Da un brutto voto, grandi voli

(Dalle Favole di Sandra e Michele)

Alla scuola non ero particolarmente interessato, preferivo stare all’aria aperta a contatto con la natura, ma in fondo me la cavavo in quasi tutte le materie, la geografia però, proprio non la sopportavo. Non era poi così male la Storia, anche le Scienze non erano per me poi così terribili, ma per me tutti i monti erano uguali, così come i fiumi, i laghi, i mari…, non ricordavo proprio i nomi. Un disastro, studiavo e dimenticavo, sempre. Era l’unica materia in cui l’insofferenza per la scuola si manifestava con degli insuccessi, e per questo il mio papà, brontolava e diceva sempre che non studiavo abbastanza. Lui mi diceva tutte le volte: – Jacopo… se non sai dove ti trovi, non saprai mai vedere -. Non ho mai capito cosa volesse dire, ma a lui piaceva tanto dire queste frasi da “saggio”!

Abitavamo in un delizioso paesino soprannominato l’oasi, perché era pieno di giardini, alcuni bellissimi e grandi, ville, villette e tanto ma proprio tanto verde, tutto questo alle porte di una grande città.

Il mio papà, al tempo, era molto richiesto, aveva prezzi onesti e soprattutto era bravo e preciso nel suo lavoro. Anche la nostra casa aveva un giardino, piccolo, ma con tanti fiori: nell’estate camelie e gardenie e nell’inverno ciotole di pansé, un paio di ulivi e un boschetto di betulle e in un angolo le piante aromatiche creavano una penisola profumata. L’erba poi, era sempre tagliata perfettamente come l’alloro che faceva da barriera tra una casa e l’altra.

Molte volte mio padre tornava stanco dal lavoro, e non si arrabbiava mai, se non fosse stato per quella geografia.

La mia mamma faceva la sarta, e in casa mia era tutto un andare e venire di Signore per le prove dei vestiti, per fortuna in casa con noi abitava anche la nonna materna, cuoca abilissima, preparava sempre dei cibi gustosissimi, ed io, che ero figlio unico, portavo sempre a pranzo qualche compagno per poi fare i compiti. Andrea era di casa praticamente, studente modello, bravissimo in tutte le materie e studiosissimo.

Con Andrea adoravo andare a giro per i campi del mio verde paese. Il giardino dei “Ponti” era immenso, curato con aiuole e fiori, qualche magnolia e tigli ovunque. Il povero Andrea a primavera starnutiva continuamente perché aveva l’allergia ed io gli dicevo: ma questo raffreddore non ti passa mai! E Lui: sapessi quant’é noioso, da non augurare al peggior nemico.

Vivevo un’avventura dopo l’altra e spesso ci incontravamo in un angolo vicino alla fontana della piazza a fantasticare sulle nostre gesta. Si poteva quasi dire che se non fosse mai esistita la geografia, la mia vita sarebbe stata perfetta, eppure amavo andare per i fiumi, mio padre poi mi aveva anche insegnato a sciare e qualche volta, nell’inverno, andavo pure sulle montagne vicine con i tutti i miei amici.

In paese c’era una Villa, molto grande, si chiamava Villa Maddalena, ci abitavano i famigerati Barbabui gente insolita ma curiosa che partiva la mattina e tornava la sera, erano sempre in viaggio ma non si capiva mai a far cosa. Non sapevano nulla di terra, di fiori e di alberi ed avevano lasciato andare allo stato brado quel giardino grande e pieno di erbaccia ormai secco e semi morto.

Avevano chiamato mio padre e gli avevano dato le chiavi del cancello per entrare e lavorare nel giardino dicendogli solo di farlo tornare a vivere. Perfino fuori dalla villa, lungo le mura, c’erano rovi ovunque e tantissima edera che quasi rendeva impossibile la vista della stessa pietra.

Mio padre mi portò con Lui quel giorno, per punizione, ed io l’aiutai con tutte quelle foglie, non ricordo neppure quanti sacchetti caricai sul nostro camioncino, sotto il sole di maggio, però non mi sfuggì la vista di quel portoncino senza chiave e senza serratura ormai, solo tanta ruggine, rovi di more e muschio appiccicato. Senza che mio padre vedesse, cercai di aprirla con forza, niente da fare, sembrava gemellata alla terra, ma con pazienza, scavando un po’ forse si sarebbe aperta, la medesima dava sulla strada principale, e in qualche modo, avrei dovuto vederla per forza.

Quando a sera, chiudemmo il cancello, con una scusa, prima di montare sul camioncino, provai ad andare sulla strada alla stessa altezza del portoncino; non si vedeva niente, il muro era pieno di edera e foglie di gelsomino selvatico, ma io ormai avevo memorizzato il punto, ci sarei tornato con Andrea.

Quando gli raccontai che forse attraverso un piccolo portoncino pieno d’erba, saremmo potuti entrare all’interno della villa, Lui mi disse che dovevo essere matto…, ma in seguito lo convinsi e una sera, dopo il lavoro pomeridiano con mio padre, ci andammo….

