Il cane intelligente

(Questa è la storia di un’amicizia e di un cane che si chiamava Furbo, che tutti credevano scemo ed invece era intelligentissimo).

L’amicizia era nata in modo forzoso.
Spesso questo sentimento mette radici nel cuore degli uomini in modo imprevedibile.
Si diventa amici dopo un incontro casuale, perché si è presentati da amici comuni oppure perché si nasce nello stesso luogo o anche perché si frequenta la stessa scuola materna e ci si vede poi tutti i giorni o quasi, finché ci è dato di vivere o, perfino, perché ci si conosce in un luogo di villeggiatura lontano e i contatti non si perdono nel mare delle promesse vane e il “Mi raccomando, non perdiamoci di vista, fatevi sentire!” funziona davvero.
O, infine, ci si ritrova sperduti a vivere in un paesetto nuovo dove si è stabilito di andare ad abitare, lasciando la città ben conosciuta, perché si decide di “vivere in campagna”, ignari di tutto quanto comporta un cambiamento così radicale.
E’ questa una scelta eroica che come un fuoco sacro prende molti che vivono una vita piena di impegni e desiderano fare il grande salto nel buio che apre orizzonti inattesi: dallo sconforto del sentirsi improvvisamente soli, alla scoperta che si può coltivare un orto e mangiare insalatina fresca e frutta nostrana, a condizione che si riesca a tenere a bada lumache e parassiti.

