Evie

Evie Connor aprì gli occhi. Alla fine era arrivato. La prima cosa che pensò fu: “Che palle” e “Oddio, vomito”. Un altro stupido giorno in cui non avrebbe fatto altro che sorridere scioccamente a tutti quelli che l’avessero incontrata per caso o che fossero andati sotto casa sua appositamente o che le avessero fatto una videochiamata o un’altra di tutte quelle cose che la infastidivano infinitamente. Ogni volta che suonava il campanello di casa sua era tentata di sciogliere i cani senza nemmeno prendersi la briga di controllare chi fosse. Possedeva tre pitbull di razza purissima, addestrati al combattimento, Thanatos, Ares e Sorrow, e l’unica persona cui obbedivano ciecamente era lei stessa, poiché li aveva addestrati personalmente. Li dominava alla perfezione. Ed era fiera di loro come di nient’altro nella sua vita. Si tirò su dal letto con una fatica immensa: le doleva la testa; la sbronza della sera prima le stava perforando il cervello come un martello pneumatico. Si chiese come fosse riuscita ad arrivare a letto, ma non seppe darsi una risposta. Ai piedi del materasso giacevano i suoi nuovi sandali Gucci fettuccina laminata color oro tacco 12 e il vestito che le avevano chiesto di indossare per promozione, Cavalli o Versace, non ricordava. Un bel vestito, in realtà, ma che al momento giaceva a terra con il contenuto della borsetta riverso completamente sopra. Evie ci camminò mentre andava in bagno. Fece scorrere l’anta dell’armadietto sopra il lavello e ingoiò due maalox senza bere nemmeno un goccio d’acqua.
Poi si guardò allo specchio.
“Dio, pensò. Mi ci vorranno ore a truccarmi, stamani”.
Evie Connor era bellissima: aveva occhi verdi in cui nufragare e capelli mossi rossi, ma di un rosso forte, intenso, tendente al mogano; un corpo divino, snella, con delle gambe chilometriche e le caviglie sottili. Era bella sin da quando era una bambina. E quando si era resa conto di quanto fosse bella era diventata irresistibile. Aveva tutto un certo modo di porsi, di parlare, sporgeva le labbra, e usava le mani per gesticolare in modo incredibilmente delicato. Aveva infranto decine di cuori, dalla scuola media a quel giorno. E lo faceva consapevolmente, con crudeltà, quasi. Quando qualcuno glielo rinfacciava, esplodeva in una risata cristallina e fredda come il ghiaccio e rispondeva:
“Porto il nome della prima puttana del mondo, come altro potrei essere?”.
Sempre. Questa era la sola risposta che dava.
Alcuni la definivano una strega, e se qualcuno l’avesse vita in quel momento ci avrebbe creduto. Aveva i capelli tutti arruffati e il viso gonfio, per il sonno e per la notte precedente; le borse sotto gli occhi e il trucco colato. Aveva anche un rigolino di sangue secco che le colava dalla narice sinistra. Evie guardò il suo naso perfetto con occhio critico.
“Devo smettere di sniffare, pensò, o mi distruggerò il naso”.
Improvvisamente un rumore come di un trattore cominciò a risuonarle nella testa, andando a peggiorare quello che già era un gran bel mal di testa. Evie sobbalzò e si guardò intorno domandandosi cosa mai potesse fare tutto quel casino. Imprecò sottovoce quando si rese conto che a fare tutto quel rumore era la vibrazione del suo cellulare. Vedendo chi era a chiamare imprecò a voce alta, ma non potendo evitare di rispondere, sfoderò la voce zuccherosa.
Non appena ebbe detto “pronto” una voce mielosa dall’altra parte del telefono cominciò a trillare come un campanellino della bicicletta.
“Uccellino miiiioo, tesorodimamma, come stai? Come va tutto ok? E la festa di ieri sera? Avevo tanto raccomandato a Pierce di…”
Evie dovette sopportare quasi dieci minuti di quel rumore fastidiosissimo che era la voce di sua madre nell’orecchio, desiderando intensamente di strozzarla ogniqualvolta riprendeva fiato e ricominciava a parlare. Ovviamente, sua madre non si sarebbe mai accorta di quanto sua figlia stava pensando… e del resto la vita che Evie aveva condotto negli ultimi anni, l’aveva temprata a sufficienza, ed era diventata un’ottima bugiarda.
