Sogno albanese

Ce l’ho fatta! Esclamò Jeney dopo aver constatato che il sassolino da lui lanciato, sfiorando la superficie dell’acqua aveva guizzato ben sei volte, contro le quattro di quelli lanciati dai suoi compagni. Era uno di quei pochi momenti in cui i tre giovani di Berat (Albania), si adagiavano lungo la riva del fiume Osum, per ricrearsi dalle ansie dovute a una vita sofferta a causa della situazione del loro paese. Erano i momenti in cui potevano dimenticare per un attimo il dolore e abbozzare nuove speranze, come se quel semplice gesto di lanciare i sassolini, insieme al quieto scorrere del fiume e al silenzio della natura intorno, stimolassero nuova fiducia e nuove energie. Kolba e Kiv rimasti orfani in tenera età, per la morte del padre, dovevano da anni arrangiarsi nella saltuaria vendita di pesce essiccato, e insieme al modesto guadagno della madre che confezionava fiori di plastica erano riusciti a sopravvivere, del resto non c’erano altre prospettive per i due fratelli, come per moltissimi altri Albanesi. Il loro compagno Jeney viveva con i genitori lungo la periferia della città, e quasi da solo provvedeva al sostentamento della famiglia effettuando consegne di merce, aveva una sorella di nome Keila, più giovane di lui di qualche anno. Dei tre il più giovane era lui che aveva ventitré anni, mentre Kolba e Kiv ne avevano venticinque e ventisei. Avevano visto troppe volte soffocate nel loro animo aspirazioni e speranze, la loro vita si svolgeva nella contraddizione fra il grande desiderio di avvenire e le amare delusioni, ma nello stesso tempo sfidavano avversità e angosce per non soccombere, e il loro entusiasmo per un futuro migliore non si estingueva mai.

Per i tre giovani e per tanti altri come loro, tutto contribuiva a creare la necessità di ricercare una via d’uscita. E’ facile che quando un individuo si trovi in una situazione di grande disagio, prenda a cuore situazioni migliori, magari vissute in altri paesi. E fu la mattina del 15 maggio 1991 che Jeney, appresa in città una grande notizia, andò a riferire ai suoi amici: in città corre voce che si sta preparando un esodo verso l’Italia!

Alla notizia seguì qualche attimo di silenzio, allorchè i tre si guardarono l’un l’altro, e dal loro sguardo trasparì il messaggio che erano rimasti inchiodati all’idea, ritenevano infatti l’Italia un porto di salvezza per il loro futuro.

Giacchè l’incontro era avvenuto per strada, si incamminarono con l’animo acceso di speranza, mentre Kolba e Kiv pregarono Jeney perché andasse a pranzo da loro.

La madre dei due fratelli era intenta nel suo lavoro. Su di una cassapanca alla sinistra di lei, erano vari tipi di finti fiori e separatamente vari tipi di gambo, ed ella in maniera quasi devota, infilava il gambo ai fiori attraverso l’occhiello, e unendo i fiori otteneva dei graziosi mazzetti variopinti che deponeva in un cesto alla sua destra, e quando i tre bussarono alla porta, ella dopo aver confezionato un ultimo gladiolo, andò ad aprire accogliendo l’ospite con un sorriso.

Spero proprio di non disturbare! Esclamò timidamente Jeney.

E’ un piacere averti con noi! Lo tranquillizzò la donna accingendosi a preparare il pranzo.

In quel frattempo, i tre tennero consiglio su eventuali prese di posizione, dopo le notizie riferite da Jeney che prese la parola: In diversi punti della città, ho udito che c’è a disposizione un vecchio mercantile destinato alla demolizione, pronto a salpare, e che in città si prepara una partenza per l’Italia in Agosto. Potremmo andare oggi stesso per la città a sentire i particolari.

Kolba concluse: credo che anche i nostri genitori saranno entusiasti di vederci avviati in quest’avventura. Andremo per la città subito dopo il pranzo. Gli altri due annuirono.

Il semplice pasto fu consumato con una certa fretta, e dopo aver ringraziato e fatto i complimenti alla donna, per il pranzo, i tre giovani si avviarono per strada alla ricerca di precise ed esaudienti notizie, che ebbero la fortuna di trovare prima del tramonto, allorchè furono pronti a prendere la grande decisione.

Si ritrovarono la mattina seguente su una piazza di Berat, e ciascuno di essi si dichiarò disposto alla partenza. Kiv e Kolba prima di partire, avrebbero solo dovuto vendere alcune scorte di pesce essiccato, Jeney avrebbe continuato con le consegne fino al tempo della partenza.

