Il paziente visto allo specchio

Maria, un nome piuttosto comune, Rossi, un cognome altrettanto comune, un tumore, una malattia comune. Diverse tipologie, diverse situazioni, ma alla fine sempre la stessa maledetta paura, paura per qualcosa di ignoto, perché nel momento stesso che lo conosci, devi affrontarlo con coraggio.
“Si sieda…” questa frase tanto accomodante, il Lei che si percepisce suona come una forma cortese e gentile quasi rassicurante, eppure in quel luogo, in quella situazione, da quella persona rimbomba come una minaccia, come un’accusa, e le parole che seguono scivolano di nascosto e confermano ciò che era già stato capito con quel “Si sieda…”.
Segue allora la collera e la presunzione di credere che almeno NOI saremmo stati immortali, che a NOI non ci sarebbe mai accaduto, che NOI, NOI… Ma ci accorgiamo che proprio in questo momento dobbiamo cercare gli ALTRI, non più quelli da sostenere, da compiangere, da aiutare, ma quelli che ci sostengano, che ci aiutino, che ci accompagnino…

Mi guardo allo specchio e vedo una donna sui 50 anni, i capelli raccolti, il trucco ben curato e lo smalto sulle unghie denotano un’attenzione alla cura della propria persona. Ripenso al primo impatto che avevo con i pazienti, da pochi indizi dovevo farmi l’idea di chi fossero, che lavoro facessero, come avrebbero affrontato la propria condizione… e io, come la affronterò?
Era il mio primo giorno di degenza, ero tornata nella mia città, il rapporto con i miei colleghi mi avrebbe imbarazzato, non so per quale motivo. Mi trovavo in una stanzina non molto illuminata, assieme ad altre due donne, reparto oncologia. I dottori mi avevano assicurato che l’indomani sarebbero partiti una sfilza di controlli e test che avrebbero suggerito il “dafarsi”. Quando ero arrivata un’infermiera mi aveva accolto con una serie di domande e una cartella su cui annotare le risposte. Temeva di cadere in quell’imbarazzante intervista che rendeva il dialogo freddo e formale. Usava quel tono accomodante e materno che però in quella situazione mi turbava. Io cercavo di non incrociare il suo sguardo, non volevo trovarmi davanti il viso angelico e misericordioso dell’infermiera che cerca di mettere in pratica tutte le tecniche suggerite da Buckman, le conoscevo fin troppo bene.  Punto uno: curare il setting, io mi guardai attorno, mi trovavo in un piccolo ambulatorio, un armadietto con una miriade di farmaci, molti forse scaduti, davanti una scrivania che portava il peso di molti fascicoli con tanti nomi… chissà quale peso portavano quei nomi, qualche acciacco influenzale? una gravidanza? un tumore? Quel pensiero mi riportò l’attenzione sulla giovane che stava davanti a me, aspettava che io mi accomodassi in quel posto e sorrideva compiaciuta, pensando di aver raggiunto il primo obiettivo, rendere il luogo confortevole, con l’aiuto della pianta rigogliosa che stava nell’angolo e che solo alla fine notai con la coda dell’occhio.
“Io sono Sara, lavoro in questo ospedale da due anni… ho letto che lei è un’infermiera…”
Brava, si è ricordata di presentarsi e di informarsi su chi è l’interlocutore. Sara passò all’attacco con il punto due, seguito immediatamente dal punto tre: io sapevo tutto sulla mia malattia, conoscevo tutte le procedure, ero consapevole di quello a cui andavo incontro. Continuavo a tenere un atteggiamento contenuto, di distacco, pronunciavo solo le parole che erano sufficienti a fornire dati oggettivi, niente di personale. Sara lo aveva notato, appoggiò la penna e in quel momento iniziò un dialogo tra due donne, due donne che conoscevano il proprio mestiere, che conoscevano la vita, ma che conoscevano anche i suoi limiti.
Uscita dall’ambulatorio, la mente mi riportò indietro, quando, ventiseienne, per la prima volta mi ero trovata a dover confrontarmi con una paziente oncologica…

Al termine di quell’incontro la mia prima reazione era stata di pensare “povera donna”, quello che avrebbe dovuto affrontare, a cosa sarebbe andata incontro. La donna mi aveva confidato tutte le sue preoccupazioni, dalle più sciocche, aveva paura che sua sorella non si ricordasse di dare a Clipper, il suo adorato cagnolino, solo carote bollite alla sera e le crocchette alla mattina, fino a quelle più comprensibili, la paura di soffrire per conquistare la morte. Ricordo che mi aveva atterrito l’idea che la morte potesse essere considerata una conquista.