Non fu poi tanto difficile entrare, spingemmo, spingemmo, e riuscimmo a spostare la piccola porta e ad entrare. Avevamo un po’ di paura, ma sapevamo per certo che dentro non ci fosse nessuno, ma, ahimè… al primo rumore scappammo via.

Mio padre aveva iniziato a sistemare le cose e decidemmo che il giorno dopo saremmo tornati e Andrea, il solito secchione, disse che potevamo fare lezione di geografia all’aria aperta e forse fra il profumo dell’erba a contatto della natura, qualcosa in testa mi sarebbe rimasta.

Andrea disse che avrebbe portato con sé anche il mappamondo, così forse vedendo i posti, i nomi mi sarebbero rimasti impressi. Chiaramente non avevo nessuna voglia, mi sarebbe piaciuto correre e girare il giardino in lungo e in largo, ma la fine della scuola era vicina e quel quattro in geografia era veramente un “macigno”.

La prima volta che entrammo insieme, Andrea ed io, spingendo con forza quella porta piccola, logorata dal tempo, circondata da tutto il verde che può nascere spontaneo, bagnato dalla pioggia, bruciato dal sole, non facemmo caso neanche alla fatica della spinta, solo che appena entrati, Andrea stremato, lasciò cadere il mappamondo in terra, c’era pure una pozza perché due ore prima una pioggerella fitta e decisa era scesa per circa mezz’ora. Subito Lui lo raccolse e lo pulì con la sua maglia imbrattandola tutta, io sorrisi perché pensai che sua madre, una volta tanto, lo avrebbe sgridato. Lui, così bravo, e perfetto. Eh, un po’ d’invidia, lo ammetto, c’era.

Ci sedemmo e lì capimmo che una magia era in atto. Guardai stupito il mappamondo e lì dove era ancora un po’ sporco c’erano proprio le Ande. Il giardino non era più il giardino che curava mio padre, no, ai nostri occhi si presentò proprio quella enorme catena montuosa ma non solo, quel giorno andammo ovunque.

Eravamo, o almeno così ci sembrava, piccolissimi, come farfalle e ci sembrava pure di volare, comunque sicuramente leggerissimi.

Il tempo però non si era fermato. Guardammo l’orologio, ed era tremendamente tardi! Pensammo ai nostri genitori, infuriati, e non sapevamo come giustificarci. La verità non era credibile.

Con la cenere in capo, si fa per dire, ci avviammo verso casa, lungo la strada trovammo i nostri genitori che non ci risparmiarono una lunga ramanzina, il giorno dopo, per recuperare, mi feci interrogare. Seppi dire tutto sulle Ande, ne feci una descrizione talmente dettagliata che beh, l’insegnante mi disse: -ti dirò…, Jacopo, sembra quasi che tu ci sia stato!-.

Per la prima volta presi otto e mi salvai dal quattro. Tornammo in seguito nel giardino, sempre col mappamondo, organizzati con una sveglia che suonasse l’ora del rientro. Vedemmo fiumi, Mari, nell’Oceano Indiano, caldissimo facemmo pure il bagno e ci asciugammo sulla spiaggia fine, bianca, caldissima e piena di coralli, che però non portammo mai via.

Adesso Andrea ed io siamo nonni. I nostri nipoti sono ancora piccoli per entrare in quella porta che nessuno, all’infuori di noi conosce. Neppure ai nostri figli abbiamo rivelato la magia. Ci eravamo promessi che l’avremmo raccontata ai nostri nipoti e speriamo di vivere abbastanza per vederli crescere e alla nostra età, di allora, li porteremo a conoscere questa magia.

…A proposito…, oltre ad essere padre, marito e nonno, nella vita ho fatto l’insegnante…, di scienze e geografia!

 

3 pensieri su “Da un brutto voto, grandi voli”

  1. Incredibile come il timone della vita possa dare una svolta decisiva e fare di un conflitto il lavoro della propria vita.
    Speriamo sempre di essere letti e di aver trasmesso qualcosa.
    Un saluto.
    Sandra

  2. …nella mia exvita da insegnante (adesso vivo una vita da cantastorie) riuscivo a convincere i miei ragazzi a studiare facendo loro capire che la differenza tra l’andare male a scuola e l’andar bene era piccolissima, perchè per far male o far bene una cosa ci vuole più o meno lo stesso tempo, quasi lo stesso impegno e più o meno la stessa volontà.
    Il segreto della riuscita sta nel “modo” in cui ognuno si pone davanti alla cosa e se una certa cosa deve essere fatta, tanto vale farla bene e riportarne una soddisfazione, piuttosto che farla male e sentirsi insoddisfatti, rimproverati e pieni di rimorsi.
    Tutto qui.
    Basta convincere gli allievi, come aveva fatto la mia insegnate con me, che l’impegno paga.
    Bravo, Michele, i ragazzi hanno bisogno di messaggi positivi.
    Ciao
    anna

  3. Sinceramente la geografia non piace neanche a me però questa favola fa capire come, con amore e allegria, le cose che non piacciono diventino un divertimento. Bello il modo in cui viene descritta l’amicizia tra michele e andrea. Bravissimi e… continuate a scrivere!!!

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