Angeli che non piangono mai

(Racconto di Raf e Chiaraguid)

Che fare il medico è un lavoro bello ed interessante, Anna lo sa da quando anni prima aveva deciso di fare medicina, non solo perché le piaceva ma per accontentare suo padre, noto oncologo di Padova. Ma ora dopo anni stava incominciando a dubitare che quella fosse veramente la sua vocazione. Ogni giorno in ospedale si imbatteva in malati terminali, angeli destinati al cielo la cui sofferenza atroce tocca il cuore fino al profondo di ogni viscere che o ti fai una corazza, o soccombi. Eppure ogni giorno era sempre peggio. Chi si può abituare alla sofferenza o alla morte? Come si può non lasciarsi coinvolgere dalle storie dei pazienti, nelle loro speranze nei loro sogni? Anna se lo chiedeva e dopo anni ancora non riusciva a farsene una ragione. Il giro visite per ogni medico è il momento in cui c’è maggiore condivisione con i pazienti, in cui un paziente può parlare dei suoi problemi. Spesso avviene in maniera frettolosa e spicciola, ma Anna no, lei parlava, cercava sempre di ascoltare e di dare una buona parola a tutti e soprattutto il sorriso, dono importante per chi soffre. Era una giornata particolare quel venerdì, quando Annalisa ragazza di diciotto anni decise di salire al cielo. Era uno di quei giorni in cui l’odore della morte si mescola all’odore acre dei disinfettanti, in cui urlano tutte le ingiustizie del mondo, questo pensava Anna mentre entrava in quella stanza, che aveva visto la morte di due ragazzi Annalisa e Luca. Luca se n’era andato in un freddo giorno di inverno e lei all’inizio dell’estate e proprio mentre pensava queste cose che si accorse di un libro dalla copertina scura, lo apri e lesse: “Angeli che non piangono mai”. Decise di prenderlo e metterlo in borsa e leggerlo più tardi.

Finirono le visite, gli appuntamenti, le consolazioni, finì di distribuire appigli di speranze, e finì il giorno e un lunghissimo turno. Anna stanchissima terminò la sua giornata appoggiata sul suo divano al centro del soggiorno del suo solitario appartamento. La penombra della stanza invitava a letture rilassanti, a volersi perdere in un libro. Prese quello dalla sua borsa e lo girava tra le mani. Poi decise; lo aprì.

Dal centro del volume scivolarono fogli come farfalle liberate nell’aria. Erano pagine scritte che necessitavano di essere lette, erano storie che volevano essere ascoltate. Anna le raccolse da terra e iniziò a dare vita a parole nascoste a tutti. Erano lettere abbozzate da Annalisa.

Anna ricordava ancora le parole di conforto dette ai genitori, e poi ricordava il sorriso di quella ragazza, ricordava che lei non era una paziente come tutte, era una giovane donna che aveva bisogno di amici, di qualcuno che le stesse accanto ma non per pietà. Di Annalisa ricordava le risate nell’infermeria, le scuse originali per poter uscire nel parco e stare con Luca. Anna ricordava anche l’ultimo suo alito e la sua promessa. Quelle parole dette a singhiozzo prima di perdere coscienza ora erano un’eco nel salotto dell’oncologa.

“Dottoressa non tema, io non ho perso e non ho intenzione di piangere nemmeno adesso. Gli angeli non piangono mai”.

Socchiuse gli occhi e il grido della madre ghiacciò l’istante più nero di ogni medico. Quelle lettere erano l’urlo di un dolore che molti tengono sotterrato nel proprio cuore, era la voglia di sentirsi normale anche quando di normale ormai non resta più nulla. Annalisa aveva un angelo e con lui parlava, gli diceva così:

 

Carissimo Angelo mio

non so quanto possa servire scrivere su questo foglio il mio dolore, raccontargli la mia lenta agonia e le mie più intime paure. Le raccontai già a te nei freddi corridoi di questo ospedale. Ti confidai ogni cosa e lo stesso facesti tu. Adesso chissà dietro quale stella sei nascosto a guardarmi.