Ritornata nella camera, trovai le altre due donne che borbottavano tra di loro criticando il lavoro dell’infermiera di turno, erano rimaste molto amareggiate e notai nei loro volti un profondo senso di frustrazione. La più anziana era già da parecchie settimane in quel letto, aveva già provato la chemio, era inasprita dall’insuccesso della terapia e la cosa più triste era il fatto che fosse sola. L’altra era più giovane, piena di fiducia nelle nuove scoperte scientifiche e con una viva adorazione verso i medici, che evidentemente vedeva come suoi salvatori. Secondo le loro dichiarazioni l’infermiera in questione era piombata in camera, le aveva svegliate bruscamente per rilevare i dati che le servivano e lamentandosi che lei avrebbe dovuto staccare già un’ora prima, ma l’avevano trattenuta perché la collega che doveva arrivare era rimasta bloccata nel traffico, aveva concluso la sua commedia affermando che quell’ospedale era ormai diventato un carcere per lei…

Era il compleanno di mio figlio, quel giorno staccavo alle 14, mezz’ora dopo dovevo andare a ritirare la torta e alle 15 avevo appuntamento con mio marito per preparare la festa. Poco prima di togliermi il camice mi arrivò la notizia che la collega che avrebbe dovuto sostituirmi si era ammalata e, finché non trovavano un’altra al suo posto, io avrei dovuto restare in reparto. In quel momento la mia testa si sovraffollò di orari, appuntamenti, panini e palloncini. Il letto 3 della stanza 9 mi chiamò, non ricordavo neanche il nome della paziente, tanto ero arrabbiata. L’anziana, operata da poco all’anca, voleva sapere se era arrivato suo figlio, perché era stata da poco trasferita in quella stanza e temeva che il figlio non la trovasse. Io le risposi bruscamente che non era compito mio dirigere il traffico nell’ospedale e che comunque non era quello l’orario delle visite.

Ritrovai nelle due donne, quegli occhi impotenti e delusi che avevo lasciato nel letto 3 della stanza 9.
Nel raccontarmi l’accaduto mi accorsi che cercavano in me un senso di comprensione, quasi un’approvazione e sentii che ero dalla loro parte… ormai ero dall’altra parte dello specchio. Avevo appena indossato la camicia da notte che mi ero portata da casa, mi infilai nel letto e osservando fuori, il corridoio, quella frenesia  che una volta mi apparteneva e che ora stonava con la malinconica quiete di quella stanza, chiusi gli occhi…

