Storia di un Cielo e di un Mare

Se ti svegli nella penombra di un mattino; se ti lasci mordere da un raggio di sole sul viso; se ti vedi sola nella solitudine di un corridoio; se rifletti assorta addolcendo il caffè; se esci e guardi tutti come uomini vuoti, forse è quello il momento di fermarsi e chiedersi quanto valga continuare a mentire a se stessi pensando che la vita un giorno ci cambierà.

Se pensi che essa sia un treno che deve fermarsi da sé ti conviene pur sempre affrettarti poiché essa non solo non programma fermate ma una volta partita non promette ritorno.

Conosco gente che quel treno vorrebbe prenderlo e non lasciarlo più, che desidera cambiare città ed emozioni, che vuole partire verso mete sconosciute o note solo a se stessi. Conosco persone che il treno vorrebbero prenderlo in faccia, diretto, crudo per partire comunque altrove, oltre l’immondizia di un mondo che non merita niente. Conosco persone che del treno non sanno e non possono fare a meno. E poi conosco Lara che il treno l’ha preso per vedere il mare e per vedere come esso si mischiava laggiù con il cielo. Voleva vedere i gabbiani volare liberi, sentire il loro verso e seguirli col pensiero per assaporare cosa sia la libertà. Lara voleva camminare sulla spiaggia ardente, respirare il sale che nei polmoni non fosse più nebbia ma acido che brucia e cancella orribili ricordi. Voleva solamente vedere il mare e lo voleva fare assieme al suo nuovo amore.

Non ci fu per Lara una tenera infanzia, non vi furono per lei bambole e giochi, non ci sono stati anni sereni trascorsi tra i banchi di scuola. Nel suo paese forse la scuola non c’era neppure. Lara non conosce cosa vuol dire crescere. Lara è dell’Est. Per lei nessuna carezza. Conobbe solo il gelido mattino delle periferiche città avvolte nella nebbia. Lara viveva le notti sul marciapiedi con tante altre vite rubate come lei. Non conosceva affetto ma solo le vili trattative sul bordo di una strada ai bordi di una città che dorme tranquilla e continuerà a farlo domani, dopodomani e ancora fino all’ultima schiava. Lara continuerà ad allietare uomini perversi nelle loro perversità e continuerà a farlo perché ella un’altra alternativa non ce l’ha. Perché il mattino tornando a casa deve consegnare il guadagno e buscarsi, come se tutto non bastasse già, quel che resta nell’oscura anima di un uomo, quelle sensazioni assuefacenti, quel piacere distruttivo. Lara era stanca, voleva dormire anche lei, voleva farlo per sempre. Lara non amava la vita, non poteva credere che lei respirasse, aprisse gli occhi e fosse solo destinata ad esser strumento di possesso. Lara non poteva piangere, non poteva aver paura. Lei è donna che sa cosa vuole un uomo. Lara è donna che non può esser fragile e non può dirlo neanche a se stessa. Non ha amiche perché anche nel tetro settore dello scambio impudico la concorrenza non fa sconti né grazie. È un circolo vizioso dal quale le vie di fuga sono impensabili. Non si può scappare. Il solo tentativo costò a Lara una settimana di sevizie e la triste impossibilità di veder la luce del sole. Gli occhi bendati non la salvarono dalle volgarità dei suoi uomini. Ella nel buio pregava, da sola pregava. Implorava la sua Signora dal Cielo così come le aveva insegnato sua madre che la vendette a luridi trafficanti per pochi spiccioli e tante promesse infrante. Alla sua Signora promise di scappare dal quel mondo se solo un giorno avesse rivisto la luce. Quella, la luce, tornò pochi giorni dopo ma le catene che la stringevano su quei marciapiedi freddi erano pesanti, dure da spezzare.

Su un muro attendeva che una stella la portasse via, aspettava il grigiore chiaro del mattino per fuggire dal mondo e chiudersi in sogni che la riportassero indietro, alla sua città, ai suoi fratelli e mentre sognava voleva tornare a sorridere.