Forse avevi ragione tu. A che serve parlare?

Poco c’era da dire, da raccontarsi. Avevamo due storie identiche che si ritrovavano in un silenzioso sguardo. Avevamo troppe cose in comune e la più assurda fra queste era la maledetta vita che ad un certo punto ha voluto giocare sporco. Ci ha ingannati entrambi, ci ha cambiati, ci ha illusi e delusi. Pezzi di ingranaggi che adesso non servono più. Avrei voluto più tempo per imparare, per vedermi crescere, per guardare il mondo. Avrei voluto ancora sorridere con te. Vorrei più forza per poter combattere anche se so bene che è una battaglia già persa. Sto qui, aspettando che il mondo mi abbandoni pian piano, mi lasci andare scivolando nel buio per poter volare ovunque e magari rincontrarti. Le carezze della gente non hanno lo stesso calore delle tue, i sorrisi non trasmettono più coraggio. Questa vita e queste stanze non sono più le stesse. Avverto la tua mancanza e la tua angelica presenza. Mi consolo oggi con questo. Ogni mio pensiero è per te e ti appartiene.

Non so se agli angeli arriva il bene, io te ne voglio molto.

Annalisa

 

Si faceva sempre più notte e tra le mani di Anna passavano gli ultimi mesi di vita di una ammalata terminale. Trascorrevano le sensazioni, le emozioni, le passioni di chi inerme aspetta la fine di tutto. In quei momenti serve a poco esser dottori, non aiuta sapere quanto tempo rimane da vivere. Non credeva possibile guardare una donna nel fiore dei suoi anni e dirle che avrebbe smesso presto di respirare l’aria del mattino, di vedere l’azzurro del mare, di amare e ricevere amore. Anna l’ha imparato indurendo il suo cuore, trasformandolo in roccia. Lei sapeva che spesso contro il destino non bastavano dolorose sedute di chemioterapia. Quella notte sentiva il bisogno per una volta di mettersi nei panni di chi il dolore lo vive e continuò a leggere le lettere.

 

Caro Luca

ti scrivo perché so che mi ascolti. So che continui a farlo anche quando dal terrazzo ti parlo. Quello era il nostro posto segreto. Ci nascondevamo dagli infermieri e salivamo sopra le nostre stanze per vedere la notte e sentirci più vicini alla luna. Cercavamo il suo calore, la sua protezione e restavamo abbracciati implorando dentro di noi che il tempo si fermasse. Da lì vedevamo tutta la città Ricordo di averti detto:

“Guarda! Noi quassù e più in là Padova e la vita. Sembra si siano dimenticati di noi”.

Tu mi guardasti negli occhi e accarezzandomi il viso mi dicesti:

“Quand’anche la vita si scorda di te, tu non scordarti mai di vivere”.

Angelo mio oggi io non so se riesco a vivere, non so se riesco a mantenere le promesse che ci facevamo ogni giorno. Non so neppure se ricordarti adesso mi fa più bene che male. Perdonami se non riesco a sorridere più, se tutti i ricordi che ho si sono spenti. Ho paura di cedere prima ancora che questo male mi divori. Neanche il veleno che inietto nelle mie vene riesce a sconfiggerlo ed io non ho che sperare che il buio profondo arrivi d’un tratto.

Sai, Luca, spesso apro quel tuo libro, ne accarezzo le pagine con cura come se fosse in grado di farti arrivare il mio affetto. Parla di un amore triste che lotta ogni giorno come noi contro la crudeltà della vita e del destino.