Era una mattinata piuttosto movimentata, avevo fatto più volte il giro del reparto eppure in ogni momento qualche chiamata mi distoglieva dal lavoro che stavo facendo in quell’istante. Come se non bastasse arrivò il primario, un uomo magro, piuttosto alto, le sue proporzioni accentuavano la scordinatezza dei movimenti, era sempre di corsa e parlava sempre in modo affannoso. Anche questa volta introdusse la sua richiesta con un patetico “ti prego è una questione di vita o di morte…” che certo poco si addiceva in un ospedale. Aveva promesso alla sua ex moglie che quel pomeriggio sarebbe andato a prendere lui sua figlia fuori da scuola e non poteva trovarle una scusa anche quel giorno, quindi mi affidò l’incarico di comunicare a una donna di 45 anni, casalinga, che aveva un tumore ai polmoni. Gli unici dati che mi aveva riferito aveva dovuto leggerli sulla cartella che mi aveva appoggiato sulla scrivania. Stava già uscendo quando gli chiesi come si chiamasse la donna, lui si girò e con un sorriso sarcastico mi rispose che dai test non era risultato il nome. Rimasi bloccata, certo non avrei dovuto più stupirmi della freddezza e dell’indifferenza di alcune persone, soprattutto se si chiamavano dott. Rismondi, figlio di cotanto padre, eppure non riuscivo ad abituarmi. In sala d’aspetto era seduta una donna, stringeva nervosamente fra le mani una borsetta, dimostrava più dei 45 anni che aveva. Quando la chiamai si alzò, mi guardò con uno sguardo assente e mi seguì. Introdussi il discorso dicendole che purtroppo avevo una cattiva notizia da comunicarle… lei mi interruppe chiedendomi cosa fosse una cattiva notizia. La domanda mi spiazzò, ricordai di aver letto la risposta da qualche parte, ma al momento non mi veniva in mente, probabilmente perché la risposta l’avevo sempre ritenuta scontata. La donna aveva perso il figlio qualche anno prima per problemi di droga, si era sempre accollata questa colpa ritenendo di non esser stata una buona madre, il marito l’aveva lasciata subito dopo il matrimonio, lei viveva sola con i pochi risparmi che aveva da parte… la morte la vedeva come una conquista…
Più tardi rilessi la definizione di cattiva notizia: “ogni notizia che modifica radicalmente ed in modo negativo la visione che il paziente ha del proprio futuro”, capii perché l’avevo rimossa, davo per scontato che ogni persona avesse una visione del proprio futuro…

Mi svegliò una mano calda sul viso, era quella di Sara, che mi aveva portato la colazione. Era passata quasi una settimana da quando ero entrata in quell’ospedale. Sara si sedette vicino a me e con voce composta mi disse “devo darti una cattiva notizia…”. Accennai un leggero sorriso e pensai “che cos’è una cattiva notizia?”

L’operazione era riuscita, mi avevano asportato la mammella sinistra con tutto il nodulo. Mi guardai allo specchio e vidi una donna a metà, non era una donna deformata, era semplicemente privata di una sua parte. Mio marito e mio figlio mi erano stati molto vicini in questo ultimo periodo eppure io volevo respingerli, forse per un senso di vergogna, o forse non volevo sentirmi vittima, avevo bisogno del loro sostegno ma allo stesso tempo volevo cavarmela da sola.
Non volevo che loro prendessero il mio posto…

Era una donna in avanzato stato tumorale, la seguivo già da parecchi mesi, le numerose chemioterapie non avevano avuto alcun effetto, tra i medici c’era un comune stato di rassegnazione, lei stessa lo aveva capito, il marito no. Lui non voleva accettare quella realtà, continuava ad incitare i medici a provare nuove cure, tentare, sperimentare, riprovare… lui stesso incentivava la moglie a continuare le terapie, e lei, per non deluderlo continuava a resistere, era straziante. Quando la donna morì, tra la disperazione del marito si intuiva un senso appena percettibile di liberazione, lui fino alla fine aveva avuto paura di portarsi sensi di colpa, aveva avuto paura di non aver fatto il possibile.

Sono tornata a casa, i quattro mesi sotto osservazione mi avevano fatto sentire come un criceto su cui è stato testato un nuovo cosmetico. Mi hanno assicurato che sono guarita. Perché io ce l’ho fatta? È una questione di fortuna? Di forza interna? Non me lo so spiegare, e la risposta non si può trovare in nessun libro. In questi mesi nella mia memoria ho ritrovato numerosi volti, persone tanto comuni quanto diverse, che sono apparse nella mia vita e che involontariamente hanno lasciato un tassello in questo grande puzzle che è la vita. Siamo noi stessi a renderlo tanto più grande quanto più siamo disposti a crescere.