Frattanto nel paese dominava un’atmosfera di malcontento generale, il popolo viveva in una ristrettezza economica alla quale non ci si poteva rassegnare, molti andavano in giro con abiti logori e i loro volti portavano i segni della povertà.

Ma proprio in quei giorni, soprattutto nei giovani, serpeggiava per le vie della città un certo entusiasmo, ed era tutto un fluire ed un fruire di notizie, e si facevano preparativi di partenza.

Non v’era alcun dubbio! Il vecchio mercantile sarebbe salpato per l’Italia nell’agosto di quello stesso anno, con a bordo tutti quelli che vi avrebbero trovato posto pagando un prezzo esoso a “chi“ aveva organizzato l’evento, e di questi “chi“ preferisco non indagare in questo racconto.

Per i due fratelli e Jeney come per tanti altri, stava forse per aprirsi un nuovo capitolo, ed il rinnovato entusiasmo aveva fatto dimenticare per un attimo tante sofferenze passate.

Tre giorni dopo però, una deludente notizia faceva il giro della città, il vecchio mercantile che avrebbe dovuto servire per la traversata dell’Adriatico, era già stato avviato alla demolizione, e ciò in un primo momento creò molta amarezza, in quanto esso aveva rappresentato una grande opportunità, ma ciò non bastava più a sopprimere la grande determinazione, di quanti vedevano nell’impresa una via di salvezza.

Nei giorni successivi i tre compagni si recarono spesso in città per seguire gli sviluppi della situazione, ma restava ancora insoluto il reperimento di un mezzo per la traversata.

Fu solo dieci giorni dopo l’arrivo della prima deludente notizia, che Kiv e Kolba mentre facevano la loro vendita, appresero che era stato approntato un nuovo “rottame” per l’imbarco, ed era stato anche fissato il giorno della partenza. La notizia si diffuse rapidamente e i due fratelli non tardarono a riferirla al loro compagno.

I giorni che precedettero la partenza sembrarono molto lunghi. Chi era pronto a partire faceva gli ultimi preparativi. Kiv e Kolba vendevano l’ultimo pesce mentre Jeney faceva le ultime consegne, finchè arrivò il giorno degli addii.

In una calda giornata di agosto si svolgeva la scena dell’imbarco e della partenza. I nostri tre giovani avevano raggiunto per tempo il porticciolo di Valona, dal quale sarebbe avvenuta la partenza. In esso era un brulichìo di uomini donne e bambini che in fretta e confusione si accingevano a salire sull’imbarcazione già in parte occupata, che cominciava a  sembrare come un qualcosa che fa pensare ad un frammento di cibo invaso dalle formiche.

La drammaticità della scena era accentuata dal distacco di chi partiva da chi rimaneva, e dal fatto che molti si imbarcavano arrampicandosi da ogni parte con delle funi, un po’ come si fa per evadere da una prigione. Kiv Kolba e Jeney avevano salutato precedentemente i loro parenti, che non erano sul porto, mentre Keila aveva accompagnato il fratello e ora lo abbracciava.

Tutti e tre si dispersero in quella calca, e a modo di chi si accinge a fare una grande conquista, riuscirono ad arrampicarsi e a trovare posto su quel relitto galleggiante.

Dopo circa un’ora esso salpò, ed appariva ora quasi del tutto ammantato di profughi, molti dei quali pendevano ancora lungo le funi lateralmente allo scafo, cercando affannosamente di trovare un posto. Iniziò la traversata, inizialmente per un buon quarto d’ora regnò sulla navicella una certa quiete, un silenzio turbato solo da qualche mormorìo e qualche lamento di bimbi, e quella compostezza pareva attestare incertezza e meditazione, in seguito però alcuni presero la parola proponendo cosa fare a sbarco avvenuto.

La vecchia navicella col suo carico umano procedeva lentamente, inclinata su di un lato e con la prua leggermente rialzata. Jeney che si trovava arrampicato su di un albero, scorse i due compagni che nel frattempo si erano ritrovati ed erano a prua. Agitò a lungo le braccia chiamandoli ad alta voce, fino a quando essi scorgendolo gli diedero risposta, cercò quindi il modo per raggiungerli.

Passavano le ore e in diversi punti del naviglio, si potevano scorgere quanti mal tolleravano il viaggio avvertendo malessere. All’ora convenuta fu consumato un magro vitto.

Ora che l’impresa era iniziata, regnava l’ansia per l’esito che avrebbe avuto.

Il viaggio si svolgeva in mezzo a varie difficoltà, molti si erano imbarcati in precarie condizioni di salute. Quando le prime motovedette italiane avvistarono il naviglio carico di profughi, comunicarono subito la notizia alle locali capitanerie di porto. Per l’Italia l’imminente arrivo di quegli Albanesi, rappresentava un problema che andava ad aggiungersi ai non pochi problemi interni. Iniziarono quindi per il nostro governo, le consultazioni per far fronte all’evento, mentre per il “relitto” con tutto il suo carico umano, si avvicinava il momento dell’approdo a Brindisi.