Chiuse la conversazione dicendole:
“Scusami tanto, mamma, ma adesso devo proprio lasciarti: la signora Ross mi sta chiamando per la colazione e non voglio che mi attenda a lungo, sai com’è sempre gentile… ti ringrazio davvero tanto per avermi chiamata. Saluta tanto anche Dick. Sì, certo. Chiaramente, mamma, come potrei dimenticarmene? D’accordo… –Oh, arrivo, Rosie… mamma devo andare. Certo. Un bacione anche a te. Ti voglio bene, anche io. Ciao mamma, ciao”.
Evie chiuse la conversazione e gettò il cellulare sul letto.
“Stronza. Non fosse per i soldi non chiameresti mai, tu e lo stronzo di tuo marito. Ah no, scusa… non tuo marito, mio padre”.
Si tolse la sottoveste e gettò sul letto anche quella. Poi, nuda, si avviò verso la cucina. Non c’era nessuna signora Ross, ovviamente. Evie viveva da sola e non con una domestica come aveva fatto credere a sua madre. La signora Ross andava a riordinare la sua casa tre volte la settimana, ma quello non era uno dei giorni stabiliti.
Passando dalla sala Evie notò che tutti i cuscini del divano rosso erano buttati sull’altro divano. Si affacciò cautamente e vide che sopra il divano senza cuscini era sdraiato un ragazzo.
“Oh, per tutti i cieli… Chris! Chris! Cazzo, Christian svegliati!!!”
“Mmm… che diamine… Evie…? Oh mio Dio, Evie, vai immediatamente a vestirti… perché cavolo te ne vai in giro nuda?”
“Perché sono a casa mia! Piuttosto, tu che cazzo ci fai qui, eh?”
“Chi pensi che ti abbia messo a letto, tesoro, eh? Eri ubriaca fradicia e strafatta, ieri sera”
“E allora? Nessuno ti ha chiesto di farmi da babysitter, sai?”
“Ah, certo, scusa se mi preoccupo per te… quando fai così sei una vera ingrata!”
“Beh, che pretendi, scusa, io non ti ho chiesto niente, sei te che mi segui ovunque vada come un cagnolino e adesso ti fermi anche a dormire in casa mia? Vattene, Christian, è meglio. Io mi faccio un caffè e poi torno al lavoro”
“Evie, per l’amor di Dio… copriti, ti prego o ti prenderai un qualcosa. E per favore, lascia che ci pensi io, ok? Dai, vai a metterti qualcosa…”.
Nel dire questo, Christian fece per toccarle un braccio, ma nello stesso istante Evie si voltò e finì per toccarle il seno.
Evie divenne una furia:
“Cazzo, Christian, ti ho detto di andartene!! Perché non mi lasci in pace, eh??? Chi ti dice che io non voglia essere ubriaca e crogiolarmi nel mio vomito, eh???”.
Prese a spingerlo colpendolo al petto con entrambe le mani, con violenza.
“Lasciami in pace, lasciami in pace!!! Voglio girare nuda per casa senza dover rendere conto a nessuno, voglio fare quello che voglio, lasciami lasciami lasciamiiiii”.
La ragazza scoppiò in un pianto irrefrenabile. Christian andò in camera sua a prenderle la vestaglia e tornando indietro la trovò appoggiata allo stipite della porta che continuava a singhiozzare.
La coprì come meglio poteva e si sedette accanto a lei abbracciandola.
Evie smise pian piano di singhiozzare, finché ritrovò la sua abituale freddezza.
Si alzò in piedi, coprendosi con la vestaglia.
“Vattene, Christian”, disse, e se ne andò in cucina. Accese la macchina del caffé e recuperò un pacchetto di sigarette che aveva lasciato lì accanto. Ne prese una e l’accese, aspirando lentamente.
Quando fu pronta, trangugiò una tazza di caffè bollente e poi si accese un’altra sigaretta. Guardava nel vuoto, la testa, vuota.
Finì la sigaretta e andò a vestirsi.
Evie Connor era una fotomodella. Era una delle prime fotomodelle a livello di fama mondiale. Lavorava 18 ore al giorno, dormiva e mangiava il minimo indispensabile. Partecipava a tutte le feste a cui era invitata, andava in giro costantemente seminuda, e negli ultimi tempi era sempre strafatta. Non avrebe resisitito in altro modo, alla vita che faceva.
Cambiava in continuazione partner sessuale, ma era talmente magra che non aveva il ciclo, quindi nessun problema di un’eventuale gravidanza indesiderata; tuttavia non era una sciocca e nonostante si facesse di cocaina era sempre molto attenta che i suoi uomini indossassero il preservativo.
Non le era rimasto alcun amico dei vecchi tempi; le uniche persone che frequentava erano quelle della sua agenzia, modelle e modelli, belli, ricchi, e drogati, come lei. E poi c’era Christian.
