Due candele

Erano seduti al tavolo. Avevano da poco finito di cenare. La luce era andata via. Presero due candele e le accesero al centro del tavolo. Una cena d’altri tempi, pensarono entrambi. Bevevano vino. La bottiglia era quasi finita.
“Ne prendo dell’altro?” domandò lei.
Lui guardava fisso il liquido nel bicchiere. Tirò giù tutto in un unico sorso, poi la guardò per qualche secondo.
“Sì, grazie.”
Rimase a tavola da solo. Fuori lo scroscio della pioggia si abbatteva sulle finestre della cucina. Si affacciò per capire meglio come procedesse la serata. Non si vedeva un granché. Il cielo era chiuso e pioveva pesante. Una luna nascosta tra le nuvole non basta a illuminare la strada.
“Tieni” gliela passò, “Stappala, ti prego, sai che non sono capace.” Lui sorrise e raccolse l’invito. Trascorsero qualche minuto in silenzio, ogni tanto uno sguardo e un sorso di vino, niente di più.
“Sai, non capisco perché si ostinino ad attaccarmi” fu lui a prendere la parola.
“Beh, vedi…” tentennò un po’ nel dare la risposta. Accavallò le gambe e bevve un grosso sorso. “Un po’ dai fastidio con questo tuo modo di fare.”
“Quale modo di fare?” domandò.
“Il problema è che non te ne accorgi. Tu vuoi fare troppo, a loro non è concesso.”
“Non capisco” pronunciò con aria totalmente sincera.
“Vai contro le loro regole. Sei un ribelle per loro. A prima vista ti dicono: ‘Sì, fa’ pure, hai ragione. Devi insistere’ e poi, con quell’estrema lentezza che li contraddistingue, elaborano il tuo pensiero e le loro frasi. Che cosa ottengono? Ottengono che loro non possono perché non ne sono in grado, quindi ti attaccano. Capisci ora?”
F. apparve confuso. La mano tremante accompagnava il bicchiere alla bocca.
“Ovvio che non capisco. Tu perché non mi abbatti come fanno loro? Perché non mi prendi a sassate? Accusami, ti prego!”
M. rise. Si passò una mano tra i lunghi capelli neri. Giochicchiava con le punte.
“Mi stai forse accusando di essere una di loro?”
“Non mi appartieni, questo è certo.”
“Quindi per te esistono solo due categorie, loro e tu?”
“Beh…”
“Come sei riduttivo. Vuoi tanto volare che non sai nemmeno se hai le ali o meno.”
“Scusami, hai perfettamente ragione.” Le versò dell’altro vino. Lei sorrise e gli baciò la mano.
“Vedi, tutto quello che vorrei fare è esprimermi. Per me è semplice, è come un bisogno qualunque, un bisogno che va soddisfatto. Non posso negarlo. È come se dovessi mangiare. Vuoi che io muoia di fame?”
“Per mangiare c’è bisogno dei soldi.”
“Soldi, soldi, soldi. Non fate che ripetere questa parola così povera. Per mangiare c’è bisogno dei soldi, per vestirsi dei soldi. Fra poco anche per cagare ci sarà bisogno dei soldi.”
“In un certo senso già adesso bisogna pagare…”
“Sì, come vuoi. Perché, allora, questo mio esprimermi non può diventare redditizio?” Morse un pezzo di pane che era avanzato dalla cena.
Lei lo fissò per qualche secondo. “Chi lo dice questo?” domandò senza alcun tono nella voce.
“Loro lo dicono, ecco chi lo dice. Loro!”
“E tu segui le indicazioni di un cieco? Non preferiresti avventurarti in un sentiero che non conosci da solo piuttosto che ascoltare la voce di chi non sa cosa dice?”
F. pareva nervoso. Batteva le dita sul tavolo, quasi come se stesse suonando.
“Tu la fai semplice, vero? Perché sei forte, non t’interessa niente, non t’interessa nessuno.”
“Menti e lo sai” disse con rabbia, “Di te m’importa eccome.”
“Sarà…”
M. si alzò di scatto dalla sedia. Con i pugni chiusi sul tavolo, gli parlava. “Non dovevi, non me lo merito.”
F. fece una smorfia. “Hai ragione, cara. Ti chiedo scusa. Per piacere torna a sederti. Scusami ancora.”
“Sei nervoso, lo capisco” disse tornando a sedersi. Lui prese la sedia e le si avvicinò. Ora erano l’uno di fronte l’altro. Lei gli prese le mani tra le sue.
“Non è meglio morire poveri ma con la soddisfazione di aver provato a scalare il muro piuttosto che perire ricchi e con le lacrime agli occhi?”
“Ci vuole coraggio” disse lui con voce quasi strozzata dalle lacrime.
“Tu hai coraggio. Lo vedo ogni giorno. Tu ci provi, giorno dopo giorno lotti. Gli altri forse lo fanno? Non sarai il dio della comunicazione tra persone, ma sai esprimerti in altri modi.”
“In pochi lo sanno questo.”
“Meglio pochi che niente, non ti pare?” Lo baciò delicatamente sulle labbra.
“Io… non so per quanto tempo potrò andare avanti così. Non reggo tutta questa pressione.”
“Nessuno ti sta mettendo pressione. Nessuno ti ha urlato che ti devi muovere. Nessuno. Perché allora tutto questo stress?” Gli accarezzava il volto. Vide una lacrima scivolar via dagli occhi.
“Forse sono io, soltanto io. Creo, smonto, faccio, distruggo. Non so, non so niente, è questo il vero problema.”
“Dovresti avere più fiducia in te. Tirati su e continua a combattere. Non sei una persona debole. I deboli non combattono e tu lo stai facendo. Solo il fatto di lottare ogni giorno dovrebbe renderti forte, più consapevole delle tue potenzialità.”
“Già, peccato che per me non sia così. Vedo gli altri volare, anche se stanno con i piedi a terra. Gli altri volano ed io guardo.”
“Guardi male, perché chi non ha ali, non può volare.”
Lei verso a entrambi dell’altro vino. Gli passò il bicchiere. “Bevi.”
“Vuoi forse farmi ubriacare?” domandò sorridendo.
“Perché no?” rispose divertita.
Fuori il tempo né migliorava né peggiorava. La solita acqua bagnava la terra. La natura che si nutre. I vetri suonavano pioggia.
“Perché è andata via la luce?” chiese lui ad alta voce.
“Tu sei sicura che sia andata via?”
“Abbiamo le candele a tavola, cosa dovrei pensare?”
“Che un po’ di romanticismo non guasta?” Risero entrambi.
Si alzò e provò ad accendere la luce, ma niente, non c’era elettricità.
“Perché lo hai fatto?”
“Volevo esserne sicuro.”
“Non ti bastava la mia parola?” disse lei con aria tranquilla.
“Potevi anche aver mentito o esserti sbagliata.”
Continuarono a bere per diversi minuti in totale silenzio.
“Perché non ti lasci andare?” domandò lei.
“In che senso, scusa?” Era confuso da quella domanda.
“Non trovi che sia una bellissima serata? Eppure hai dovuto controllare se ci fosse la luce. Che cambiava? Dico, se ci fosse stata la luce, l’avresti accesa? Avresti spento le candele?”
“Non lo so, può darsi. Sì, probabilmente avrei spento le candele e…”
“Te ne saresti andato di là, steso sul divano” completò lei la frase.
“Già.” Tirò giù l’ultimo sorso del bicchiere.
“Sai, mi sento stanco” si confidò lui.
“È il vino, tesoro.”
“No, non quel tipo di stanchezza. È come se questo continuo lottare mi rendesse esausto.”
“Beh, è così. Non puoi pretendere di lottare e sentirti bene fisicamente. Non sei un androide. Sei umano, e gli umani si stancano quando corrono.”
“Può darsi” il suo tono era pieno di sconforto.
“Che cosa farai quando tornerà la corrente?” Era rimasto poco vino nella bottiglia. Lei lo spartì equamente.
Lui si portò le mani al volto. Si accarezzava il mento mentre rifletteva.
“Sai, pensavo a quello che mi hai detto prima, al fatto della leggerezza. Quello che mi è piaciuto di questa sera è il silenzio. La natura che lì fuori sembra suonare una dolce melodia. Quest’aria semplice. Ecco, la semplicità.”
“Dimmi di più” fece lei.
“Pensa se ci fosse stata la corrente. Avrei acceso il computer o mi sarei piazzato sul divano a guardare la tv. Non avrei parlato con te, non mi sarei confidato e sfogato. Niente di tutto questo. Avrei accettato la quotidianità e mi sarei comportato come tanti di loro, insomma, avrei fatto le solite cose.”
“Mi fa piacere che lo dici.” Lo baciò su una guancia.
“Vorrei che questa semplicità ci fosse più spesso.”
“Da come lo dici pare che non possano esistere giorni così.”
“Sperare di restare ogni sera senza luce?”
“No, scemo, intendevo dire vivere con semplicità. Volare con leggerezza.”
“Già, volare con leggerezza…” ripeteva mentre fissava fuori dalla finestra.
“Non posso volare se sono pesante. Se ho questo peso addosso come posso pretendere di spiccare il volo?”
“Mi fa piacere che lo dici. Che forse tu abbia capito?”
“Non credo, ma almeno è già qualcosa.”
“Domani andiamo al fiume se è una bella giornata, che ne dici?” propose lei.
“A vedere le acque che trasportano via tutto?”
“Forse. Magari qualcosa resta sepolto e non si muove per molto tempo. Chi lo sa.”
“Vorrei tanto poterti contraddire ma non ne ho la forza.”
“Né la voglia.”
Entrambi finirono di bere.
“Mi concede un ballo, signora?”
“Non saprei, dovrei chiedere a mio marito.” Risero entrambi e si lanciarono in un lento con la musica della natura che accompagnava i loro passi.