“OGNI INDIVIDUO È UNICO E DIVERSO
DA OGNI ALTRO INDIVIDUO
COSÌ COME OGNI MALATO È UNICO E DIVERSO
DA OGNI ALTRO AMMALATO
È UNA PERSONA IN EVOLUZIONE CONTINUA”

 

5 pensieri su “Il paziente visto allo specchio”

  1. E’ una antica belva il “tumore”, sempre in agguato e colpisce alle spalle. Quello che succede dopo é un iter “personale” e diverso da ogni individuo. Il saperlo “raccontantare” con “freddezza e determinazione”, é già una battaglia vinta nei suoi confronti. Io, ad esempio, non dico MAI che ho vinto la guerra, perché, per quanto mi concerne, sono sempre in trincea e con una pallottola in canna, ma non mi pesa, ci sono abituata.
    Un racconto veritiero, di questo tempo.
    Cinque stelle re buon proseguimento.
    sandra

  2. Un bel racconto.
    Non importa se autobiografico o no, ciò che conta è la testimonianza, la certezza che ogni ammalato è unico, perchè ogni uomo ed ogni donna sono unici davanti alla vita.
    Quando poi il vivere porta a passare attraverso un’esperienza così radicale di cambiamento di ottica, ogni momento successivo è un trionfo, una scoperta, una rinascita.
    Un bel racconto, dicevo, scritto con il ritmo giusto, con i flashback opportuni, con il confronto tra il come ero e il come sono e mi sento io, quando nessuna teoria è più sufficiente a fare da supporto e la concretezza dell’esperienza personale porta a vivere ciò sembrava scontato e abitudinario.

    anna

  3. Senza Parole.
    Quello che ho intravisto è che dal momento in cui si conosce la propria e inaspettata “cattiva notizia” o forse già da quando la si intuisce senza che qualcuno ce la comunichi, si crea una sorta di barriera, un muro, forse una protezione tra il paziente e il mondo esterno. Tra le emozioni che prova un ammalato e tutto ciò che sta fuori dalla sua stanza di ospedale. Le due cose hanno un ritmo diverso. Il mondo continua la sua vita normale, le sensazioni di chi ha un male dentro sono lente, monotone, logoranti.
    Forse è più dolorosa la paura, l’essere trattati con quella strana accondiscendenza, con quel sorriso pietoso, che il male ed il calvario delle cure.
    Sono pienamente d’accordo con il tuo epilogo ed aggiungo, come ho già detto, che anche la sofferenza è diversa.
    A rileggerti presto.
    Raf

  4. Un racconto molto doloroso, scritto con molta sincerità, e con la consapevolezza che la sofferenza cambia la prospettiva della vita, e che niente è più com’era, tutto quello che era scontato e ovvio e sicuro, diventa precario e tutto assume un’importanza diversa, ci si proietta in una dimensione dove anche un sorriso, una parola diventano una speranza a cui aggrapparsi. Mi hai colpito con questo racconto, ma soprattutto mi ha colpito la tua forza interiore, complimenti. Spero di rileggerti presto. Ciao da Betta

  5. Sono rimasta enormemente colpita da queste parole: “…la paura di soffrire per conquistare la morte”.
    Considerare la morte come una conquista fa rabbrividire, ma evidentemente per chi soffre sia fisicamente che moralmente ogni giorno sempre più, con la consapevolezza che purtroppo non c’è nulla da fare, è una liberazione, un traguardo, una degna conclusione di una vita che tanto può averci regalato e tanto può averci sottratto.
    No, io proprio non me la sento di condannare i malati terminali che desiderano trasformare il loro corpo in spirito, perchè mi si spezza il cuore a vedere le persone che soffrono per un male e che pur lottando e facendo tanti sacrifici, non vengono ricompensati in questa vita terrena.
    Loro stanno giustamente sperando in qualcosa di più bello là dove nessuno di noi ancora sa cosa ci sia… è naturale, è umano provare almeno a crederci quando qua tutto è ormai stato tentato.
    Come dice Lara, a cui vanno i miei complimenti la mia stima per il coraggio e la determinazione narrati e/o vissuti, siamo persone in “evoluzione continua”; forse anche la morte altro non è che un’evuluzione della vita, anche se a me spaventa molto…
    In bocca al lupo a tutti coloro che stanno attraversando un periodo non bello… coraggio!!!

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