Mia Zigana

A volte mi chiedo se la realtà esiste davvero, se vegeta veramente nella natura delle cose, obiettiva ed intatta. Se sognando qualcosa gli conferiamo un peso, un senso e una vita. O se tutto ciò che accade è già stato modificato in anticipo, dalla nostra immaginazione.

…Oggi la luce è rosea, della stessa tinta dei fiori di camelia appena sbocciati nel mio giardino. Il mattino si affaccia alla finestra come una pesca spaccata e tenera, dalla polpa dolce e rinfrescante. Non ci sono segnali che annunciano qualche particolare evento; niente sussurra una nuova profezia.

Il giradischi antico a manovella con la puntina rossa simile ad un chiodo, canta di una giovanissima Donna, dalla vita sottile, adorna di una fine cavigliera d’argento.

Una deliziosa piccola zigana, dai capelli ondulati e ribelli color del rame, fregiata da tintinnanti braccialetti variopinti e da grossi cerchi ai lobi, che ciondolano contro la pelle levigata del collo. Le unghie smaltate di carminio acceso, come petali delicati di buganvillea. E le labbra cremose, dipinte della stessa gradazione.

Il grammofono gorgheggia di un incontro profumato di foglie d’alloro, dagli orli scuri, rigidi e intatti, in prossimità della conca salata del mare.

Sono bramosa di conoscere il prosieguo, l’accadimento che dovrà venire…

Lei ha passato l’infanzia ad ascoltare i racconti nei bazar del quartiere, frequentati da forestieri e paesani. Con una predilezione per un piccolo emporio, in prossimità del Porto. I Frutti di Mare.

Uno spaccio di piante, fiori, erbe e spezie. Colori aromi e profumi. Lo bazzica da sempre e ne conosce tutti i significati. Come le droghe, polveri ignote che transitano libere in queste contrade. Materie impalpabili ed effondenti calore; dosi prodigiose che spiegano i comandi ed esaudiscono i desideri. Le fragranze di vaniglia, strofinate ai polsi per allontanare i malpensanti; lo zenzero dorato per accendere il vivido ardore che brucia lento nei grembi vergini. La polvere di cumino per cauterizzare e rimarginare ogni ferita, e l’assafetida gialla, che spoglia ogni uomo della sua dolcezza ed è rimedio cardine nell’antidoto all’amore.

Ma Lei adora smisuratamente il peperoncino. L’aroma più potente e vigoroso. Con la buccia liscia e vermiglia. La magia del rosso e del piccante. Essenza rappresentativa del giovedì. Il giorno di Thor, il Dio dei fulmini e delle saette.

Solita a curiosare tra i vasi e gli scaffali del retrobottega, questa volta scorge un vaso sigillato, colmo di cornetti sodi e vermigli. Decide di aprirlo, ma il barattolo gli scivola dalle mani. Centinaia di dita di luce infuocate fluttuano a terra.

Presagio scarlatto d’Amore, di Passione e di Dolore.

Come presagito, tornando a casa quel tardo pomeriggio, lo incontra. Sotto le sferzate isteriche dei boati di un acquazzone. Le appare davanti, sulla pedana dell’arenile, a piedi nudi sul selciato rugoso.

Lei ha ascoltato tutto di Lui, nelle ciarle di bottega; nascosta nel retro a sperimentare innesti botanici per veder fiorire polloni fertili. Alto, scuro e spaventosamente bello. Ha la pelle tostata dal sole e i capelli sciolti, frustati dal vento. Come una fiera indomabile, investe e saccheggia ogni cuore, prima di sparire oltre la riga dell’orizzonte.

Adesso è lì, pronto a mettere a ferro e fuoco l’annunciata profezia. Aspro e selvaggio socchiude gli occhi, dinnanzi all’abbacinante distesa azzurra di una canonica comunione.

Ha percorso tutti i mari; da questi frammenti di specchi che piovano pungenti dall’alto, all’Oceano immenso, spalancato nelle fauci del cielo di piombo.

Sperimentando ogni genere di godimento, non conosce debolezze, anche se ferito, confuso e rabbioso. Quelle sensazioni imprigionate in qualche parte che Lei vuole carpire, per strapparle fuori all’odore salmastro dei rapaci marini. Sente un fremito sul palmo, là dove si è dissolta la sua piuma placoide tessutale. Il malefico stupendo animale inghiottito dai fastelli iridati dell’arcobaleno.

Si muove con l’ondulazione lenta e tranquilla delle creature acquatiche; un atteggiamento superbo e maestoso come quello di uno squalo taurus, che ravvisa sempre vittime di modeste e contenute proporzioni.

Forgiando tutte le pagine dell’amarezza, marca con un’orma immensa le sabbie mobili del suo cammino. Rimane fermo, per lunghi istanti, senza emettere un suono, senza salutare. Inchioda gli occhi e la guarda furioso, come volesse dilaniarla e sopprimerla.

Ha istillato nel petto, vuoto di credi, il più pericoloso dei sentimenti. L’infatuazione d’amore che, a guisa d’ebollizione, mette in subbuglio le schiette carezze addormentate nello sterquilinio delle umane e basse passioni.

L’odore pungente della pioggia si è diluito e l’aria è impregnata d’esalazioni aromatiche delle gramigne lavate dagli scrosci. Lei rimane in mezzo alle dune, con la chioma fradicia, a contemplare il prodigio. La volta intensa, con la sua scure affilata, ha spalancato il panorama stupefacente dei quattro orizzonti.