 

4 pensieri su “Due candele”

  1. Ciao, mi é piaciuto molto e convengo col contenuto. La luce elettrica é importante e necessaria; non é indispensabile una serata di pioggia e un black out per volare in semplicità. Forse basta la voglia, la fantasia, l’interruttore si può spegnere, non ha importanza neppure l’età, niente in realtà é importante, basta pensare che in quel momento esistono solo due persone che chiudono il Mondo fuori.
    Bravo per ricordarcelo.
    Sandra

  2. Poche parole, questa volta, per dire che ora c’è qualcosa di diverso. Se prima i pensieri cupi e tristi avevano la meglio, ora, invece, c’è una donna, c’è del vino e c’è un sorriso, quello che nasce da dentro, dalla vogia di vivere, dalla voglia di non mollare mai. Nessuno vola più degli altri, nessuno è più forte o felice, ogni giorno è una lotta.
    Ma tu, ora hai già iniziato a volare… non te ne rendi ancor conto, ma sai bene che ciò è avvenuto da quando hai smesso di guardare fuori da quella finestra e hai iniziato a guardare dentro te stesso. Questo è il vero coraggio.
    Con affetto.

  3. Vi ringrazio per i commenti. In particolare un ringraziamento speciale a Barbara. Perdonatemi, ma non sono molto bravo nei commenti. 🙂

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