La resa

Il portiere di notte di un Motel è sempre come un vecchio amico. Un solo sguardo vale più di mille parole, si dice, e in questo caso è perfettamente vero. Un’occhiata, e le regole sono dettate: “Qui non mi avete mai visto, il mio nome non lo sapete” e via dicendo. Tutti quei discorsi da thriller di serie B, dove il Motel è teatro di un delitto passionale e l’assassino è sempre il maggiordomo. Eppure, ogni tanto, capita di sentirsi come i protagonisti di quei filmetti. Capitare per caso in un motel e scoprire che il portiere di notte è un vecchio amico, e non solo per modo di dire, ma perché lo è davvero, un vecchio amico, un conoscente di tanti anni fa. Il suo viso è singolare, riconoscibile tra un milione di altri volti: gli occhi azzurri come il mare e i capelli, ingrigiti prima del tempo, che stonano con la faccia paffuta, da ragazzino. Ma non fosse per quegli occhi, rimarrebbe nell’anonimato dell’impiego amministrativo, forse. Si sente un po’ così del resto, un anonimo impiegatuccio, anche se solo all’apparenza: chi lo conosce sa bene che quell’uomo è tutto, meno che un anonimo impiegatuccio. Lei è una di quelle persone, di quelle che sanno che non può essere un tipo qualsiasi. O meglio, diversi anni fa non avrebbe risposto diversamente, a una simile domanda; son passati tanti anni, è vero… risponderebbe allo stesso modo? Sicuramente sì.
E dunque, scoprire che il portiere di notte è un vecchio amico.
Una sera d’inverno, glaciale, lei entra in quel Motel, chiedendo una stanza per la notte: non si sente bene, casa sua è ancora a tre ore di macchina, vuole riposare. Non appena il campanellino dell’ingresso suona il portiere si affaccia pigramente dalla reception e biascica un: “Sì, mi dica”.
La donna che gli sta davanti è completamente sommersa da strati di maglioni cappotto guanti cappello, le si vedono appena gli occhi. Mormora che desidera una stanza per la notte.
La signora ha bagaglio?
No.
Ha qualche preferenza per la stanza?
No, direi di no.
Desidera la sveglia, la mattina dopo?
Sì, grazie, alle sette.
Non ci sono problemi, signora.
Signorina, prego.
Ecco la chiave, signorina.
La ringrazio.
Buona notte.
A lei.
Il fagotto ambulante se ne va, volta le spalle alla reception e inizia a salire le scale. Il portiere la segue con lo sguardo, senza pensare a niente in particolare, solo un’altra persona che sfila nel carnevale infinito delle sue notti. Poggia i piedi sul tavolo e alza il volume della tv: Lakers vs Chevaliers. Niente male. Si perde nel gioco, segue la palla e non bada a nient’altro. Una mezz’ora dopo si sente chiamare: qualcuno davanti a lui si schiarisce la gola, Mi scusi. Alza lo sguardo, anzi, un occhio solo, con l’altro continua a seguire la partita. Sì. Avrei bisogno di un favore. Finalmente scolla gli occhi dalla tv. Sulle prime non riconosce la donna fagotto: adesso indossa la vestaglia che il Motel fornisce ai clienti, i capelli raccolti ancora umidi dopo la doccia. Fissa quel volto, un po’ perplesso. Ha già visto quegli occhi, da qualche parte, tanti anni fa…
“Beh, mi dica”
“Senta, io sto morendo di freddo, la doccia mi ha fatto bene, ma la stanza non è molto calda e non ci sono bollitori. Potrei avere qualcosa di caldo? Un thé, una tisana, un caffé se non avete altro”.
“Mi dispiace, ma la cucina è chiusa a quest’ora”
“Ovviamente, me lo immaginavo, ma non è che si potrebbe fare in qualche altro modo? Mi creda, sto veramente congelando”
La squadra con occhio critico: stesse davvero congelando non andrebbe in giro in vestaglia, forse. Ma le donne sono strambe, si sa.
“Guardi, io l’unica cosa che posso fare è darle un po’ di the del mio, ma ho solo questo, solo the, mi spiace”
“Va benissimo, la ringrazio”
“Attenda due minuti per favore”.
La donna si siede sullo sgabello del bancone, si guarda in giro, guarda la partita. Infine, il portiere ritorna, in mano due tazze di the fumanti.
“Grazie”.
Lui fa un cenno di assenso. Si siede dall’altra parte, lo sguardo sulla partita, ma perso nei suoi pensieri. Non riesce a capire chi gli ricordi quella donna.
“Lei è un appassionato di basket?”
“Come, scusi?” riscosso dai suoi vaghi ricordi, l’immagine che si stava formando si sbriciola.
“Dicevo, lei è un appassionato di basket?”
“Oh, sì, mi piace molto. E in notturna passano un sacco di belle gare. Lei segue?”
“Talvolta, sì… mio fratello era un giocatore, poi ha dovuto smettere per un infortunio; un peccato”.
Continua a fissarla. Ha le mani piccole, una donna così alta dovrebbe avere dita molto più lunghe.
Il viso affilato, i tratti delicati… piccole goccioline le si stanno formando sulle ciglia per il vapore del the. Di nuovo lei lo riscuote dai suoi pensieri con una domanda a bruciapelo.
“Tu non ti ricordi di me, non è vero?”.
Un flash. Qualche parola, e il portiere ricorda. Un’estate di tanti anni fa, il mare, il sole e due ragazzini, forse venti. Giorni spesi tra bagni, bicicletta e roller, la sera in spiaggia e poi a casa presto.
“Sei davvero tu?”
“Sì”
“Oh, Dio… ma quanti anni sono passati? Quindici, venti?”
“Più o meno”. Sorride.
“Hai ancora il tuo sorriso”
“Sei ancora tu”.
Per un momento sembra esserci dell’imbarazzo, la mancanza di argomenti forse, ritrovarsi dopo tanto tempo. Ma poi, poco a poco, la conversazione riparte e cominciano a parlare; a raccontare, raccontarsi. Due buoni amici, divisi dalle circostanze della vita, che si rivedono dopo anni. L’orologio scorre veloce, i toni si animano, una seconda tazza di the. Il lavoro la famiglia gli amici le aspirazioni cosa è cambiato cosa è rimasto. Chi eri, chi sei.
I primi raggi dell’alba fanno capolino dalle finestre.
“Direi che la sveglia non servirà”
“Direi di no”
“Vado un paio d’ore a letto, altrimenti non riuscirò a guidare nemmeno per cento metri”
“D’accordo”
“A che ora smonti?”
“Tra due ore”
“Ok”
“Ok”
“…”
“Beh, allora…”
“A presto”
“…a presto, sì”
“…”
“E’ stato bello rivederti”
“Anche per me. Buona notte”
“Notte”.

