo che culmina in quel sapersi dare del lei, che rivela la distinzione di ruoli, il rispetto reciproco, e -buon ultimo- un invito alla padronanza dei congiuntivi cosa che non è mai male.
    Per concludere, poi, ben scritto e coinvolgente.
    anna

  2. Ehi sono lusingata! Grazie Anna 🙂
    Non potevo chiedere un commento più preciso!

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