Le due donne che si erano conosciute agli inizi di settembre, quando era iniziata la scuola dei loro figli, erano i prototipi di persone completamente differenti.
Una, Lucia, pugliese, si era trovata catapultata a Milano seguendo il marito che si sentiva artista, ma che di fatto si occupava dell’ufficio vendite di una multinazionale, inseguendo il sogno di affermarsi come scultore e gettare alle ortiche gli studi di economia fatti controvoglia. Lei lo amava con lo stesso impeto dei quattordici anni, allorché lo aveva visto per la prima volta nel gruppo degli amici di suo fratello e lo aveva confessato alla mamma che, con la preoccupazione delle mamme del sud di un tempo, l’aveva ritirata dalla scuola per difenderne la virtù e proteggerla da ogni tentazione. Quando, passati gli anni, il sentimento si era concretizzato nel matrimonio, Lucia aveva seguito il suo uomo con i due figlioletti, una femminuccia ed un maschietto, ovunque egli fosse sospinto dalla carriera e dal fuoco sacro dell’arte che lo possedeva.
Negli anni Ottanta erano finiti a Milano e da lì nell’hinterland dove con l’aiuto dei genitori avevano fatto costruire una villa con un bel giardino ed un grande orto.
Lucia era una perfetta padrona di casa, come le aveva insegnato la mamma negli anni di quella sua giovinezza virtuosa e sapeva destreggiarsi in ogni genere di compito familiare: dal cucito alla coltivazione dei prodotti dell’orto, dalla perfetta esecuzione delle faccende domestiche all’accurata attività di cucina che prevedeva la produzione casalinga di pane, focacce, formaggio, manicaretti di ogni genere, dolci meravigliosi ed indimenticabili.
L’altra donna, Anna, si intendeva poco di economia domestica.
Era nata nella grande città, aveva studiato, lavorava ed era una donna appagata dalla sua vita di donna moderna.
Sposata e con un bambino piccolo in età d’asilo, da un giorno all’altro, assecondando il desiderio del marito che desiderava abitare in un casa grande con tanto spazio in cui poter dar sfogo alla sua passione per il fai-da-te, aveva lasciato il suo appartamento in centro città e si era trasferita con la sua famiglia nella villa comperata quasi per caso e senza troppo riflettere sulle conseguenze che un cambiamento così radicale avrebbe causato per tutti.
Ne era seguito per lei uno sconforto profondo: aveva lasciato i suoi amici, le vie del quartiere in cui abitava con le ricche  vetrine multicolori e i luoghi di ritrovo interessanti, il caos frenetico della sua Milano, in cui era nata, per scoprire che un paio di mocassini comodi erano la miglior calzatura per passeggiare, i blue jeans ed una maglietta erano il miglior abbigliamento per pedalare in bicicletta col figlioletto Luca di pochi anni che andava scoprendo la difficoltà di catturare una lucertola e la bellezza di inseguire una farfalla svolazzante nel prato.
La “natura”, però, non faceva per lei che amava appassionatamente la “civiltà” e le comodità della vita cittadina.
Pensava che si sarebbe annoiata a morte, se non avesse avuto modo di conoscere qualcuno con cui trascorrere un po’ di tutto quel suo tempo libero, soprattutto, quando, cominciato l’anno scolastico, il suo bambino aveva iniziato a trascorrere buona parte della giornata a scuola con i nuovi amichetti e con le suore dell’asilo e il marito, tutto preso dal suo lavoro, continuava a vivere nel caos della città per bearsi della campagna in quelle poche ore in cui dormiva ogni notte e allora un letto sarebbe valso tanto quanto un altro, a prescindere dal luogo dove fosse collocato.
Un’improvvisa e piacevole sorpresa diede una svolta decisa alla sua tristezza: aspettava un secondo bambino che sarebbe nato nell’estate successiva e l’idea di lui cominciò a farle compagnia in quei giorni di autunno e di inverno d’attesa.
Aveva conosciuto Lucia che incontrava per strada nell’andare e venire da scuola e scambiava quattro chiacchiere con lei sui figli, sulla vita nuova, sul bimbo che sarebbe nato e fu colpita dall’entusiasmo di lei e dal desiderio di fare una quantità di cose che mai avrebbe pensato fosse possibile realizzare.
Scoprì che Lucia sapeva come fare il formaggio e ne aveva dato una dimostrazione ai bambini della materna e delle elementari, compagni di classe dei suoi due figli, Peppe e Laura, ma sapeva anche fare il pane, la pizza, i panzerotti, i biscotti – al latte, con le mandorle, glassati, – i grissini, i tarallini, le torte –  di carote, con la crema, al cioccolato, alle mele ed ogni possibile variazione di crostata -, i bignè, le marmellate, i liquori, i sottaceti e  – “udite, udite!” –  i salami.
Ne parlava come se fosse una cosa normale, comune tra le donne di casa. Non farlo sarebbe equivalso ad una ammissione di incapacità ad assolvere il ruolo di moglie, madre, donna, Italiana, abitante del pianeta Terra e della Via Lattea intera.
Anna, superati i primi mesi di nausee gravidiche, era affascinata da questa faccenda della nuova amica che si riconosceva casalinga e sapeva gioirne, lei che comprava il prosciutto ad etti e di maiali non ne aveva visto neanche uno in vita sua.
L’idea dei salami fatti in casa le ricordava le estati dell’infanzia, la casa della nonna, gli odori e i sapori buoni che si perdevano nei ricordi di anni lontani che non c’erano più.
Cominciò a parlarne col marito, dapprima con meraviglia, poi con ammirazione, quindi come possibilità ed infine come una necessità: perché non condividere l’esperienza?
Sembrava fosse una cosa possibile e perfino facile.
In fondo, che ci voleva?
La carne fresca, il sale e il vino, gli aromi, il budello, un coltello affilatissimo, tanta pazienza e voglia di fare.
Lui si lasciò convincere.
L’altro marito, l’artista mancato, diede fondo al suo senso pratico di dirigente d’azienda e decise che sarebbe stata un’esperienza unica anche per i bambini apprendere qualcosa che non capitava di vedere ormai più. Visto, però, che l’idea era di fare provviste per i mesi a venire e per due famiglie che si sentivano disperse in una landa sconfinata, decise per tutti che le cose si sarebbero fatte in grande, ricorrendo all’aiuto del “Punsiàn”, ovvero di Luigi Pastori, che doveva il patronimico a qualche antenato che si chiamava Ponzio, Ponziano o forse ad altro.
