Come un saluto

Miss VodkaMartini è ridotta in frantumi.
Pezzi sparsi sul pavimento di mille case.
Ma sono troppi, sono ovunque, e nessuno li raccoglie.

L’abbiamo vista con gli occhi gonfi e le lacrime nere, le gonne corte e il rossetto eccessivo.
Infiniti lividi sulle braccia, e le vene bellissime in evidenza. 
Ha ricominciato a fumare, probabilmente non ha mai smesso: tre Marlboro al minuto solo per noia,  solo per furia; solo per la soave conferma che anche altro si consuma.

Niente, non vuole niente.
Le spalle incollate al muro del solito locale dove suonano musica che non riesce a capire; lo sguardo vuoto e la testa altrove, dove altrove è nessun posto.
Ci prova, talvolta, a restare tra noi: accenna un sorriso e divora salatini. Solo quelli a forma di cuore.
Tenta persino un principio di conversazione, ma si parla di Parigi e lei non c’è stata, né ci vuole andare.
Torna al suo posto, e lì rimane.

La verità è che Miss VodkaMartini è andata via, anche se ce l’abbiamo davanti.
Si è persa, era una sera di maggio, e nessuno ha più saputo nient’altro.
Inutile cercare quei grandi occhi che, qualcuno ha detto, un tempo irradiavano luce.
Quegli occhi ora sono coperti da un velo.
Infinite tristezze l’hanno sepolta, l’hanno cosparsa di cenere e silenzio.

****

Stanotte cammina alla meglio sui soliti tacchi troppo alti e troppo sottili; un attimo dopo è già scalza.
Dove può voler andare alle tre del mattino, se non lì.
Dove dice di essere nata.
Dove dice di essere morta.
Dove può voler andare, con addosso quell’odore di miseria e di bicchieri offerti.
Quell’odore di giorni vuoti, riempiti coi sonniferi rubati.

****

Sale a fatica la strada ripida; il terreno polveroso cede sotto i suoi passi, mentre le pietre la fanno inciampare. Qualcosa le ferisce il tallone, ma non le va di controllare cosa sia. Sente scorrere rivoli di sangue, e questo come al solito la consola. La preoccupano soltanto i cani randagi, qui ce ne sono parecchi: morire sbranata da un branco di bastardi rabbiosi non sarebbe esattamente una gran fine.
Ciò nonostante, continua a camminare.
Non le importa dei versi strani che la circondano nel buio – uccelli? insetti enormi? – e nemmeno della luna col suo solito riso beffardo. Adesso pensa solo alla collina, alla sua pietra bianca, all’erba alta che copre la scritta arancione gigante, al mondo che da lassù sembra così fragile e così inconsapevole.

Arriva a destinazione, ansimante per la salita. C’è una macchina parcheggiata: i fari la colpiscono in pieno viso. “Andate via, questo è il mio posto”. La prima cosa che le viene da dire. Risate fragorose e rumore di bottiglie. La prima risposta che riceve.
“Andatevene, non potete stare qui!”.
Grida con tutto l’orrore di vedere violato un posto che è più sacro della sua stessa casa. Dov’è nata e dov’è morta.
Silenzio. Risatine sommesse. Attesa.
Una figura smilza le viene incontro ondeggiando forzatamente l’andatura spedita.
“Tenera fanciulla, a cagione di cosa odo cotanto strepitare? Non sarà mica che ti rechiamo disturbo?”.
“Vaffanculo, drugo dei poveri”.
“Ma per carità! Un simile eloquio proprio non s’addice alla tua incantevole persona. Dico bene, miei prodi?”. Lei non lo lascia neppure finire: “State sporcando tutto, schifosi. Dovete andarvene di qui!”.
Lo smilzo, con aria divertita, si volta nuovamente verso i compagni: “Ma quale ardimento; sono ammirato. Costei non ha alcun timore d’affermare ciò che pensa”. Miss VodkaMartini gli si avventa contro; lui l’anticipa fermandola per un braccio.
Si avvicina uno dei suoi: “Vedi di darti una calmata, piccola stronza”.
“No, no e ancora no compagno! Non è questo il modo di rivolgersi a una sì meritevole donzella. Mi scuso a nome del mio goffo collega. Amici, ma insomma! Ammirate quanta grazia in questo volto imbronciato, quanta eleganza nella figura sottile! Altro che turpi appellativi: essa è degna di ben altre attenzioni!”. E nel dir questo la solleva per la vita, mentre Miss VodkaMartini si dibatte inutilmente.
La conduce davanti a tutti, in un delirio di schiamazzi.
E adesso lei capisce che finirà peggio che con un branco di bastardi rabbiosi.

****

Tenta di scappare, ma non arriva lontano: sono in cinque.
Dieci occhi che la divorano, dieci mani che presto s’infileranno ovunque.
Già sa, già sente.
Come la chiamavano? Ultraviolenza.
Stavolta Anthony Burgess ha fatto danni.

Roba da cura Ludovico.

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Avete presente come vanno certe cose, no?
Miss VodkaMartini sbattuta sul cofano anteriore.
Le strappano di dosso la sua t-shirt preferita, quella con la scritta New Wave.
Ridono dei suoi seni da bambina. Ridono delle costole che si possono contare.
Scalcia e urla, ma è tutto inutile. Le gambe e le braccia gliele tengono ferme in due, alla bocca ci pensa qualcun altro con una scarica di pugni in faccia.
C’è miglior modo per zittire qualcuno che fargli diventare le gengive una cascata di liquido rosso e denso?
Il suo naso bellissimo. Il più dritto che si fosse mai visto, ridotto a un mucchio di ossa rotte.