Ti ricordi la nostra promessa? Giurammo di non piangere più e che ci saremmo presi cura l’uno dell’altro per sempre come due fratelli o meglio come due angeli. Poi ci fissammo negli occhi e io tolsi il tuo berretto mentre tu toglievi il mio. I nostri capelli erano già caduti da molto ma al mondo nascondevamo la nostra realtà. Da allora noi eravamo uguali, eravamo nudi della nostra corazza. Adesso davanti allo specchio non vedevamo più la gioventù che scappa via da noi. Adesso quell’immagine calva era la nostra forza.

Tu continuerai ad essere la mia

Con tutto il mio affetto

Annalisa

 

La notte trascorse presto e presto arrivò l’alba. Iniziava fra poco un altro turno, un altro giorno nel reparto oncologico dove ogni giorno è un giorno di preghiera, di sperati miracoli, di grazie acclamate, di pianti e dolori. “Anche gli angeli non piangono mai”; questa frase ritornava alla mente di Anna, mentre riponeva quelle lettere. Forse non si sarebbe mai abituata al dolore, a convivere con la morte. Ma il solo sapere che suoi pazienti la vedono come un faro nell’oceano della sofferenza, sapere che un suo sorriso valesse più di una dose di morfina, le rinfrancava il cuore facendole comprendere che accompagnare alla morte è un dono prezioso e che dalla sofferenza si può uscirne arricchiti. Così, rinfrancata nel cuore e nell’anima, decise di continuare il suo lavoro con competenza e dedizione, conscia che quello fosse l’unico tributo per ricordare quegli angeli saliti al cielo.

 

18 pensieri su “Angeli che non piangono mai”

  1. Al dolore non ci si abitua mai, così come si dà per scontata la serenità personale.
    Avere punti di riferimento sicuri diventa nel corso della vita la sfida vera.

    anna

  2. Una realtà, ahimé, troppo presente nel mondo di oggi e anche in quello di ieri…, poterla debellare é il sogno di tutti e chissà…, per questo trovo importante saper cogliere ogni attimo della bellezza della vita e dell’immenso.
    Un saluto ad entrambi.
    sandra

  3. Io volevo ringraziare di cuore Chiaraguid che mi ha concesso l’onore di poter scrivere assieme a lei questo pezzo. E’ una persona molto gentile sensibile e pura d’animo e lavorare con lei è stato un piacere!
    Grazie Chiara!

    Ringrazio anche la redazione e tutti i lettori di RaccontiOltre!
    A presto
    Raf

  4. Al dolore non ci si abitua mai, ci lascia cicatrici nell’anima che ci accompagnano per tutta la vita.

    Complimenti ad entrambi e 5 stelle.

  5. A me non è piaciuto molto a dire il vero… la prima parte in particolare… quella che m’è piaciuta maggiormente inizia dalla lettera “scritta a Luca”… sarà che sono un forte sentimentalista… bah…

    Non mi piace molto la forma. La lettura, ai miei occhi, non scorre molto bene… poi ci sono pezzi in cui si legge poesie, alternati ad altri di prosa “meno elegante”, creando uno stacco forte.

    Sul tema che dire… è interessante, ma non pensate sia un pò troppo trito e ritrito? La causa di questa mia impressione sarà data da tutte queste serie tv sui medici…

  6. La sofferenza ti cambia, ti spaventa, ti assale a volte all’improvviso e ti squarcia dentro; dovrebbe farti anche capire ed apprezzare le “piccole” cose belle della vita, che a tutti noi accadono, ma che così spesso non vogliamo cogliere.
    Il dolore invece si percepisce subito e amplifica tutte le sensazioni negative, soffocando quel poco di buono che a volte c’è, spesso privandoti di quelle gioie nascoste a portata di mano, che la nostra miopia proprio non riece a mettere a fuoco.
    Io credo agli Angeli e auguro agli autori del racconto e a chi legge di piangere insieme a Loro lacrime di gioia.
    Anche gli Angeli piangono…