Costui era l’allevatore locale di vacche da carne e da latte di cui aveva fatto conoscenza acquistando per l’appunto il latte necessario a ricottine, formaggini e yogurt che la moglie preparava con cronometrica diligenza tutti i sabati mattina.
E il “Punsiàn” si dichiarò disponibile.
Macellò il maiale e provvide a tutte quelle attività norcine che al gruppo non sarebbero piaciute presentandosi una sera d’inverno con una montagna di carne che Anna non aveva mai visto tutta insieme, perché in città il macellaio provvedeva alle consegne a domicilio di quanto gli veniva ordinato per telefono.
Fu un’esperienza faticosissima.
Avvolti nei loro grembiuli, tagliarono, tritarono, lavarono col vino, salarono, aromatizzarono e lasciarono riposare; poi insaccarono, o almeno ci provarono, ma per loro fortuna il Punsiàn ci mise del suo.
Alla fine salsicce, salamini, lonzette, soppressate e capicolli erano pronti, bellissimi da vedere e di grande soddisfazione per tutti.
Grandi e bambini si sentivano fieri del loro operato.
Ringraziarono e pagarono il Punsiàn che si era divertito a trascorrere un po’ del suo tempo con quel gruppo di volenterosi. Alla fine li salutò e promise che sarebbe sempre stato disponibile per una sì bella compagnia e se ne andò a casa sua sorridendo sulle manie di quei nuovi compaesani che erano così diversi ed imprevedibili.
Fu a quel punto che sorse il problema.
I salami dovevano asciugare.
In un luogo asciutto, protetto, fresco e sicuro.
Gli uomini, mariti e padri responsabili, dopo diverse valutazioni, decisero che l’unico posto giusto per l’operazione sarebbe stato quella parte di casa che lo pseudoartista aveva riservato come suo studio di scultura, un bel locatone areato a cui nessuno avrebbe avuto accesso senza il suo permesso.
E così, tirata una fune da un capo all’altro dello stanzone salami e salamini vennero appesi dopo un ulteriore ripensamento: come sarebbero stati riconosciuti, una volta pronti al consumo? Avrebbero potuto essiccarsi in modo diverso!
La spesa era stata divisa in parti uguali all’origine, ma chi avrebbe potuto garantire ugual peso alla fine del processo di maturazione?
Sentendosi particolarmente accorto e previdente, l’artistoide economista decise che ogni salamino sarebbe stato contrassegnato da un cartellino col cognome della famiglia che ne era proprietaria.
Sembrò una cosa equa a tutti.
Scrissero i cognomi, appesero i salami e fiduciosi aspettarono.
Forse tutto sarebbe andato per il meglio se le due famiglie non fossero state anche padrone di cani.
La famiglia di Anna aveva un vecchio pastore belga, che nel passaggio dall’appartamento alla villa con giardino stava conoscendo una nuova giovinezza.
All’età matura di sette anni aveva scoperto che c’era qualcosa di più di una passeggiata al parco e al guinzaglio. C’era la nuova possibilità di correre abbaiando da un capo all’altro della recinzione, all’inseguimento dei pochi ciclisti che passavano di lì; poteva aiutare il padroncino Luca a catturare lucertole; poteva sentirsi libero in mezzo al prato o sotto il portico quando sognava orizzonti sconfinati di libertà, sdraiato, senza preoccuparsi di sporcare i tappeti di casa.
Anna, infatti, gli permetteva di girare per casa. Lo aveva sempre fatto quando erano in città, perché non concederlo ancora, se le abitudini erano queste?
Lucia e suo marito non erano così teneri.
Il loro cane, che si chiamava Furbo, ed aveva natali incerti, raramente rispondeva alla chiamata, perché era molto pigro e quando dormiva nella sua cuccia, non voleva essere disturbato. Inoltre era abituato a stare fuori: non gli permettevano di entrare in casa, perché un cane è un cane e i cani dormono nella loro cuccia in giardino. “Altrimenti che cani da guardia sono?”, sostenevano.
In aggiunta alla buona educazione, in nome della sana alimentazione, Furbo mangiava solo crocchette. Niente pastoni, avanzi, assaggi, spuntini né mollezze sibarite di nessun genere.
“I cani sono cani e non devono appesantirsi con pasti pesanti, altrimenti che cani da guardia sono?”. Dicevano.
“Già…”, pensava Anna un po’ rammaricata, “Solo chi non ama le mollezze sibarite, può avere così tanti sani principi e apprezzare la vita a contatto con la natura…. Che peccato non essermi accorta prima di quanto io sono sibarita…!”
… E considerava anche che non cerano locali in casa sua da cui il suo cane non passasse.
… E i salami in casa sua poteva darsi il caso che non fossero al sicuro da nessuna parte, anche se dalla cucina, nel corso degli anni, non era mai mancato nulla e il vecchio pastore belga non aveva mai rubato nulla…
… A casa di Lucia, invece…
… Quella sì che era organizzazione…
Passarono i giorni, le settimane e venne Carnevale.
Per il sabato grasso Anna organizzò una festa per gli amici di suo figlio ed invitò anche i loro genitori.
Cosa poteva offrire loro di meglio per la merenda che chiacchiere, tortelli e panini coi salumi fatti in casa, sfoggiando un’abilità che nessuno tra i suoi conoscenti mai avrebbe potuto immaginare?
Decise di chiedere a Lucia un paio dei suoi salamini per offrirli in assaggio agli amici.
Fu allora che cadde il cielo.
L’artista che non artisteggiava da tempo e da parecchio non metteva piede nel suo improbabile studio, fornito un doppio accesso, cioè dalla casa e dal giardino, scoprì, cacciandosi le mani nei pochi capelli, che Furbo, aveva riscaldato le sue giornate invernali di cane da guardia saltellando a più non posso per aprire la porta esterna del pensatoio artistico e, quindi, per raggiungere i salumi che erano stati appesi con tanta cura. Con orrore crescente si rese conto che il cane li aveva addentati uno per uno, tastandone la qualità personalmente, anzi, caninamente, ma, poiché era un cane di ottima famiglia, ben addestrato e di sani principi, aveva addentato, per fortuna, solo quelli sul cui cartellino c’era il cognome di famiglia, non quegli altri con il cognome dei vicini di casa.