Christian era uno degli autisti che l’agenzia metteva a disposizione dei modelli, e una volta era stato anche il suo autista. Da quel momento aveva cercato di farsi assegnare a lei sempre più spesso, finché praticamente era diventato il suo autista personale. Non era un brutto ragazzo e nonostante Evie fosse abituata alle lusinghe e alle moine, Christian aveva un modo tutto particolare di farle la corte, che a lei non dispiaceva affatto. Così, aveva finito per cedergli. Chiaramente, finché non le venne a noia. Dopodiché lo aveva mollato come un giocattolo usato, anche se aveva continuato a usufruire dei suoi servigi come chauffer. Ma Christian sembrava non volersi arrendere; continuava a chiamarla, a mandarle fiori, a farle regali. Tutto inutile, Evie non cedeva.
Christian le disse che lo amava. Lei gli rise in faccia e disse che, come avrebbe potuto essere diversa, in fondo portava il nome della prima puttana. La risposta di sempre.
Ma Christian l’amava sul serio e non l’abbandonò; ogni volta che Evie era troppo ubriaca anche solo per entrare in casa, ogni volta che si ritrovava accovacciata sul water, ogni volta che aveva bisogno di qualcosa, lui era lì. E questo nonostante Evie fosse, nella maggior parte del tempo, cupa e scontrosa, arrabbiata, silenziosa. Lui era sempre lì, per lei.
Quel giorno, Evie aveva due servizi fotografici e il pranzo con il capo-redattore della maggior rivista di moda del Paese. Si vestì in fretta, e chiamò l’agenzia perché la mandassero a prendere, ma non da Christian. Quando arrivò la macchina, aveva appena finito di fumare la quarta sigaretta della mattinata, si calò gli occhiali sul naso e salì in auto senza nemmeno un buongiorno.
Cinque ore e mezzo dopo aveva terminato il primo servizio, si era cambiata d’abito circa 15 volte e sottoposta al trucco ogni volta che c’era una pausa. Si cambiò di nuovo d’abito e salì in macchina ancora una volta, mentre il suo agente accanto a lei le spiegava come e perché stavano andando a quel pranzo, cosa avrebbe dovuto aspettarsi e cosa avrebbe dovuto fare in risposta.
Evie stava intensamente sperando che gli cascasse la lingua.
“Cristo, Mark, puoi stare zitto per cinque minuti? Ne abbiamo parlato allo sfinimento, di questa cosa. Stai zitto per cinque minuti, ti prego!!!”
“Evie, che cazzo di maniera è questa, di rispondere?”
“Mi stai snervando, Mark, mi snervi, lo capisci? Sono sotto i flash da sei ore, e tu sei arrivato da soli 45 minuti, mentre erano 300 minuti circa che io stavo sorridendo ininterrotamente, con tutta la gente intorno che urla e sbraita. Posso avere cinque minuti di silenzio?”
“Fanculo, Evie Connor. Se questo incontro andrà di merda, sarà solo colpa tua”
“Fanculo a te, Mark”.
Le successive due ore, Evie le passò al tavolo col suo agente e con un redattore-capo incredibilmente ciccione e la sua stupida segretaria, che la guardava come fosse un alieno. Per tutto il tempo del pranzo, Evie non smise mai di sorridere e toccarsi i capelli: era in pieno assetto da combattimento.
Avrebbe vinto.
Intorno alle 23 di sera aveva finito il secondo servizio; il fotografo ebbe l’idea di fare alcune foto nella luce lunare che quella sera era davvero perfetta, così finirono per impiegarci altre tre ore. Quando finalmete dissero che per la giornata avevano terminato, Evie era distrutta. Aveva in corpo giusto tre foglie di insalata e due ravanelli che aveva mangiato circa 12 ore prima e un caffé, a parte le 20 sigarette che aveva fumato. Forse era per quello che stava ancora in piedi. Le bloccavano la fame. Uscì dal suo camerino, e trovò Christian ad aspettarla.
“Ancora? Ti ho detto che non volevo vederti più per oggi…”
“Infatti; me ne vado. Però mi sono preso il disturbo di dirtelo di persona”
“Ecco bravo, vattene”
“No, Evie, non hai capito. Me ne vado. Mi sono licenziato, lascio la città”
“Che cosa?”
“Parto. Vado in Europa. Ho finalmente ricevuto la lettera di quella scuola di cucina francese; starò via per un anno circa”
“Ma… tu non puoi andartene…”
“Perché no, scusa?”
“E io?”
“Tu non hai bisogno di un babysitter, o sbaglio?”