Ma il temporale battente li convince a riparare in una baracca. Il ripostiglio dei marinai.

Lei con la testa reclinata all’indietro e lo sguardo incrociato nei cordami delle battane, si dondola dolcemente immersa nel suo sogno ultraterreno, balbettando parole vaghe e incomprensibili. Rimane lì, al suo cospetto, in un’interminabile trance magnetica. Lo osserva minuziosamente comprovando una bellezza inverosimile.

La pinna del predatore con i suoi filamenti forti, gli occhi ferini del colore e della vischiosità del petrolio, il pettine malinconico delle ciglia nere lunghe ed incurvate, le labbra dal disegno perfetto e la piega offesa.

Come una statua scolpita di marmo scuro, abbandonata alla flebile colonna di luce che filtra dallo spazio siderale. Lo contempla incantata ed estasiata, ma lui risponde con una scintilla crudele e le pupille assenti. Un velo d’egoismo assoluto attraversa il volto e squarcia l’espressione.

Intimorita dal fragore dei tuoni e dalla veemenza dei suoi sguardi, vorrebbe andarsene, ma Lui l’afferra con un movimento brusco, come per acchiappare un mollusco selvatico.

La mano destra incede per portarla al condotto della sua ambizione. Lentamente le prominenze cominciano a torcersi ed ondeggiare in rapide spire. Un gemito inarticolato percorre tutta la lunghezza e tenta di raccogliersi in un doppio vortice di desiderio.

Lui drizza la testa folta ed incandescente dalla fauce dischiusa che effonde un sibilo prolungato: “Fammi entrare”.

Sospesi pensieri incalzano in un anello sconnesso nell’antro profondo della forgia discriminatoria. Quello che spera di udire sono i suoi limiti all’interno della cintura di cuoio. Due esseri che si avvicinano a loro insaputa e respirano in uno stesso fondamento. Lui risale senza tema sulla china del dubbio remoto.

Approfitterà della condizione e della sua spada stanca e piegata nello zelo del compiacimento. Lei ha sempre mostrato ripugnanza per il modo strumentale offerto a colmare gli influssi ispirati.

Nelle sostanze create, incompiute ma perfettibili, gli artifici non elevano le materie all’onere del sentimento Sacro oppure Profano. In virtù della loro funzione servile, il corredo non espleta la funzione di un cerimoniale.

La corona dai quattro chiodi simula le vigorose braccia che s’apprestano ad impugnare il manico di una frusta con le valvole di pelle, simile ad una grossa verga infilata sotto la coppa di un involucro. Adattare la coda ad una curva variabile incartata di vagiti postumi, tradisce e maschera l’efficacia della poesia nella prima violazione.

Lei si scosta raccogliendo un’occhiata di supplica e sollecitudine. Non è grave questo abuso.

La vogliosa vigilanza scopre qualsiasi travestimento della carne e non squilibra l’economia delle due sfere. Lui insiste e s’infiltra con forza in amalgama, con un unico mezzo in un solo utero.

Bramoso di arrogare l’embrione fatale esalato dalle sue colpe, raddoppia ancora e ancora per dare fuga ai travestimenti e ricercare l’essenza ultima della sua anarchia penosa e turbolenta. Pullula infinito tra le membra, nel segno fatale che riconosce e bonifica ogni discernimento. La guarda dall’alto e ne rimane sconcertato.

Considera le sue forme vuote: la bocca, le orecchie, le narici, simboli minori del proferimento, dell’assentimento e della privazione.

Rimane represso nelle sue velleità peccaminose ammantate dal respiro gitano, languido e contratto. Si liberano dell’abbraccio ed escono fuori fissando il mare.

Scorgono i fasci orgogliosi che avvolgono l’ignominia, risorgendo splendenti dagli atolli improvvisi. Attraverso gli occhi di Lei, minuscoli fragili filamenti rossi, possono vedere ora le fondamenta dell’universo; nei nascondigli del vento, nelle pianure dove pascolano le nubi, nei depositi d’affusolata grandine, nell’estensione degli aridi deserti.

Trasuda l’anagogica tracotanza in un solo Spirito ed in una sola Donna.

Ha cessato di piovere. La tempesta si è quietata. Il crepuscolo ammutina sui tetti lasciandosi sedurre dall’incendio delle dalie rosse arancioni e gialle stagliate nelle aiuole del Lungomare.

Le ombre danzanti dell’acqua disegnano in lontananza onde di tulle nel cristallo dei marosi abbaruffati.

In una sera profumata come questa, in cui la natura si dispiega in armonia, dove le auree si sussurrano tra loro, baciando i festoni orgogliosi dei rami di siliquastro, io ho compreso…

Il peperoncino come un gesso di colore acceso che disegna cifre e segni. Il simbolo di un’equazione che mostra i logaritmi segreti che reggono l’infanzia, la giovinezza ed il futuro. Assolvo così l’enigma riflesso nell’insolita scheggia di vetro aggrappata alla parete vuota della mia stanza.

La luna resta indietro. Si paralizza il vento. I bordi elastici del mare cedono.

Il manico del coltello si china per baciare la lama.

Riguardo quel fodero, il guizzo fecondo che ha inciso forte la rena costellata d’impronte intrinseche e di petali acerbi ed ibridi.

Rubati ai Frutti di Mare.

Mi hanno tracciato la nuova casa.

Una speranza.

Il mio destino.

Mia zigana…

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