Quello che pensano entrambi è che sia stata una bellissima notte, ritrovarsi dopo così tanti anni e potersi raccontare il tempo trascorso lontano, ma nulla più. E invece, tempo dopo, lei entra di nuovo nel Motel. Il portiere di notte è ancora lì. Alza la testa verso la porta e sgrana gli occhi quando la vede entrare. Lei sorride soltanto.
“Sei tornata”
“Già”
“Vuoi una stanza?”
“No”
“No?”
“No”
“…”
“Sono tornata a trovarti”
“Ah. Vuoi una tazza di the?”
“Sì, grazie”.
La prima notte non è stata la sola, e la seconda non è stata l’ultima. Per molto tempo, lei continua ad andare al Motel, a trovare il suo amico portiere di notte. Molte volte ci va da sola e passa la nottata con lui a chiacchierare, a ricordare i vecchi tempi, a immaginare che fine abbiano fatto tutti gli altri, guardare partite di basket o vecchi film.
Altrettante volte il portiere di notte la vede arrivare accompagnata da uomini che chissà dove ha conosciuto: e allora viene il momento dello sguardo complice, alla “tu non sai chi sono/non mi hai mai visto qui”. E non poche sono le volte in cui, mentre stanno parlando, giunge una telefonata dalla tale signorina della camera 71 o dalla tal’altra della camera 24, che chiama per “un’impellentissima necessità che può non assolutamente rimandarsi”. Così lui la guarda con quegli occhi blu, alzando le sopracciglia come a dire: “Tu capisci no?”.
E allora è il suo turno di vederlo salire le scale, mentre già si allenta il nodo della cravatta. Le cose vanno avanti così per tanto, troppo tempo. Lei si presenta sempre più spesso col solito uomo, un tale elegante, più anziano di lei, che sembra un professore e che fuma sigarette al mentolo. E lui va nella stanza 14, per problemi sempre più improbabili e frequenti, più che in tutte le altre.
Ma le loro serate ci sono ancora. Il the, i film, le chiacchiere. In realtà, sono le uniche serate che in realtà aspettano. Ogni volta che lui o lei si ritira con qualcuno, c’è , nello sguardo dell’altro, una sorta di ombra, sul volto una smorfia come di rimprovero, neanche fosse un tradimento. E perché avrebbe dovuto essere un tradimento, non c’è niente fra loro.
L’incanto non dura ancora a lungo, comunque. Una sera che lei è venuta col professore, finisce molto male. Dopo un paio d’ore, questi se ne va tra urla e strepiti, per l’imbarazzo generale degli altri ospiti, mentre lei, in vestaglia, si affaccia sulle scale e lo guarda andarsene, rossa in viso e con gli occhi gonfi di lacrime. Il portiere di notte guarda il professore andarsene, lasciando dietro di sé una scia di fumo azzurrino al mentolo. Pare elegante anche quando furioso, e tralascia di dirgli che non si potrbbe fumare all’interno del Motel; se ne sta andando, tanto.
“Che è successo”
“Nulla”
“Nulla non mi sembra”
“Niente, davvero, lascia stare”
“Bene”.
Inizia a ridiscendere le scale.
“E’ geloso di te”.
Si blocca, le sta ancora voltando le spalle.
“Che cosa?”.
Ma lei non risponde, è già tornata in camera sua.