“Certo che no, appunto. Ma, comunque… voglio dire, tu…”
“Io? Non io, tesoro, no. Io non ci sarò più”
“Ma tu mi ami!”
“Sì, Evie, io ti amo. Ma tu non ami me. E io non posso più rovinarmi la vita per te, lo capisci? Tu sei solo una stronza ingrata”
“Questo non è vero, Chris… io…”
“Oh no, Evie, non attaccare con la solfa del non è vero. É tutto vero e tu lo sai. Sei una stronza e ne sei consapevole, e soprattutto ti piace esserlo. Mi sono stancato di aspettarti”
Evie fu presa dal panico.
“Oh no, Chris, non puoi dire così – gli si avvicinò, tu sai che anche se sono una stronza, alla fine ho bisogno di te…”
“Piantala, Evie, non attacca”.
Gli andò vicino, si appoggiò al suo corpo e gli sussurrò molto vicino:
“Dai, Chris, aspetta almeno domani, non essere precipitoso”
Christian la guardò molto freddamente e la allontanò da sé.
“Evie, ti ho detto di finirla”
Evie si riempì d’ira. Lei era Evie Connor, signori, nessuno si poteva permettere di trattarla a quel modo. Non era mai stata rifiutata, figuriamoci se a farlo poteva essere quel perdente del suo autista. Cominciò a soffiargli contro come una gatta cui stavano per rubare i gattini.
“Bene! Bene! E allora sai che c’è Christian? Vattene. Vattene via, vattene lontano dalla mia vista e dalla mia vita, ma sappi che se ti allontani adesso, mai più, mai più ti permetterò di avvicinarti a me, non dovrai mai nemmeno chiamarmi! Vattene via, Christian, vattene. Ma quando poi ti mancherò, e tutto sarà una merda, ah, allora non venire a piangere da me e frignare che non te l’avevo detto”
“Evie, io non tornerò”
“Oh, sì che lo farai”
“No, non lo farò. E sai perché? Perchè io non ho bisogno di te. Sei tu ad aver bisogno di me”
“Io non ho bisogno di te! Io non ho bisogno di nessuno”
Christian si allontanò;
“Addio, Evie”
“Io non ho bisogno di nessuno, capito? Mi hai sentito, Christian??? Io non ho bisogno di nessunooo… non ho bisogno di te…- si ritrovò afflosciata su se stessa, piangendo a dirotto, come una bambina. “Io ti amo…”
Evie Connor tornò a casa, con uno degli autisti mandati dall’agenzia, un tipo che non aveva mai visto e a cui non prestò la minima attenzione.
Entrò in casa togliendosi le scarpe, e buttando la borsetta sul letto. Tirò due strisce di cocaina e cercò di addormentarsi, ma continuava a tornarle in mente Christian e la sua decisione di partire, il fatto che non le avesse detto niente fino all’ultimo, la sua solitudine.
Era stata una giornata veramente di merda. Un’altra giornata veramente di merda.
Si alzò dal letto e andò barcollando fino al bagno, e si riempì la vasca.
Evie stava sdraiata nella vasca piena d’acqua bollente e la sua mente divagava, finché tornò ai tempi della sua infanzia e adolescenza; pensò alla scuola, a quanto, in fondo, era brava, ma aveva abbandonato tutto per la carriera, a quanto amasse le cose che studiava, la letteratura, la storia… le grandi vicende del passato, ciò che donne meravigliose erano state costrette a subire, l’orgoglio che in certi episodi alcuni personaggi avevano saputo dimostrare… tutto le era scivolato via tra le dita, quando se le era trovate piene di quella merda bianca, alla quale non riusciva più a rinunciare.

Tre ore più tardi, Christian Ellroy entrò in casa di Evie Connor, chiamandola a squarciagola, domandando perché non rispondesse mai al cellulare, e che diamine ce l’aveva a fare allora.
La trovò nella vasca piena d’acqua, ormai fredda e arrossata.
Si era uccisa, tagliandosi le vene con una lametta e mettendosi nella vasca bollente, per far defluire il sangue prima e meglio. 
Un’uscita in grande stile, come lei era sempre stata.
Evie Connor morì il 15 aprile del 2005.
Era il giorno del suo 24esimo compleanno.

 

2 pensieri su “Evie”

  1. E’ un racconto che racchiude una solitudine profonda e una profonda disperazione, scritto molto bene, secondo me, ce ne sono tante ragazze allo sbando, che credono che una bottiglia e qualche droga, le risolvano la vita, Evie, ha avuto una possibilità per uscirne, ma l’ha capito troppo tardi, e ha perso l’unica cosa che la poteva salvare, l’amore. Brava, complimenti. Ciao da Betta

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