Un mattino rientravano tutte a casa le donne che casa non hanno. Lara prese la metrò prima ancora che questa si riempisse di gente. Altra gente che non riusciva a capirla, che non sapeva aiutarla, che giudica e non conosce, gente che si chiude, non vede, non sa. Ma non era il momento di pensare, perché la notte è stata lunga e fredda e nella mente non vi era spazio per pudore e vergogna. Lara era stanca e voleva riposare. Fissava il vetro nero della metrò, le luci delle fermate, i cartelloni della pubblicità e non si accorse di quel giovane dietro di lei col colletto bianco che mormorava con un rosario in mano. Non esisteva niente per Lara, ma due parole riuscì ad afferrarle.
“Scappa via”.
Un alito di voce deciso e forte in grado di squarciare il cuore in due, di uccidere la rassegnazione e di abbandonare il peso di catene inespugnabili. Fissò quell’uomo per un istante, poi il convoglio si fermò. Nel freddo mattino di città una libera farfalla corre tra i corridoi bui della metrò, esce fuori e vola via tra le strade di una città in dormiveglia. Nelle ali aveva la rabbia di essere stata prigioniera, aveva voglia di essere donna. Ma doveva correre, doveva farlo veloce. Attraversava i vicoli ancora con la paura d’esser trovata, con la paura che quella fuga finisse. Correva svelta e la sua Signora dal Cielo stavolta doveva aiutarla.
Si trovò in una piazza, nel mezzo di un mercato. Si guardava intorno. Lara era donna di mondo, donna di un mondo sconosciuto. Non sapeva dove andare, se chiedere aiuto. E nel mezzo di quella piazza tra odori, gente, grida e passi, Lara urtò una donna. Era una vecchia signora che la guardò dalla testa ai piedi e le sussurrò gentilmente:

“Vestiti di amore e corri verso il mare. Togliti questi abiti che non sono per te. I tuoi occhi, figlia mia, lo dicono chiaro, essi non vogliono fuggire più. Il tuo posto è dove cielo e mare sono un’unica cosa.”

Continuò a correre lontano, poi il cuore le disse che nessun’altra donna doveva esser rubata al sole del giorno, nessuna doveva vivere per soddisfare un corpo altrui. Nessuna donna doveva nascondersi e soffrire. Nessuna.

Guardò negli occhi i suoi uomini nella stanza di un comando di polizia, indicò con coraggio i suoi mostri che per un ultima volta la fissarono con il sorriso ripugnante di chi si ha portato via la dignità di una donna.

Lara adesso era libera di andare per i viali e non aver paura, era libera di mostrarsi al mondo senza vergogna. Lara era libera ma senza casa e senza affetto.

Trovò dove dormire in una comunità dove altre donne combatterono e vinsero la loro guerra di notte e poi di giorno, ancora con il timore addosso come coperte pesanti e con gli occhi poco abituati al sole, andò a cercare un lavoro. Domandava a chiunque e dovunque sicura di poter raccogliere qualche spicciolo, prendere un aereo, tornare a casa sua e scordare tutto. Arrivò in un piccolo largo chiuso al traffico caotico dove vi era un piccolo bar con pochi tavolini sul marciapiede. Non so chi la portò fin lì, quale angelo la accompagnò verso un posto libero ormai da tempo. Lei non chiese subito del lavoro. Prima si sedette ad un tavolo libero aspettando che qualcuno andasse a prendere l’ordine. I suoi capelli oro si appoggiavano sciolti sulle spalle lasciando libero il viso bianco con gli zigomi colorati come lo è una pallida rosa.

Così la vidi io che andai da lei con il mio taccuino e la penna a servirla.

E furono attimi dal sapore infinito quando si incrociarono gli sguardi. Il posto fu suo senza pensarci due volte. Quello dietro al bancone del bar e quello dentro il mio cuore. Entrambi gli appartenevano adesso. I giorni in cui respiri l’amore corrono e corrono pure i battiti del cuore accelerando momenti che vorresti fissare come un poster. Mi raccontò subito la sua storia con la paura d’essere incompresa con gli occhi di chi chiede perdono. Voleva scusarsi senza aver chiaro il motivo. Si sentiva in fondo alla sua anima con una macchia che nessuno potrà cancellare, con una paura che arriva improvvisa di notte ed esce fuori con impeto ed urla. Erano i ricordi mischiati ad incubi. Era la violenza che soffocava dentro. Ogni mattino, quando il sole era già dentro la nostra camera, mi incantavo di fronte a lei che dormiva. Aveva bisogno di tante carezze, quelle che non aveva mai ricevuto, necessitava di amore e io non mi stancavo di darle il mio. Non credo che Lara sia in grado di dimenticare e ciò lo avverto quando per strada mi stringe fortissimo la mano.

