Cristo si è fermato a Genova

Cristo si è fermato a Genova.

Gli eventi stanno girando come fili di seta in un bozzolo di desideri e mani invisibili ne stendono un quadro ricamato a punto croce. In pochi giorni la percezione del mondo e delle cose si è fatalmente capovolta.

L’aria del primo mattino ha il colore dell’acciaio brunito e luccicante della fucina di Efesto, laboratorio nutrito da miti e leggende in estensione offensiva, difensiva e magica.

La speranza che questo giorno volga al privilegio divino per il Bene dell’umanità, si è fatta aureola nella mia mente.

Una sorta di vento svolazzante fra l’uno e l’altro arcano distribuisce tocchi in scala minuscola e pigmenti ricercati e dorati.

Il protetto abita all’ultimo piano di un vecchio edificio rinascimentale.
Salendo per le scale scorgo dalle invetriate, tutte le luci della prospettiva che mi precipitano addosso.
Pare quasi di volare.
Sono arrivata.

Lui mi spalanca la porta con gesto plateale.
La voce è argentina e suadente.
Varco l’ingresso con incedere ovattato, eseguendo un’entrée da Beata Angelika.

Abitino leggero color cipria, capelli raccolti in una morbida ghirlanda, nessun ombra di trucco.

Ai piedi bebè preziose in tessuto di raso.

La pochette, stile rococò.

Assomiglio ad un confetto da cerimonia, per una bomboniera di valenza sconosciuta.

Procedo sospinta da qualche lume aleggiante.

Per terra dischi, libri e qualche ritaglio di giornale.

L’atmosfera è così rarefatta che si salverebbe bene nella consonanza di vivaci cromature dell’“Annunciazione”.

Con le mie ballerine affondo nei morbidi tappeti bianchi.
I divani sono bassi in soffice pelle nivea.
Il tavolino è un ovale di cristallo purissimo ed alle pareti, arazzi essenziali a raffigurare “la Deposizione di Santa Trinità”, la piramide gerarchica a dominio sull’umanità latente.
Nell’angolo noto una miniatura tardogotica, dalle figure impresse da un’unica direttrice obliqua di colore. M’inginocchio a sfiorarne i contorni solenni e simbolici.
Mi volto a cercarlo.

C’è anche una ragazza bellissima, forse nemmeno maggiorenne.

Un fascino acerbo che sorride in contralto e si ciondola con la sapienza di un’ape mellifera nell’atto di custodire il suo favo.

Un corpo da ballerina sotto il vestito di tessuto leggero.

“L’incoronazione della Vergine”.
Gli occhi di Lui infiammati, come un gatto stregato, emergono dagli angoli occultati della stanza.
Faccio un giro nel locale, mentre loro si preparano da bere.
La camera da letto ha la stessa sorprendente essenzialità.
Bianco e pastello, con una parete intera ricoperta in vetro siliceo.
Unico elemento decorativo un minuscolo bonsai di loto, come indice di partecipazione per questa verginea loggia.
La parte più poetica di me è sensibile all’idea che l’immaginazione possa essere una via verso la rivelazione divina. Gli artisti attingono le risorse e le ispirazioni nella fantasia.
Loro stanno insieme da poco tempo.
“Ho eliminato tutte le cose inutili. Ti piace?”. Le chiede, porgendole il bicchiere.
“Sì mi piace questo manto argenteo” Lei confessa.
“Bella, la tua casa, anche se presto me ne dovrò andare”.
Ha le labbra socchiuse, quando Lui spegne la lampada.
“Ti voglio”. Sussurra a voce bassa…
Non si vedranno più…
 

Strano il traffico delle auto e dei treni che scivolano via verso traiettorie che portano lontano, magari verso il mare. A pochi viene in mente di cogliere il lato ridicolo di tanto qualunquismo nella gente. La differenza dissonante tra buffoni e uomini.

Il panorama sembra una sorta d’affresco itinerante. Dietro questa luce nitida e diffusa si scorge tutto il panorama della ”Trasfigurazione”.

Ovunque, brulichio corrotto e una massa plastica di plancton scintillante sul luogo statuito, sotto i cortei luminescenti appostati a vegliare i diritti in un moto perpetuo che possiedono un’analogica e tragica corrispondenza.

Ogni scala di valore e metro di giudizio cade di fronte all’ideale, con nuovi pesi e modificate misure. Sulla crosta è scesa una tranquillità instabile, mentre accosto le mie  bebe’ al palo della luce. Odo in lontananza, un frastuono di sirene in grande scioltezza di modulazione. Nessuno ha ventilato l’ipotesi di un’invasione aliena ne’ di qualche tafferuglio di rivoluzione letteraria o studentesca.