Sono passati da allora molti anni, Anna ha imparato ad apprezzare le possibilità del vivere in campagna, perché sa che suo marito e i suoi figli ne sono felici, ma da quel giorno, ogni volta che qualcuno le parla di furbizia, non può fare a meno di considerare quanto furbo fosse Furbo e di quanto ingenuo fosse quel furbastro del suo padrone.

 

8 pensieri su “Il cane intelligente”

  1. Carissima, tutta la mia ammirazione alla signora Lucia, donna dalle mani ‘oro, ma anche alla signora Anna, milanese frenetica dalla scelta coraggiosa e dalla volontà di ferro.
    Furbo di nome e di fatto. Per quanto mi concerne, il mio Benny sta in giardino solo quando non sono in casa, altrimenti é la mia ombra. Questo comporta un maggior affaticamento da parte mia nel toglere continuamente peli con aspirapolvere e granata elettrica, ma non esisterebbe allarme migliore del guardingo Benny, che onestamente, non ha mai rubato niente, neppure le cose a portata di muso.
    Complimenti per il piacevole racconto e per la scrittura magistrale come sempre.
    Un abbraccio a cinque stelle.
    sandra

  2. Molto bello e scorrevole il testo e la storia è scritta molto bene. Complimenti all’autrice!

  3. Ciao Anna, ho appena letto il tuo racconto; è bellissimo e divertente!
    Leggendo, ho provato ad immaginare me e la mia famiglia fare salami, formaggi e altri prodotti simili:
    Chi sa se i miei cagnolini farebbero come ha fatto Furbo; Billy il cagniolino piccolo è molto abile nel saltare, direi che è un vero campione.
    Complimenti e un abbraccio in compagnia di 5 stelle.

  4. Mi piace il passo (il marito che si sentiva artista) non è sufficiente sentirsi artisti… e il cane furbo è l’esempio concreto di consapevolezza dei propri mezzi.

  5. Cara Anna, complimenti per il tuo racconto è davvero molto carino: un saluto Angela.

  6. E’ un racconto molto bello. Anche perchè sono 2 famiglie diversissime ma che si accolgono a vicenda. E’ Furbo era veramente furbastro in senso buono…

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