  7. Per icehotheart

    Mi spiace che non ti sia piaciuto ma ti ringrazio comunque per aver letto e commentato lasciando la tua impressione. Quando si scrive in due c’è un’unione di “stile” e forse questo causa quello che tu avverti come forte “stacco”. Io ti posso dire che sono stato molto attento, come lo è stata Chiara, nel rendere omogeneo il tutto.
    Per quel che riguarda il tema devo confessarti che appena avuta l’idea mi sono chiesto (come faccio SEMPRE) se sono degno di raccontare una sofferenza che io (fortunatamente) non conosco e cosa potrebbe pensare una persona che vive queste tragedie quotidianamente (sia come paziente che come medico) leggendo il testo di un “ignorante” (per quanto mi riguarda). Anche se l’argomento e trito e ritrito, come dici tu, la sofferenza non è mai la stessa e le emozioni che può dare un racconto, un libro, un film o una fiction telelvisiva benchè aventi lo stesso tema non credo siano uguali.
    Grazie lo stesso per aver lasciato la tua opinione e spero che i prossimi miei testi siano di tuo gradimento.
    Io come sempre ce la metto tutta a dare il meglio di me!

    A Roberta Gambi va la mia gratitudine per la lettura e le belle parole del commento!

    Grazie anche a Sandra, Anna e Lucia!
    I vostri commenti sono preziosissimi!
    Raf

  8. Per icehotheart oltre
    a quello che ha detto raf, vorrei aggiungere che è molto difficile fondere due stili completamente diversi e credo che io e Raf ci siamo riusciti molto bene, io invece trovo che forse dovresti leggerlo più volte, capirlo, perchè mi sa che non hai colto lo spirito con cui è stato composto, è difficile parlare di sofferenza quando non l’hai mai vissuta, immedesimarti in una sofferenza che non ti appartiene è veramentee difficile e noi ci siamo riusciti egregiamente.
    Sarà anche un argometo trito e ritrito ma ogni persona ne vede sfumature diverse.

    Per anna, Lucia, roberta e sandra grazie per aver letto questo nostro racconto,
    come dice RaF i vostri commenti sono preziose perle di saggezza.
    chiara

  9. Avete ragione… ho dimenticato di considerare il fatto che è stato scritto a due mani, però ragazzi, dovrete ammettere che quando si compone bisogna mantenere una certa coerenza, o no? 🙂

    Per il resto… ci sono parti che mi hanno colpito molto, come ho già detto, in cui stavo per arrivare alle lacrime (sono sincero, credetemi), altre invece non mi hanno lasciato molto proprio perchè non mi sono piaciute nella forma.

    Cmq… potrei darvi un consiglio sulla composizione a quattro mani?

  10. Questa è la prima volta che compongo un racconto a 4 mani però se hai dei consigli sono bene accetti. Non è mia presunzione dire di riuscire ad emozionare un lettore dalla prima all’ultima riga, lo sanno fare solo i grandi scrittori e io non mi reputo una grande scrittrice, quindi sono soddisfatta così.

  11. Ok 🙂 che ne direste per esempio di dedicarvi a “sezioni differenti”? Faccio un esempio… uno dei due si dedica alla descrzione degli eventi, alla narrazione in sè insomma, mentre l’altro invece compone le “lettere”, come in questo caso… così sfruttereste l’abilità narrativa dell’uno, e la capacità poetica dell’altro… è solo un’ipotesi, che ne dite?

  12. Carissimi Raf e Chiara, sono commossa, mi avete veramente colpito al cuore. Bravissimi. Un abbraccio da Betta

  13. Cari Chiara e Raf, leggendo il vostro racconto mi sono commossa: non posso che dirvi complimenti. Volevo anche cogliere l’occasione del vostro racconto per lasciare un pensiero per tutti quei medici che quotidianamente lottano per debellare questa maledetta malattia. Un pensiero va anche a tutti i malati che lottano per sconfiggere questo maledetto male: un saluto Angela.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *