L’insegna all’angolo…

Sono passati mesi. E ancora m’ignori.
Di punto in bianco, hai deciso di volermi fuori dalla tua vita.
Maledetto quel giorno. Non lo scorderò mai.
Un sole splendente che mi sembrava un affronto alla mia sofferenza, un venticello lieve, chiacchiera rumorosa quanto inutile.
Chiedevo soltanto silenzio.
Per te non esisto più. Quando per strada ti capita di incontrarmi m’ignori quasi con garbo.
Ho pensato e ripensato al motivo che ti ha spinto a prendere una tale decisione, ma perdona la presunzione, non sono riuscito a trovarne uno valido.
Perciò, obbligato ad assecondare questa snervante routine, cerco di impiegare il tempo nel migliore dei modi, ma ben poco posso astenermi dall’oziare e soprattutto, dal pensare.
Stasera ad esempio, me ne sto pigramente seduto in quel bar all’angolo, quello con l’insegna rotta che s’illumina solo per metà ricordi?
E quasi senza accorgermene passo il dito sul bordo scuro del tavolino, fermandomi a grattare con l’unghia del pollice una macchia particolarmente consunta di caffé che proprio non ne vuol sapere di venir via.
Nemmeno lei, collabora.
Anche mentre me ne sto qui, a guardare le auto al di là del vetro, nella strada, senza il coraggio di ordinare nulla, dubito alquanto che la colpa sia mia e devo confessarti che ho creduto anche di aver perduto quel posto tanto faticosamente conquistato nel tuo cuore. Ma non ti ho mai visto con nessun altro che non fosse qualche amica o i tuoi genitori.
L’atmosfera è sempre la stessa, piccoli lumi sapientemente disposti e poltroncine di velluto scuro, il solito tocco vecchio stile. Non c’è traccia di cambiamento.
Perfino mentre ti sto scrivendo quel barista un po’ grassottello e canuto non fa altro che cercare di sbirciare le smorfiette della coppietta seduta di fronte a me, come se non avesse mai visto due amoreggiare.
Finge di essere interessato all’asciugatura dei bicchieri, sebbene stia sfregando lo stesso boccale da  dieci minuti. Quando la vita sembra assalirti, corri alla disperata ricerca di cambiamenti. Cambiamenti, che purtroppo, sono molto restii ad arrivare.
Non c’è alcuna traccia di qualcosa di nuovo, tutto ha sempre lo stesso stramaledetto sapore, non c’è colore che sfumi, non c’è desiderio che si realizzi.
Tutto questo mi ricorda che io ho ancora una vita davanti, anche senza di te, ma per il momento questa, è una verità che non ascolto. Mi surclasserebbe, e non voglio.
Tutti fanno di tutto per darmi una mano, o almeno così mi pare.
Amici e parenti mi lasciano in un solitario e meditabondo silenzio ed accettano che passi le mie giornate un po’ ovunque, gironzolando da una camera degli ospiti all’altra.
Comprendono perfettamente il mio stato e di rado mi parlano, anzi sembra che a malapena si accorgano della mia presenza. Io d’altra parte, non chiedo di meglio.
Ma la loro riguardosa indifferenza non è nemmeno lontanamente paragonabile alla tua, che sembra piuttosto la paura di un contagio.
Per quale motivo ti comporti così? Non sopporto di essere tagliato fuori, dovresti saperlo. Anche quando litigavamo per i più futili motivi, non riuscivo a sopportare che non mi parlassi per due o tre giorni di fila, comportandoti come fossi un estraneo in casa tua.
Non intendo trasformare questa lettera in un lungo e commovente piagnisteo né voglio che sia fitta di ricordi. Anzi, voglio che non sia neppure una vera lettera, semplicemente un pezzo di carta, fatto di pensieri.
Ma una cosa devi permettermela. Non puoi negarmela. Rispondimi.
Perché? Perché le volte che ho bussato alla porta non mi hai mai aperto?
Eppure sapevi che ero io, ho battuto il pugno più volte, ti ho chiamato, ho addirittura urlato.
Perché quando ti ho incrociato per caso quella sera, nonostante abbia cercato di toccarti, mi hai scansato? Eppure quello era uno dei nostri posti, ricordi? Quello in cui più spesso ci rifugiavamo, per nasconderci dagli sguardi di disapprovazione, da chi ci disprezzava, da chi non voleva vedere.
E dove stretti l’uno all’altro, ci facevamo promesse che neanche Dio avrebbe potuto impedirci di ignorare.
Però, mi costa dirlo, non le hai mantenute quelle promesse.
Te lo ricordi quel posto?
Certo che si, altrimenti non ti avrei visto seduto su quella panchina, con l’aria pensierosa e malinconica che tanto amo; mentre con il solito gesto ti passavi rabbiosamente le mani fra i capelli.
Ma tu continui ad ignorarmi, è come se non esistessi.
Ti ho intravisto, cercato… seguito… sognato.
Ti ho chiamato, ti ho urlato dietro, ti ho rincorso senza mai raggiungerti ed anche se mi costa più di quanto tu possa immaginare, credo che questo sia l’ultimo foglio che ti dedico. L’ultimo che non avrai mai. Lo conserverò, come ho fatto con tutti gli altri.
E ora scusa ma devo smettere.
Il barista ha fatto cenno ad una coppia che il tavolo al quale sono seduto è libero, credo sia un modo educato per farmi capire che è molto scortese starmene qui senza ordinare.
Quindi ti lascio, senza scrivere alla prossima, stavolta.

…si alzò ed uscì…

 

…la giovane coppia si sedette al tavolo e lui galantemente le tolse il cappotto. Poi la fece accomodare. Nel sedersi però la donna notò che c’era un giornale piuttosto vecchio sulla piccola poltroncina accanto alla sua.
Lo prese e diede una rapida occhiata inforcando piccoli occhialini dalla montatura rettangolare.
“Oh senti qui tesoro” disse al marito che stava sfilandosi giacca e cappello.
Sistemò la pagina spiegazzata come meglio poteva e lesse: “Mortale incidente stradale. Muore giovane studente universitario… è terribile” esclamò.
“Già…” Rispose lui fermandosi nell’atto di sfogliare il menù, improvvisamente pensieroso.
“Senti qui” continuò la moglie e proseguì. “Ai funerali il suo compagno di stanza, non ha voluto rilasciare dichiarazioni, ma fonti attendibili assicurano che la morte dell’amico lo ha segnato a tal punto, che con ogni probabilità, presto si trasferirà altrove per continuare gli studi”.

 

5 pensieri su “L’insegna all’angolo…”

  1. Un racconto ben scritto e coinvolgente. Bello il cambio di prospettiva finale, che chiarisce i dubbi e le ipotesi generate dalla prima parte.
    Brava Josephine.
    Katia

  2. Una bella trama surreale, un racconto che sembra narrare qualcosa ed invece scivola in qualcosa d’altro.
    Come la fantasia che ti porta sulle sue ali verso una storia e poi te ne racconta un’altra.
    Brava.
    Ti leggo con piacere.
    anna

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