Per lungo tempo, il portiere di notte passa il suo turno da solo, senza nessuno a fargli compagnia, solo vecchi film. Poi, una sera, lei torna, ma accompagnata. Viene diverse volte, due o tre ragazzi, sempre i soliti, quasi a rotazione. Ma le serate a chiacchierare con lui non le passa più. Solo se deve aspettare qualcuno, si ferma, il tempo di una sigaretta – da quando fuma?, e poi sale. Anche lui sale, casualmente sempre nella stanza accanto alla sua. C’è qualcosa di strano, come se si facessero i dispetti, di nuovo due ragazzini. Le facce sempre più scure, l’orgoglio che sale e l’ostinazione del silenzio. Ma infine, qualcosa accade.
Nel mezzo di una notte, lui sta sorseggiando una tazza di caffè e leggendo un libro, uno di quei classici che somigliano tanto a un mattone, ma non appena lo apri, capisci che non è così. Travolto dalle vicende del Maestro e Margherita non la sente arrivare. Non la vede che scende le scale con solo una maglietta indosso, troppo larga, troppo scura per quella sua pelle così chiara. Le gambe lunghe e le caviglie sottili, un passo alla volta, come se andassero per inerzia, ma in realtà non volessero. Non la vede che con quella sua mano piccola si regge alla ringhiera stringendola più del dovuto, non vede i riccioli scuri che le coprono il collo e lei che li sposta con uno scatto nervoso del capo. Si sente chiamare quando è già davanti a lui, si schiarisce la voce come quella prima sera, Mi scusi, dice.
Sì, mi dica, risponde. Ma è come se avesse spalancato le porte dell’Inferno, lei fosse Margherita e il Maestro accanto a lei, ad incitarla, aizzarla, gli par quasi di sentir soffiare il gatto nero.
Lei gli sta lì davanti, con gli occhi grandi e i polsi fragili, le tremano le labbra, ma non la voce, e non è paura, ma rabbia.
“Davvero, io non capisco come a trent’anni suonati si possa comportarsi come dei quindicenni, mio nipote ha più cervello, santiddio. No, stai zitto e non fiatare, ora mi fai finire.
Cosa credi che dovrei fare ancora? Sono sempre io, sempre e solo io, io che vengo qua, io che mi fermo a parlare, tu dici cose, ma poi non fai mai niente. Di’, ma ci credi sul serio a quello che dici o parli tanto per fare? Dovresti essere chiaro una volta per tutte, non posso passare la mia vita a fare congetture e credere e sperare senza che tu mi dia mai un segno tangibile, lo capisci questo? Cos’è, è una questione di orgoglio? Bene, d’accordo, fanculo l’orgoglio, fanculo, vuoi sentirtelo dire? Te lo dirò allora, perché arriva un momento in cui io so riconoscere che è inutile fingere ancora, se non serve. Vuoi sentirtelo dire, bene: ti amo. Amo te, amo i tuoi occhi, i tuoi gesti, le tue labbra; ti amo quando mi abbracci e tutto intorno è buio e si sente solo il nostro respiro, ti amo quando mi chiedi se voglio il the perché sai che è quello che voglio in quel preciso momento, ti amo quando mi prendi in giro perché non riconosco i film, ti amo in ogni singolo istante della mia vita e la cosa che mi fa più schifo è che dirtelo sarà stato del tutto inutile, perché tu non capisci e non hai mai capito, ma la cosa peggiore è che non vuoi capire”.
Dice tutto questo con foga, con rabbia, quasi con violenza, tutto d’un fiato. Chissà da quanto tratteneva quelle parole. Le scende solo una lacrima, lucida di dolorosa rabbia.
Il portiere di notte resta immobile al suo posto, in mano il Maestro e Margherita, il vero inferno davanti a lui. Non dice niente, non sa che dire, fissa il vuoto e il punto in cui prima c’era lei, l’amore della sua vita, la donna che con i suoi polsi fragili gli ha stretto il cuore fin quasi a farglielo scoppiare.
E adesso che lei non c’è più, cosa se ne farà di tutte le sue paure.

 

2 pensieri su “La resa”

  1. E’ un racconto molto carino che trova la sua forza man mano che si passa dall’incipit forse un po’ debole al cuore della vicenda fino alle ultime righe concitate. Complimenti!
    rosatea.

  2. E’ un racconto amaro, ben scritto, lascia tanti interrogativi e forse è proprio questa la sua forza. Brava C. Menicucci

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