Giù la gonna, giù le mutandine.
Fanno a turno, prima davanti e poi dietro. Non c’è neanche più bisogno di tenerla.
Le botte servono solo a dare un tocco di colore. E così continuano imperterriti, provandoci persino più gusto che nel fottere.

Miss VodkaMartini adesso è una specie di bambola rotta.
Semicosciente, esangue, stordita dal dolore, nulla più che un contenitore ammaccato di umori sessuali.

Vanno avanti per secoli, ere.
Lei vorrebbe soltanto non sentire più niente.

Sigilla le palpebre dei suoi occhi pesti, e pian piano fa in modo che il suo corpo non sia più il suo.
Pian piano, lo lascia dov’è.

****

Dicono che quando senti che stai per passare all’altro mondo, la vita ti scorre davanti.
Come un sogno, come un cazzo di film da tre soldi, che diventa una specie di capolavoro incompreso.
Deve accaderle qualcosa di simile, perchè all’improvviso è tutto nebbia e ovatta; all’improvviso non ci sono più colpi, non ci sono più mani, non ci sono più i loro orribili versi.

C’è lei in un pomeriggio d’estate, fuori dalla gelateria del centro, i capelli lunghissimi e gli occhiali da sole.
Lui che arriva come al solito in ritardo, col suo rottame adorato e quel sorriso, quel sorriso che la fa tremare ogni volta.
C’è la spiaggia deserta di notte – solo un paio di fuochi lontani – e cieli pieni di stelle che non ne vogliono sapere di venire giù, a regalare desideri.
Il vino rosso, la chitarra col nome francese, le loro voci che goffamente provano a fondersi in un canto. “Dove mi hai persa, e quando? Uscita da te, uscita di senno”.
Lettere.
Lei che scavalca il muro dei Giardini, lei che rotola tra le foglie.
Lui che ridendo l’aiuta a rialzarsi.
Ospedali. Analisi di sangue. Piccoli Mozart fatti fuori a suon di pastiglie.
Balle di fieno.
Abbracci di quattro secondi e mezzo.
Abbracci infiniti.

****

E poi c’è di nuovo lei, che lo vede andare via.

Lei che torna in quei posti, come a visitare tombe.
A ricordarsi come si prega.
A celebrare funerali per ogni pezzo a cui dice addio.
Lei, che non ha più gambe, né braccia.
Né occhi, né voce.
Tutti che le dicono di andare avanti, e di lasciarsi alle spalle i ricordi.
Lei che preferisce restare indietro con loro.
VodkaMartini per tenerli in vita, uno per uno.
Per confondere i giorni e le notti, mentre la vita passa senza chiederle il permesso.
La sua vita, che cammina senza di lei.
VodkaMartini fino a cadere in ginocchio per le strade, fino a dimenticare il suo nome.
Fino a guardarsi e a non vedere più niente.

****

Silenzio.
Se ne sono andati.
Quanto tempo è passato? Quanti secoli? Quante ere?
E’ quasi giorno; una volta tanto l’alba non sembra neanche così crudele.
Anzi ha persino qualcosa di dolce.

Come un saluto.

Ancora nebbia e ovatta: le luci della città passano attraverso una fessura sottile tra le ciglia.
Quelle stesse luci di un anno prima: il mondo che dormiva, il mondo che non aveva idea.
Le guardava per ore, quelle luci. E un po’ le prendeva in giro, un po’ si lasciava consolare.

Consolare, sì, come quando era piccola, e le cercava dalla sua finestra, e le sentiva come una specie di richiamo, come una promessa, perché quelle luci sembravano suggerire che anche lei, un giorno, ne avrebbe fatto parte.

Quelle luci erano il mondo dei vivi.

****

Adesso nessun richiamo, nessuna promessa.
Adesso persino i ricordi si dileguano.
C’è solo l’odore della mattina, e il fresco dell’erba bagnata.
C’è la pietra bianca e la scritta arancione gigante.
C’è questo non sentire più niente. Niente.
Nemmeno il sangue rappreso, sparso ovunque.
Nemmeno il dolore delle costole spezzate, che le hanno perforato la milza e chissà cos’altro.

C’è questo respirare più lento.
Questo voler dormire e basta.
E c’è l’alba, che una volta tanto non è così crudele.
L’alba, che stamane ha qualcosa di dolce.

Come un saluto.

 

8 pensieri su “Come un saluto”

  1. Che racconto, mi hai commosso fino alle lacrime, ho visto le immagini ad una ad una, talmente l’hai scritto bene, il dolore, la disperazione e poi il nulla, come non esistere, come non esserci più. Tutte le sensazioni si possono toccare, entrano nel cuore. Dirti brava è veramente poco. A rileggerti presto. Ciao da Betta

  2. Un pezzo magistralmente crudele e dolce. Un pezzo di vita che attraversa la sua passerella, forse ignorata, calpestata, paralizzata.
    Bravissima.
    Sandra

  3. Andrea, Geramana, Martolla… vi ringrazio infinitamente.
    Alla prossima,
    Valentina

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