L’aria salmastra proveniente del mare funge da analettico, mentre intravedo all’orizzonte degli autoblindo e i battaglioni dell’arma strepitare sul lungomare. Con un fracasso che taglia la striscia d’asfalto. Come se l’acqua non appartenesse alla città, ne’ alla sua gente.

La marcia ha un obiettivo impreciso come le onde del porto di levante, che si schiantano contro i frangiflutti di cemento sotto al muro di recinzione. Nella paragoliardia dell’accadimento osservo gli animi in ascolto, smarriti nei dedali di parole. Non posso evadere dal tormento nello scacciare l’untuosa immagine di poesia errante, infiorata da gocce di lacrime e di sperma.

I fuochi avanzano spodestando le borse sotto gli occhi, cariche di spese nervose. La bestiale rutilanza accoglie le prime avvisaglie di collassi ed apnee. L’iniquità della violenza sta cominciando a ghermire qualcuno.

La gente ricade sull’acciaio siderale del pavimento della strada, che dona ai corpi e alle voci una patina elettrica di un maquillage che ancora non ha saggiato il suo fondo.

La grande zona rossa d’asfalto è satura.

Dentro, giacciono mucchi d’immondizia, vecchi stralci di quotidiani, carta di riso ingiallita e logora da cui rigurgitano esecrazioni. Fogli spessi che a strapparli sibilano come legno posticcio. Lo sfrigolio del fiammifero della mia sigaretta è un falò in miniatura, pallido contro il livore unanime delle menti scoppiate in volgare appendice. L’odore di sostanze bruciate e il filo sinuoso di fumo si spandono sulla piazza, per poi dileguarsi.

Il calore di documenti bruciati scioglie un vapore antico, portando con sé ogni dubbio ed ipotesi sospetta. Ritornano in mente certe suggestioni, i fuochi fatui dei carburanti di certi imperi. Il miasma di un ciuffo di versi che si arriccia e s’increspa, annerendo.

E’ una storia di Passione.

Un sentimento autentico,  il “Giudizio Universale”, che non può mancare in questa Meglio Peggio Gioventù, destinata alla suggestiva divisione tra Benedetti e Dannati. Il guazzabuglio di rapporti clandestini nell’ellisse di menti fervide destina al cielo.

La terra non ha più nessuna forma, il punto centrale va svanendo in uno spazio vuoto, mentre l’opacità è viva e costante. Disturba gli occhi e appaga le autorità.

E’ un viso di ragazzo esile che si è già forgiato nel mondo. Gli anni verdi, i jeans anonimi e la t-shirt non svolgono nessuna logica nel suo cammino. Ha due fanali d’occhi che nascondono un moto così deciso, inarrestabile e velocemente necessario da proteggere la natura e tutti gli abitanti in transito. Una nuova cosmogonia parallela, il Big Ben prossimo venturo nascosto nella testa ricciolina di questo nuovo Cristo.

Un Senso come uno schermo, un decodificatore cui appoggiarsi, lussureggiante e muschioso. Un ardore itinerante all’inseguimento dei vertici amanuensi.

Nella ressa dei volti, degli abiti scomposti e costipati, io non so più dove mi trovo.

Il crepuscolo s’insinua, avanzando e costringendomi a convergere sul tarlo dei recenti accadimenti, spiegando ali e formule di Morte, Vita, Giustizia e Amore. Così sia.

Solo il sole contro gli edifici paonazzi ha un valore, un significato. Non conosco altra realtà che la mia, da Beata Angelika. Basta una scintilla in un angolo di trama della volta celeste, a far divampare un incendio, una conflagrazione muta e prigioniera.

Il brontolio di funeste storie che non smette di fare rumore; le ceneri dei vecchi strati di battaglia che non si sono ancora disperse. Nessun volto ha esaurito il suo raggio di luce nelle voragini dell’impero ed io mi allontano tra i sassi coperti da strati rugosi di sabbia grossa.

Il globo è stato abbandonato.

La Land Rover Defender foderata d’acciaio attraversa lo stagno silenzioso, nel mistero scorretto di una preda solitaria, che non si arrende alle tute d’ogni colore ed agli estintori carichi che hanno battuto il tempo. Fragorosi rimbombi nelle mie trecce scompigliate emanano odore di carne cotta e motore fuso. Scelgono adesso nel gratuito commercio, oltre ogni limite umano, un ritmo preciso e cadenzato. Che affretta il crollo del corpo smagrito e spento. Con gli occhi sbarrati a contornare il disegno.

A sancire l’arresto.

Uno sparo, due spari.

Una ruvida tregua.

La “Deposizione della Croce”.

Una profonda stigmate stellata.

Il guanto di stoffa nera steso a terra, tremola appena nell’aria pomeridiana.

Accanto, solo due bebe’ preziose.

Il giorno dopo non scioglierà i nodi, ne’ i castighi.
Cristo si è fermato a Genova.

 

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