Il cippo funerario

C’è una pedonabile che in uscita da Grosseto costeggia per un paio di chilometri la Senese, la pericolosa strada che porta a Siena. Affianca il lato della carreggiata con cui si entra a Grosseto… e qui, qualche centinaio di metri prima di entrare nello spiazzo rotatorio dove sorge l’ospedale della Misericordia, vera porta della città maremmana, c’è un cippo funerario. È ancora sul ciglio di un campo con i profili dei monti lontano e l’aria cristallina del giorno. Sormontato da una robusta croce di pietra grigia è circondato da un senso di pace, nonostante la Senese proprio accanto e le case che stanno ormai costruendo tutt’intorno. Io lo immagino anche nelle notti d’inverno, le notti fredde di campagna, non come quelle delle metropoli, le notti buie, dove regna il silenzio e la solitudine, spazzate dal vento e intrise di mistero e spiritualità.

C’è un nome su questo cippo, che non dirò. Il nome di un giovane, morto a 26 anni. E poi una scritta… che dice così:

questo è luogo di grande sventura
il cerchio della morte apparse
e non si ritrasse
finché il fuoco della vendetta
con sé non lo portò

la moglie misericordiosa

Lo vidi per la prima volta nel 1995 quando mi trasferii da Roma a Grosseto seguendo mia moglie. Facevamo, avevamo sempre fatto anche a Roma, delle lunghe passeggiate. E una delle nostre prime passeggiate a Grosseto fu su quella pedonabile… verso Roselle, verso la campagna maremmana anche allora immensa come oggi. La Senese metteva un po’ paura, densa com’era di macchine ma la stradina era fresca ed ombrosa in quel pomeriggio d’estate e la pace della campagna intorno ci infuse coraggio e calma.
Il cippo era immerso nella vegetazione, nei folti fili delle erbacce del ciglio della strada, lambito dai rovi del fosso accanto, circondato dai rampicanti parassitari: sembrava senza tempo e fuori luogo. Ciò che vi era scritto scuoteva l’animo ma restava muto per il tanto tempo passato. E questo acuiva la mia commozione. La stele era antica. Il giovane era morto nel ’53 e la moglie, molto probabilmente, lo aveva fatto erigere subito dopo, forse nel ’54… o nel ’55 quando, credo, il dolore doveva essersi in parte acquietato.

Pensai a quel giovane morto ormai da 43 anni ed a sua moglie morta forse anche lei. Pensai alla pace di quei campi, a quel ciglio di strada, a come improvvisa la morte avesse colpito, alla scritta terribile che non lascia scampo se non nel misericordiosa finale, al dolore e alla rabbia senza fine che aveva provato quella donna. Meditai sull’accenno alla vendetta senza trovarvi o cercarvi ragioni ma solo solidarietà con quelle persone che tanto avevano sofferto.

Soffrivo per il loro dolore e quell’ara funeraria mi si incise nell’animo.

Ci sono tornato altre volte ed ho sempre sostato in riflessione davanti a quel monumento rendendo omaggio a quella sofferenza antica e dimenticata, ermetica e inconoscibile. Sempre, la pace della campagna intorno e la violenza impastata lì, mi hanno fatto meditare. Anche oggi, a distanza di dieci anni dalla separazione da mia moglie.

Si… il tempo ci allontana sempre più dalle persone che abbiamo amato e che in un modo o nell’altro abbiamo perso.

E forse la forza con cui quel cippo si era impresso nel mio animo preconizzava l’intima ed ancora sconosciuta mia consapevolezza che di lì a poco mi sarei separato dalla donna a cui desideravo legare per sempre la mia vita.

Grosseto, 30 Luglio 2009

 

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