Quando avvistarono la costa, dopo un po’ guardando in quella direzione, sembrava di scorgere sul porto, come una fila di birilli che man mano avvicinandosi, si rivelò come lo schieramento delle forze dell’ordine preposte al controllo della situazione . Ancor prima dell’approdo molti sulla navicella si preparavano allo sbarco e ad approdo avvenuto, la scena fu più drammatica della partenza poiché i profughi saltavano giù con foga, e i poliziotti avevano circoscritto il luogo. Lo sbarco fu compiuto. Kolba cominciò a gridare: Kiv! Ma Kiv era introvabile e al suo posto sbucò Jeney che disse: Ho sentito che chiamavi tuo fratello e per questo ho potuto raggiungerti. I nostri due amici come gli altri sulla panchina erano disorientati, si aveva l’impressione di non riuscire a portare a termine l’impresa. Kiv pareva proprio che mancasse.

Non tardarono ad arrivare i provvedimenti Italiani. I profughi Albanesi sarebbero stati assistiti e successivamente rimpatriati con un ponte aereo. Durante il breve periodo di permanenza a Brindisi fu quindi approntato il servizio sanitario, e associazioni di volontari si prodigarono per offrire assistenza. Fu data a ciascun profugo una piccola somma in denaro, e i più non opposero resistenza durante le operazioni di rimpatrio. Altri tennero più duro e per altri ancora fu necessario l’uso della forza. Anche Kolba e Jeney si avviarono docilmente al rimpatrio.

Finiva così un sogno e all’entusiasmo della partenza seguiva ora l’amarezza della delusione.

Dovevano ora portare questa delusione a coloro ai quali avevano da poco mostrato speranza.

Un raggio di gioia illuminava però l’animo dei due compagni, avevano infatti appreso che Kiv era riuscito a farsi strada, e ciò significava che forse per lui, si apriva un nuovo capitolo, e non tutto era stato inutile.

 

7 pensieri su “Sogno albanese”

  1. Ho letto questo racconto “di vita” come la pagina di un diario di un altro che racconta un’esperienza sua, più che un fatto capitato ad altri.
    Parli di un episodio di quasi vent’anni fa.
    Molte cose ora sono diverse, credo che molte soluzioni siano state trovate.
    Racconti, quasi con distacco, di uno di quegli avvenimenti che hanno cambiato un’epoca.
    Non ti dirò come io, in America in quel momento, guardavo la televisione ad occhi sgranati per quel primo carico umano e a cosa pensavo.
    Mi limito a complimentarmi con te per il modo in cui hai raccontato.
    Un modo semplice, chiaro, visto “dall’altra parte” e dimostrazione che non tutti i sogni si infrangono all’alba.
    La realizzazione di un sogno ha un prezzo.
    Non ho mai creduto a chi dice che è solo questione di fortuna.
    …e mi hai fatto ricordare di un altro episodio, quello di una bella coppia di giovani albanesi che dalla Puglia un paio di anni fa fotografava in una giornata di sole la costa di fronte; piangevano; non so perchè.
    Ciao
    anna

    5 stelle

  2. Grazie Anna per il tuo commento. In effetti questo racconto l’ho scritto parecchi anni or sono, ed è rimasto per tanto tempo in un cassetto. In una tua precedente risposta ho notato che scrivevi caro/a, be anche se Rubino è un nik ambiguo, in realtà sono un uomo e sul mio profilo c’è qualcosina di più. Ciao

  3. Carissimo,
    ti chiedo scusa.
    Qualche volta sono curiosa, qualche altra no.
    Non ho controllato… anche se mi pare che tu non racconti molto di te.
    Ma non è questo che importa: quando una storia è bella, lo è anche se non si sa nulla del suo autore.
    Siracusa, però, mi dice tante cose; mi parla di una città bellissima, di un paesaggio indimenticabile e di molto altro che forse un giorno ti racconterò.
    Ciao
    anna

  4. Non scusarti di nulla anna (ci mancherebbe!).
    Apprezzo gli elogi alla mia Siracusa, anche se quaggiù siamo un pò lontani dal resto d’Italia. Ciao

  5. Grazie angela, per scrivere questo racconto ho preso spunto da uno storico sbarco di parecchi anni fa. Ciao.

  6. Ho letto solo adesso il tuo racconto, che ho trovato molto bello. Hai reso bene l’idea del dramma che vivono tutti quelli che sono costretti a lasciare la propria terra.
    Complimenti e un saluto in compagnia di 5 stelle.

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