Adesso però il suo viso non è più cupo ma colmo di felicità, di una gioia così grande da poter dividere con il dono che la Signora dal Cielo ci ha voluto dare. Il futuro adesso non è più paura e notti buie.

Se pensi che la vita finisce così come inizi, se pensi che gli ostacoli siano invalicabili dai tutto te stesso per abbatterli e se per questo serve fuggire, scappa via e rifugiati dove cielo e mare sono un tutt’uno.

Lì forse troverai Lara assieme a suo figlio che gioca con le onde e i gabbiani ed insieme inseguono gli aquiloni. E quando il sole vien giù a riposare quel piccolo cucciolo parlerà alla madre chiedendo:

“Mamma, dove finisce il Mare?”

“Laggiù, dove comincia il Cielo”.

 

6 pensieri su “Storia di un Cielo e di un Mare”

  1. Complimenti Raf, un racconto ben scritto, carico di umanità e veritiero.
    Qulcuno ha avuto meno fortuna di altri, forse anche per il solo fatto di essere nato in una parte del Mondo più complicata, diciamo così, rispetto ad altre parti. A nessuno dovrebbe essere tolto il diritto all’infanzia e la parola -genitore- ha da sempre un significato ben preciso con un valore altissimo, oltre la propria vita.
    Lara nella sua sfortuna ha trovato il coraggio di rinascere ed oggi ha ciò che ha saputo conquistare.
    Questa lettura offre una bella riflessione su chi, come me, é stato fortunato perché ha avuto infanzia felice e amore sul proprio cammino, ma anche per chi é solo e disperato e può prendere quel treno che passa di corsa e sembra che a te non possa mai toccare di prenderlo, né al volo, né tranquillamente.
    Un saluto.
    sandra

  2. Una storia tragica con un lieto fine che diventa poesia… è un racconto molto bello, raccontato con estrema sensibilità dalla parte di chi ama e perdona le fragilità e le sofferenze umane. E’ un racconto che resta dentro con l’immagine dell’orizzonte aperto all’infinito, una immagine che restituisce la speranza e la voglia di ricominciare.
    Per tutti e per tutte le donne come lara.
    Complimenti!
    rosatea.

  3. E’ bella la storia di un cielo e di un mare, bella l’idea che lasci quell’idea che lanci di voler ‘approdare’ a un altro mondo, un destino più ampio e più aperto, lasci proprio le sensazioni, in quelle frasi e in certe frasi che il racconto si stia colorando di diverso, di oltre, di agganciato all’infinito, un colore che non si ‘colora’ di scontato (o di noto) ma di irraggiungibile e oltremodo conosciuto, saputo, come se tutti noi sapessimo.

  4. Un bel racconto che indaga sulla vita e sul cuore delle donne, scritto con delicatezza e che si offre alla riflessione di tutti.
    Bravo.
    anna

  5. Grazie di cuore a tutti voi.
    .
    A Sandra
    Sono stato sempre affascinato dai treni perchè rappresentano le occasioni che la vita offre. Non sempre abbiamo la possibilità di “prendere il prossimo” sia perchè il tempo non ce lo concede sia perchè il prossimo spesso semplicemente non c’è.
    Nei nostri racconti c’è un po’ di “noi”, qui ho voluto aggiungere questo mio interesse.
    Comunque, seppur in ritardo (come mia personale abitudine), conto di prenderlo anche io il mio “treno”.
    .
    A maren
    Grazie tante. Effetivamente il racconto sembra “appeso” o tendente all’infinito ma alla fine torna a quel mondo conosciuto fatto di semplicità (tramonto, mare, cielo). Tutti i miei testi sembrano avere questa caratteristica dovuta secondo me al fatto che essi non hanno un’ambietazione spazio-temporale specifica. Lascio questi “dettagli” ai lettori così da far venire fuori quell'”effetto infinito” tra l’altro non voluto.
    .
    A Anna e rosatea
    Ringrazio anche voi. E’ bello sapere che “riesco” a raccontare il “cuore” delle donne. Il mondo femminile non è facile da comprendere. Le donne sono “profonde e misteriose” e con profondità e mistero devono essere raccontate, oltre che a gentilezza e un po’ di furbizia.
    .
    Le donne non si “trattano” ma si amano e si raccontano così come sono.

    Raf

  6. Si credo che un racconto debba essere così, proprio per ‘uscire’ dalle solite coordinate e dagli stereotipi letterari.

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